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Dopo Doha, ripartire

juve napoli

di Davide Peschechera

La sconfitta (intesa come la mancata conquista del trofeo) è stata bruttissima, proprio per il numero di volte in cui abbiamo ogni volta pensato di avere la gara in pugno, convinti di averla vinta. Troppe volte, considerando la doccia fredda che ci siamo beccati alla fine. Ma, appunto, per quanto brutta la sconfitta possa essere niente cambia il fatto che fosse una partita secca di Supercoppa, un trofeo che non ha nulla a che vedere con il coronamento di una stagione, a maggior ragione a dicembre. Ovviamente dispiace non aver portato a casa un trofeo. Che sia minore, che ci voglia una sola partita per portarlo a casa. Sempre un trofeo è. Complessivamente ha meritato il Napoli, specialmente perché la Juve ha avuto un numero molto grande di occasioni per chiudere la partita e non lo ha fatto. Loro ne avevano meno di noi, dovevamo sbagliare meno nei tocchi a centrocampo, i famosi “errori tecnici”. Il vantaggio di Tevez, il 2-1 di Tevez e il doppio match-point ai rigori. Vero è che durante i 90 minuti siamo stati fortunati, il Napoli ha prodotto molto e colpito 2 pali. Abbiamo fatto di tutto per riaprire una partita chiusa dopo il gol di Tevez e il primo tempo in discesa. Nel secondo, invece, il Napoli ha alzato la linea di pressione. è la mediana che non ha funzionato. Difesa non protetta, loro nell’1vs1 hanno sfruttato gente valida, soprattutto nel secondo tempo mentre la loro mediana ha funzionato bene con Gargano e David Lopez prima, Jorginho poi sulla linea dei trequartisti.

Brutta idea quella di non attaccare una difesa come quella del Napoli per 70′ e poi farlo gli ultimi 10 rischiando il contropiede. Calati di tensione, ci siamo cullati troppo. Poca lucidità e personalità, scarsa attenzione nei momenti clou della gara. Poteva resistere l‘1-0. Doveva, invece, il 2-1. Perché gestirla e non chiuderla? Problemi di ritmo, intensità, atteggiamento, non modulo o stanchezza(almeno non in maniera assoluta, anche se l’aver disputato la Supercoppa dopo la prima parte di stagione sulle gambe ha influito). Ci siamo fermati perché era saggio arrivare al 60esimo con energie? Eviterei comunque ogni discorso sul modulo(almeno in questa partita) e più che di testa parlerei proprio di atteggiamento e di approccio a questo tipo di partite. Vanno aggredite e non studiate. Non sciupando, sprecando, dilapidando un doppio vantaggio e tre bonus sui rigori. E’ stato qualcosa di testa che, invece, ha riequilibrato la partita: il Napoli non l’ha mai persa, la Juventus l’ha usata troppo. Perché andare in controllo quando hai l’avversario potenzialmente alle corde? Perché interpretarla come fosse campionato? Diciamo che anche con Conte questa squadra aveva un atteggiamento chiaro a buttare via partite già vinte – in quelle dentro o fuori – e la seconda metà di stagione ci si limitava a segnare e mantenere il vantaggio. Obiettivo Scudetto sì ma con molti punti di vantaggio sulle altre non si è migliorato a livello di gioco e le altre competizioni sono state “sacrificate”.

è mancata la gestione della partita nei momenti chiave. Quando abbiamo preso il pari abbiamo ripreso a giocare. Una volta in vantaggio, di nuovo campo e palla a loro, quando sarebbe stato più semplice tenere la palla(altro concetto caro ad Allegri) facendola girare in difesa con un possesso fine a se stesso, senza doverci necessariamente abbassare. Loro hanno fatto di tutto per vincere e noi di tutto e di più per perdere. Giusto così. È un grande rammarico perché quando la Juve ha giocato ha messo a nudo i difetti del Napoli e quando ha cercato di gestire non è stata in grado di farlo.

Partita a ritmi bassi e intensità minima, praticamente da amichevole estiva per scelta e per necessità. Non era neanche mai successo di giocare una finale a questo punto della stagione. Agonisticamente location e contesto tutto non hanno aiutato. L’ impressione è che non si sentissero sicuri del loro stato di forma, c’era netto il timore di non averne per 90′ o 120′ nonostante i giocatori ne avessero ancora perché lo hanno dimostrato nei supplementari. Per questo 90 minuti a non prenderle. Insomma, si possono fare tante ipotesi. La Juve ha preferito contenere per evitare le ripartenze del Napoli che, quando è riuscito a ripartire, puntualmente ha creato azioni pericolose.

I gol sono arrivati(per fortuna o per sfortuna) da due errori tecnici sui quali Allegri insiste dicendo sempre che bisogna migliorare tecnicamente e fare in campo la cosa giusta. Sbagliare un passaggio o un gesto tecnico perché si è costretti è un conto, sbagliarlo perché si fa la scelta sbagliata è un altro e la Juve spesso, in alcuni frangenti della partita, fa la cosa sbagliata. La più difficile e non la più facile, ad esempio. Allegri ha capito che a volte ci complichiamo la vita da soli.  Juve di coppa, per spiegare il malinteso al limite dell’area tra Bonucci e Buffon, con miracoloso rimedio del portiere su Callejon, e l’atavica avversione della Juve per partite secche e gare di Coppa?

Detto ciò, negli scorsi anni la squadra aveva un calo fisiologico a gennaio, quest’anno mi pare che il calo sia avvenuto a dicembre, mentre a novembre abbiamo visto le cose migliori, compresa la reazione veemente contro l’Olympiacos e un mese di sole vittorie, alcune molto larghe e convincenti. Non escludo dipenda dalla preparazione: c’è chi dice che dal warm – up pre – partita abbia notato che gli anni precedenti c’era molto contatto con la palla e prove di scambi veloci, quest’anno molta cura fisica, scatti ed esercizi.

La difesa della Juve è una delle meno battute in Europa eppure ci sono dubbi e perplessità sulla tenuta individuale e di reparto dei difensori. Io credo che questa difesa a 4 della Juve sia una difesa molto “artigianale”, che funziona bene perché abbiamo difensori intelligenti che la linea a 4 sanno farla ma è evidente che il miglioramento del cambio di modulo deve vedersi in attacco dove si guadagna un uomo in più nel reparto e una migliore dislocazione in campo dei giocatori. Per vedere automatismi ben oleati come quelli della difesa a 3 di Conte credo che ci voglia tempo anche se non è detto che Allegri punti alla stessa, ossessiva, perfezione. Nonostante lo scorso anno col Real Madrid c’è stata la dimostrazione che si poteva già fare la difesa a 4 Conte preferiva una squadra “italiana”, coperta, compatta (passò a 3 dietro per proteggere Pirlo e far giocare contemporaneamente Barzagli, Bonucci e Chiellini), frutto del pressing del primo anno e dell’organizzazione rimasta sempre marchio di fabbrica della squadra, distintasi per coraggio, grinta e corsa, non certo per razionalità e malizia(vedi in Europa) in questi anni. Allegri preferisce rischiare qualche contropiede in parità numerica ma cercare di imporre la qualità e la tecnica di squadra appena possibile, vuole una Juve più razionale ed abile a gestire i vari momenti della gara con lucidità e cinismo ma capace allo stesso momento di decidere la gara con un gesto tecnico o una giocata. Questa è una Juve nata per tenere palla, non per contenere e lasciare il pallino del gioco agli avversari. Sia con Conte che con Allegri quando ha deciso di difendersi lo ha fatto ma spesso soffrendo. Che abbiamo la miglior difesa del campionato è un dato di fatto ma i gol li prendiamo sempre quando ci abbassiamo, cerchiamo il palleggio e perdiamo regolarmente il controllo della partita. Su questo bisogna migliorare perché è una precisa scelta del mister, è una sua convinzione. Tenendo palla si corrono pochi rischi e si fanno correre gli avversari. Concetti semplici perché Allegri non è un rivoluzionario.

Non so se al momento dei tiri di rigore Evra si sia defilato o se altri come Pereyra, Chiellini e Padoin si sentissero più sicuri tanto da sostituire Evra. Io credo che il francese sia però più tecnico ed esperto degli altri e non riesco a credere che non se la sia sentita o si sia spaventato uno che ha fatto 4 finali di Champions. Ed è stato un suicidio l’ordine dei rigoristi così stilato dopo il quinto. È andato chi se l’è sentita? Allegri ha dettato solo la lista dei primi 5?

Vero che uno come Pirlo, soprattutto in vista dei rigori, non dovrebbe mai essere sostituito ma Allegri ha giustificato il cambio dicendo che serviva più copertura(già detto che la mediana non ha funzionato) laddove Pirlo veniva preso in mezzo da Gargano e David Lopez. Si affondava. Eppure abbiamo preso gol nel momento in cui avevamo trovato un equilibrio con l’ingresso di Marchisio. È il calcio. Pereyra Ha costretto a riposizionare la squadra, con Marchisio in regia e Vidal mezzala destra, con un effetto domino su assetto e certezze infatti il gol è arrivato proprio da destra con Pereyra spaesato. Peccato.

Pereyra gran bel giocatore se non ci fosse il problemino del gol che ha manifestato in questa prima parte della stagione. è veloce, ha tecnica, salta l’uomo e sa crossare. Ma non vede la porta. Un trequartista deve fare almeno 7-8 gol a stagione o basta che il trequartista sia uno che serva i compagni tra le linee, che il gol lo crei e lo costruisca, che salti l’uomo in ogni punto del campo, da fermo o in movimento?

In quella posizione, Allegri ha provato anche Vidal che ha mostrato di sentirsi, secondo me, limitato nelle sue caratteristiche migliori di corsa, pressing e inserimenti. Allegri sta cercando di riproporre ciò che fece con Boateng ma a Vidal mancano il timing e l’elasticità che gli sono consuete. Non dà qualità, non ha spazio per inserirsi, rimane solo l’interdizione. Aldilà di testa e fisico è chiaro che Allegri chiede a Vidal qualcosa di diverso da ciò che chiedeva Conte. Qualcosa che, al momento, gli riesce male. Altri equivoci sono la centralità di Tevez(che in un 4-3-1-2 potrebbe allargarsi spesso), i pochi cross, le poche apparizioni di Coman e Morata, visto il loro valore. Morata non è giocatore che aiuta la squadra o apre le difese, è giocatore da contropiede e ripartenze. Non tiene palla come Llorente e anche Tevez ha espresso preferenza per Fernando ma Allegri continua a ribadire che deve migliorare tecnicamente. Staremo a vedere. Poi i gol dei centrocampisti. Con le stagioni, Vidal, Pogba, Marchisio erano diventati peggio degli attaccanti, per chi li doveva affrontare. Soprattutto il cileno, che viaggiava con fatturato da centravanti. Anche se i gol non sono tutto. Vidal, Pogba e Marchisio: la scorsa stagione, arrivarono sotto l’albero con 18 gol, ora siamo a 10. Si confida nell’anno nuovo.

Ma torniamo a noi. Siate seri. L‘obiettivo principale è lo Scudetto, sempre. Coppa Italia e Supercoppa sono un contorno, in Ucl disputare i quarti. Serve equilibrio. Sarebbe un peccato non raggiungere i quarti di Champions con questo Borussia in difficoltà, sarebbe un peccato non vincere lo Scudetto contro questa Roma chiacchierona. Vero è che vincere è l’unica cosa che conta e che la Supercoppa vale un trofeo stagionale in gara secca ma proprio per questo perderlo non deve far strappare i capelli. Comunque, anche Bayern e Real Madrid hanno perso Supercoppe in gara secca. Può succedere. Ma hanno poi centrato gli obiettivi principali. Non sto disprezzando perché l‘ho persa. Sono incazzato. Ma non c‘è neanche da tirarsi i capelli, secondo me. C’è amarezza che deve trasformarsi in linfa vitale per il prosieguo della stagione. Chiamare la Supercoppa un “traguardo” è di per sè quasi contraddittorio, è più che altro un trofeo che viene assegnato a chi vince la singola partita secca e, come è sempre successo, questo tipo di partite possono andare bene e possono andare male. Ovvio che non dovrebbero andare male esattamente perchè si decide tutto in una partita, ma può succedere, c’è poco da fare. Tuttavia, di tutti i trofei “perdibili” questo rimane il meno importante, lo è anche meno della Coppa Italia. Fallire la vittoria dello scudetto sarebbe davvero un fallimento, proprio perchè non sarebbe dettato da una partita giocata male ma da un’annata sputtanata alla grande. Piuttosto è giusto soffermarsi sul fatto che abbiamo un evidente, storico, problema di mentalità, come confermato, per un verso, dalle enormi difficoltà a livello europeo con squadre di basso livello, e, per un altro, dall’incapacità, in Italia, di chiudere le partite dopo essere andati in vantaggio con squadre inferiori. La Juventus è forse la squadra che maggiormente, nella storia del calcio mondiale, ha somatizzato e rispecchia (non solo per la lunga gestione) il carattere, la mentalità, il DNA del proprietario: la Juventus è una catena di montaggio, una fabbrica di scudetti frutto di professionalità, abnegazione, caparbietà, austerità. Ma poca brillantezza, pochi momenti “magici”, pochi picchi di “irrazionale” valore nella sua storia. In Europa vince quasi sempre la razza eletta, quella del genio che si accende quando il momento, l’attimo, fanno entrare nella storia. In fabbrica non funziona così, conta (come detto) la prussiana (o sabauda) metodicità, l’applicazione, la concentrazione, la continuità. Dopo 38 partite vince chi primeggia in questo.

Le brutte prestazioni di Sassuolo, Genova in campionato e Madrid, Atene in Champions altro non sono state che lo scotto, il passaggio, la conversione al modulo e alle idee di Allegri. Nuove idee su scelte ereditate. Un effetto positivo dell’arrivo di Allegri è, al momento, il miglioramento tecnico e in termini di personalità di gente sottovalutata (o mal sfruttata) come Ogbonna e Padoin. Persino Chiellini sembra più giocatore di quello di Conte, perchè ognuno fa quello che sa fare. Invece la forza e il limite della Juve di Conte era proprio il fatto che i difensori impostassero nella metà campo avversaria, i centrocampisti attaccassero e gli attaccanti difendessero (considerate le dovute proporzioni). A Conte proprio non andava giù, ma diceva sempre che la sua Juve era una squadra da corsa, quella di Allegri invece è esteticamente elegante e imperiale nell’incedere, nonostante la presenza di autentici manovali. Il lato “un po’ sfacciato e un po’ fatalista” di Allegri è probabilmente la cosa al momento più diversa rispetto al passato. Fin dall’inizio della stagione, fin dalla sua prima conferenza a Vinovo. Credo che noi, inteso come tifosi ma sopratutto come squadra, avessimo bisogno di consapevolezza. Prima di tutto, prima ancora della difesa a 4. E trovare un allenatore che viene da “fuori” e che ci ha riconosciuto una forza che ci possa permettere di arrivare nelle top 8 è stato sicuramente importante. Ha sempre ripetuto in conferenza che avremmo passato il turno, forse costretto un po’ dal ruolo un po’ dalla storia ma rispetto al passato è un altro cambiamento. Rischiando (perché, in fondo, con l’Atletico è stato biscotto), però intanto abbiamo iniziato con la convinzione di raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati. Senza pensare che gli altri hanno Di Maria e noi no, ma pensando che noi abbiamo Pogba, Vidal, Tevez, Pirlo e Marchisio e che gli altri dovrebbero preoccuparsi.

Se mi avessero chiesto di scegliere tra Ottavi di Champions e Supercoppa avrei scelto la prima a occhi chiusi. Solo perché i due obiettivi sono stati molto ravvicinati. Ma una Supercoppa estiva per cominciare bene la stagione va vinta senza se e senza ma. Brucia il c***, ma non si può avere tutto. Le partite bisogna vincerle tutte. Con l’Inter bisogna vincere, a Cagliari bisogna vincere… purtroppo capita di perdere. Rabbia e insoddisfazione devono trasformarsi in nuovi stimoli. Bisogna dimostrare di non voler smettere di crescere e di essere ancora in grado, dopo tanti trionfi, di cogliere con umiltà l’aspetto educativo di una sconfitta. E adesso sotto con Inter e 2015. Forza Juve.

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La quadratura del cerchio (Seconda Parte)

2 La quadratura del cerchio (Seconda Parte)

di Davide Peschechera

Allegri viene ingaggiato nel giro di pochissime ore. Eppure si rinfaccia a Conte, e a Conte solamente, l’aver lasciato la squadra al secondo giorno di ritiro. E se Conte, a maggio, è stato “costretto” a restare, come puoi imputargli di aver lasciato a Luglio? Quando almeno un dubbio sulla concertazione della faccenda non può che rimanere, visto che il giorno dopo l’addio del tecnico leccese si è chiusa con grande successo anche la campagna abbonamenti. Stesso discorso per l’accordo lampo tra Conte e Tavecchio, Federazione e sponsor Puma. Non sta né in cielo né in terra che trattative e conclusioni di contratti si realizzino in qualche giorno, quando solitamente richiedono molto, molto più tempo. Insomma, una faccenda incartata e consegnata ai tifosi, a scatola chiusa. Prendere o lasciare. L’errore fu quello di credere che una storia tra un allenatore che vuole l’affermazione personale ed un club vincente fosse una storia d’amore. Di quelle che anche il calcio sa dare. E invece negli ultimi 3 anni c’è stata solo la Juve. E non la Juve di Conte. L’hanno sempre saputo, probabilmente, Agnelli e Conte. Conte si è servito della Juve e la Juve di Conte.

Potrebbe essere un suicidio professionale, e sarebbe certamente una brutta caduta dal punto di vista umano. Lui è efficace se può lavorare coi giocatori quotidianamente, e non una volta ogni 3 mesi, anche se ha colto l’attimo con opportunismo e lucidità, preferendo ripartire dalle macerie mondiali dell’Italia di Abete e Prandelli (che in qualche modo riecheggiano i settimi posti da cui mosse i primi passi la sua Juve tre anni or sono) piuttosto che accettare la sfida di inseguire nuovi trionfi, tutt’altro che scontati, in bianconero. Si è garantito almeno un biennio di stress più stemperato, meno frequente, meglio distribuito (due partite ogni tanto anziché tre a settimana, almeno fino alla fase finale degli Europei) ma non è detto che ci sia meno pressione che alla Juve. Una via di mezzo tra la frenesia imposta da coppe e campionato e una per lui insopportabile inattività. E una nuova, stimolante esperienza.

Conte porterà in Nazionale un cambio di mentalità e di comportamento. Conte allenatore della Juventus non era un amante (eufemismo) delle intromissioni della Nazionale ma Conte ct chiede un cambio radicale di mentalità e presumo che sarà una palla ingombrante tra i piedi durante tutto l’anno. Antonio “divide et impera”, da allenatore della Juve e da allenatore della Nazionale.Conte per molti si è comportato da professionista cinico e spietato, è uno dall’ego e dall’ambizione smisurate ed ha realizzato, forse troppo in anticipo, uno dei suoi sogni. Conte è giovane, alla sua età la Nazionale è più un ripiego (o, se vogliamo, un trampolino di lancio) che un traguardo. La nazionale è sempre stata un punto di arrivo, dopo anni di esperienza nei club, nazionali e internazionali, per un allenatore ambizioso. Conte sperava ormai da mesi di avere una chiamata estera prestigiosa. A parte il Monaco nessuno lo avrebbe in realtà cercato. Poi è arrivata la telefonata di Tavecchio; certo prestigiosa, certo affascinante, certo importante, ma pur sempre una seconda scelta. Lui dice che voleva fermarsi un anno per aggiornarsi, guardare partite, seguire giocatori, imparare l’inglese, tutto in attesa di una chiamata da un top club. Tutte cose compatibili comunque con l’impegno da selezionatore, una seconda scelta, un impegno meno gravoso dell’allenatore di un top club. Potrebbe crescere, diventare più forte e ancora più preparato

Conte ha chiesto un ruolo da manager, non solo da allenatore. Una vera e propria rivoluzione sul modo di gestire una Nazionale. Libertà d’azione, carta bianca nella gestione tecnica, progettuale e logistica di tutto ciò che riguarda la sua Nazionale. Stage durante il campionato, almeno due-tre l’anno, oltre ai normali ritiri. Rapporto continuo, capacità d’interazione e contatti costanti con le società senza troppe spigolature, garanzia di collaborazione con gli allenatori e i club. Continui faccia a faccia con i colleghi dei club per capire la forma dei propri giocatori e via dicendo. Su questo Conte non ha ammesso deroghe e ha chiesto impegni scritti, condizioni nero su bianco. Conte vorrebbe essere un CT di Nazionale sui generis: un tecnico a tempo pieno senza staccarsi dal lavoro quotidiano, quasi che l’Italia fosse un normale club. Monitoraggio sule giovanili. Stipendio adeguato. Conte ha chiesto e avrà in pratica le chiavi di Coverciano. Ciò che insomma voleva alla Juve. Vuole strutturare con uomini suoi. Richieste molto “dure” come quella di volere tutto il suo staff, Alessio e Carrera secondo la logica de “ne usciamo con le ossa rotte”. Repulisti storico. Con i club che non sono nelle condizioni di fare i sofisticati” e possono solo/devono accogliere volentieri Conte con tutti i suoi capricci. L’ ambizione è al tempo stesso la forza e il limite di Conte. Forza perchè lo porta a misurarsi con realtà ridotte male, limite perchè quando intravede la possibilità di non poter più vincere/migliorare è tentato dal lasciare e ricominciare altrove. Questa ambizione lo porta a confrontarsi con ambienti a lui a volte ostili per conquistarli dall’interno e a fare i propri interessi. Ma siamo sicuri che li abbia fatti? Conte non parla bene Inglese, ha uno stipendio alto (confermato in Nazionale), non ha nel curriculum di allenatore grandi vittorie internazionali, è uno che ha bisogno di un team dal budget alto che faccia un mercato costoso essendo molto esigente, pretendendo giocatori che chiede e non limitandosi a “profili di giocatori”.   Lasciata la Juve, quale squadra di club coi soldi lo avrebbe potuto chiamare? Forse solo il Monaco o altre squadre che oggi ci sono, domani chissà. Rimanendo alla Juve secondo me nel lungo periodo avrebbe potuto fare maggiormente i suoi interessi, agganciandosi ad una squadra in crescita, italiana, che gli avrebbe perdonato (quasi) tutto, assicurandogli sempre uno stipendio a lui gradito. Insomma, ha fatto una scelta azzardata e solo la Nazionale avrebbe potuto accoglierlo.

La formula finale dell’intesa sul contratto che ha portato l’ex allenatore Juve sulla panchina dell’Italia sottoscrive due accordi, per una cifra complessiva di 4 milioni netti l’anno che può salire a 4.5 in caso di qualificazione all’Europeo. Tutte e due sono con la Federcalcio: il primo (2 mln) come ct e coordinatore delle nazionali giovanili unificando ruoli e compensi di Prandelli e Sacchi; il secondo per la cessione al cento per cento dei diritti di immagine alla Federazione. Contestualmente la Figc girerà a Conte altri 2 milioni netti l’anno, assicurati da Puma per lo sfruttamento dell’immagine del ct, e in caso di qualificazione un milione nel biennio sempre dallo sponsor. In questo contesto, Puma ha ottenuto dalla Figc il prolungamento della partnership dal 2018 al 2022. Insomma, un compenso “allineato ai costi della precedente gestione” se non ci fosse stato l’intervento dello sponsor che, come azienda privata, ha deciso di investire su Conte perché lo ritiene più bravo degli altri. Volevano che Conte allenasse gratis, magari legato con le catene visto che “è stato condannato dalla giustizia sportiva in passato”? Può non piacere il contratto a Conte, perché ha imposto le sue condizioni ma l’Italia le ha accettate con la testa bassa.

Sappiamo tutti benissimo che ora Conte è destinato e condannato a vincere. Forse per lui questa è una sfida alla sua portata, più alla portata di un altro Scudetto alla Juve con raggiungimento dei quarti di CL, e questo ha fatto la differenza. Ma per fare meglio di Prandelli non al Mondiale, ma all’Europeo, può solo vincere. Scelta coraggiosa e rischiosa. La  Juventus ha caricato di ogni responsabilità Conte. Non è stato solo l’allenatore ma l’immagine della Juventus, quella di chi non si arrende mai (fino alla fine), l’allenatore che davanti ai microfoni ha offerto l’unica difesa alla società più antipatica d’Italia. L’allenatore della svolta, l’arrogante messo sotto accusa da chiunque. Il progetto Conte ha portato vittorie, Conte ha fatto godere noi è ha fatto rosicare tifosi avversari, addetti ai lavori, giornalisti, tutti. Li ha fatti impazzire di rabbia. Ha fatto rivedere, rivivere, riapparire l’incubo, il fantasma di un ritorno alla Juve pre-Farsopoli. La grinta della squadra ha dato ad ogni Scudetto conquistato una nomea ben precisa: il primo è stato quello vinto da imbattuti, il secondo quello della conferma, il terzo quello dei 102 punti sbattuti in faccia a chiunque. Tre anni di dominio e record infranti. Entrambi, dirigenza Juventus e Conte, si sono rimessi in gioco. Vediamo dove vanno: un po’ come quando si separano i gruppi rock di successo, in fondo… (cit.). Biennale per lui e biennale per Allegri, tutto fa pensare che, in fondo, quello di Conte sia solo un arrivederci. ci sarà sempre tempo per tornare a casa, ricalcando le orme di Trapattoni e Lippi. L’esordio contro l’Olanda avverrà il 4 settembre a Bari, tra pochi giorni. Sarà un ritorno al passato e la prima tappa verso il futuro. E noi dobbiamo voltare pagina. Il tempo di vedere Conte all’opera e poi sarà di nuovo campionato. Intanto siamo ripartiti così come ci eravamo lasciati. Vincendo. Buona stagione a tutti.

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La quadratura del cerchio (Prima Parte)

1 La quadratura del cerchio (Prima Parte)

di Davide Peschechera

Alzi la mano chi ha capito cosa è successo quest’estate. Un incubo per i tifosi juventini, una bufera forse preannunciata dalle avvisaglie invernali ma nessuno si sarebbe aspettato un simile epilogo, l’arrivo di Allegri alla Juve e l’approdo di Conte in Nazionale. Dopo i mugugni di maggio, la conferma non proprio convinta di Conte senza rinnovo, la rescissione consensuale, l’ultimo capitolo della telenovela ci ha riservato il finale più imprevedibile e il cazzotto più doloroso. Andava gestita prima e meglio, magari già a Gennaio. E hanno sbagliato ad andare oltre Maggio. Conte troppo coinvolto emotivamente ha voluto provarci, la Juve un po’ per presunzione, un po’ per arroganza, non ha voluto guardare in faccia la realtà, ha tirato la corda credendo che sarebbe passato il mal di pancia a Conte. Conte se n’è reso conto e se n’è andato.Invece di trovare un degno sostituto la Juve ha messo in allarme solo l’unico allenatore libero sul mercato(Allegri), piuttosto malleabile e gestibile in una situazione fatta di conferme e passi indietro come quella che è venuta a crearsi. E ha condotto un mercato all’insegna del completamento della rosa. Insomma, non ha fatto in modo che si tornasse a parlare subito di Juve(allenatori e giocatori passano, la Juve resta) e ci si dimenticasse di Conte, in fretta. Quello che si può dire ad oggi è che lo stress supposto da molti media non è mai esistito. E che nelle dichiarazioni ufficiali, nella lettera e nei video Marotta, Agnelli, Nedved e Conte hanno detto tante bugie. Per come è Conte e per come è fatta questa dirigenza era intuibile che l’addio sarebbe stato traumatico. Ma c’è poco di logico nella scelta di accettare le dipendenze di chi ti ha confinato per quattro mesi, senza una prova, dando retta ad un pentito pallonaro, privandoti del tuo lavoro, cercando di stroncarti la carriera ed emarginandoti. “Il patteggiamento è un ricatto” urlava Conte, con orgoglio, sbraitando, in quella conferenza stampa, contro la Federazione complice, come nel 2006, nel tentativo di affossare la Juve. Conte che pareva molto poco incline ai compromessi sacrifica al denaro la propria dignità di uomo. Perché per molti tifosi juventini è di questo che si tratta, sostanzialmente. Si trattava di una scelta di sano orgoglio che il mister ha deciso miseramente di sacrificare sull’altare della propria carriera.

Ma Conte CT azzurro è il tassello che mancava per completare il puzzle della telenovela più seguita dell’estate calcistica italiana, che raffigura una questione estiva piena di parole non dette e spiegazioni non date. Altro che stress, disagio a sopportare tensioni, uomo sfinito, forse finito, buio dentro di lui con impossibilità di reagire. La Nazionale è la fine del disagio psichico? La fine dello stress? Conte ora è utile, prezioso e decisivo? L’uomo che non poteva più risolvere il problema di una squadra sarà invece capace di risolvere i problemi di un intero paese calcistico? Conte ha capito da subito da quali compagni di avventura era attorniato. Non parlo soltanto della società ma di un entourage che non sopportava più il crescendo Contiano o Contesco, con tutti gli annessi, anche di cassa. Di contro la Federcalcio ha individuato nell’allenatore leccese il professionista che possa e debba rilanciare il nostro sistema, l’immagine e i risultati del campo.

Cosa lo ha spinto, però, a fare questa scelta? C’è chi ha parlato di rivincita per aver fatto piegare la FIGC davanti alla necessità di un uomo che mastica calcio come pochi in Italia. L’idea di una Federazione in ginocchio che lo implora di accettare per risollevare il calcio italiano. Se la Federazione italiana ha voluto provare a risollevarsi ha dovuto dare l’incarico ad uno Juventino. Ancora. Più che una contraddizione è una resa della Figc. Nel momento del bisogno non ha saputo far altro che mettere alla guida della Nazionale l’arrogante allenatore Juventino, pochi mesi fa squalificato, che dimostra il costante uso della Juventus e del patrimonio juventino (allenatore, giocatori) laddove serve.Ora va a sedersi al tavolo degli stessi che lo trasformarono in un mostro mediatico solo due anni fa e si accerchia di gente che alle prime difficoltà lo lascerà solo. Sicuramente Conte d’ora in poi avrà vento mediatico favorevole in quanto schermato dal sistema stesso che arriva da disastri sportivi mica da ridere ma, alle prime difficoltà, forse a causa del suo vincente passato in bianconero verrà impallinato ad ogni piccolo problema che incontrerà. Sarà aiutato, supportato, anche nella comunicazione ma sino ad un certo punto, visto che sarà l’unico capro espiatorio in caso di fallimento o l’eroe in caso di miracolo. Il poco tempo che avrà a disposizione non lo aiuterà, così come il caos che contraddistingue il calcio italiano in questo momento.Accetta l’incarico da chi lo ha costretto a vedere le partite da una vetrata come i vip, insultato da tutti e preso in giro dalle tifoserie e dalle telecamere. Si è dimenticato tutto? O forse vuole diventare, proprio adesso, l’allenatore di tutti gli italiani? L’Italia antijuventina ha già dimostrato di odiarlo e proprio questo voler “ingraziarseli” rischia di farlo diventare l’allenatore di tutti tranne che di molti juventini. Un paradosso no? Forse a lui non va giù che gli altri lo considerino “solo” juventino, a differenza di Lippi, ad esempio. Lippi ha allenato l’Inter da juventino. Quella è un’etichetta di cui andare fieri, mentre a Conte forse sta stretta. Lippi quell’etichetta se l’è portata dietro per tutta la carriera e ci ha vinto pure un Mondiale. La Nazionale come esperienza catartica capace di mondarlo della sua juventinità o dal suo essere “tifoso della squadra che allena)”, per ripresentarsi alla guida di un grande club? Senza contare che in Federazione avrà modo di tessere importanti relazioni con i dirigenti di questi stessi club che cosi bene la rappresentano e che fino a ieri dileggiava e scherniva.

Conte in Nazionale sarà e farà tutto ciò che non gli hanno permesso alla Juve. Conte ha fatto una scelta coraggiosa e anche un po’ irrispettosa verso se stesso visto quello che ha passato due anni fa e vedremo a cosa porterà. Ma la scelta l’ha fatta lui e quindi è persino inutile parlarne. Si vede che ha metabolizzato il colpo, e se lo decide lui che è il diretto interessato come possiamo giudicarlo noi?Solo che, alla fine, si paga sempre l’essere juventino (vedi la questione doping, Calciopoli, il calcioscommesse), poi tutti amici. Ci si dimentica.

La successione degli eventi e delle tempistiche, però, è stata alquanto strana. il fatto che i motivi delle decisioni non siano chiari poi aggiunge perplessità (eufemismo) al tutto e dà varie interpretazioni, più o meno verosimili, a ciò che non si sa. Conte a maggio voleva lasciare. Considerava concluso il suo ciclo alla Juventus con la vittoria dello scudetto dei record. L’ha fatto perché credeva che alla Juventus, in quel contesto e senza cambiare le cose, non avrebbe potuto fare bene o meglio. Era convinto che in Champions League non si potesse vincere (parole sue) e un altro scudetto non lo stimolava. L’unica cosa che lo avrebbe stimolato sarebbero stati i pieni poteri di disfare e rifare la rosa a suo piacimento per provare a vincere la Champions. Agnelli (giustamente) ha rifiutato, per continuare nell’ottica del risanamento societario e del pareggio di bilancio. Conte ha bruciato le tappe rispetto al progetto quinquennale (2011-2016) del club. Conte voleva lasciare ma l’hanno “convinto” (o costretto?) a rispettare il contratto, conoscendone il valore. Ci dice Nedved che gli hanno chiesto di pensarci fino a luglio, forse sperando di convincerlo e in questo ha sbagliato la società. Forse hanno fatto anche dei sondaggi(Allegri?) ma non c’era libero/liberabile nessuno di gradito e autorevole, così come anche Conte potrebbe aver sondato il terreno, senza trovare nessuna squadra in grado di accoglierlo. Insomma, la permanenza è stata quasi obbligata. Ricorderete il laconico Tweet. Forse anche il Milan allettava Conte: non tanto per soldi ma perché gli avrebbero dato grandi poteri (poi doveva vedersela con Galliani comunque, che non è Marotta) e il mandato di ricostruire la squadra e vincere (come alla Juve 3 anni fa, come la Nazionale oggi). Si è concordata la campagna acquisti e Conte è andato in vacanza. Poi la Nazionale. Prandelli fresco di rinnovo lascia a sorpresa e Abete con lui dopo il disastro in Brasile. Immediata candidatura di Tavecchio, nomina scontata(strano come siano state totalmente ignorate le ragioni di chi si opponeva), e subito contattato Conte al quale propone di diventare il boss della Nazionale. Lui torna in sede per essere liberato. Intanto pare che il mercato, con l’arrivo di nessun esterno per il cambio modulo, non lo abbia soddisfatto. A quel punto sono costretti a lasciarlo andare e lo fanno in concomitanza con la chiusura della campagna abbonamenti, confezionano il video, congelando gli acquisti(che erano, probabilmente, bloccati già da un po’ di tempo), ingaggiano Allegri(in preallarme da Maggio) il quale dà il suo benestare ai giocatori già fermati, concludono gli acquisti e Conte va sulla panchina della Nazionale. In tutta questa storia, però, ci si chiede se la scelta di andare in Nazionale e dimettersi dalla Juve siano stati eventi scollegati tra di loro o meno. La Nazionale un’opportunità sorta in seguito o uno dei motivi dell’addio? Perché, anche per la velocità con cui si sono svolti i fatti, evidentemente la Juventus sapeva che Conte sarebbe andato in Nazionale. Così si spiega anche la domanda che gli è stata fatta nel video proprio sulla Nazionale. Dopo i Mondiali, si parlava di Conte CT part time. Può darsi che Agnelli lo abbia costretto a scegliere se Conte ha annunciato di volerci andare. Non lo sapremo mai. Forse la Nazionale non è stata causa dell’addio, ma è stata un’ opportunità che ne ha accelerato i tempi. La Nazionale è stato il quid decisivo ma alla base ci sono gli screzi e le vedute diverse tra Conte e la società. Quando si è liberata non sono più riusciti a tenerlo e al rientro dalle vacanze, con la tentazione della nuova avventura e i dissidi con la società sul mercato, ha deciso di andare via.

Oppure nessuna chiamata, nessun contatto, ma la sensazione che qualcosa sarebbe successa a breve e quindi Conte, correndo il rischio di stare fermo un anno, ha deciso di mollare lo stesso, nei propri interessi. Avrà pensato giustamente che se fosse stato libero, almeno un sondaggio l’avrebbero fatto. Questo non lo sapremo mai, forse. Ma è l’epilogo più intuitivo e naturale. Se non si fosse liberata la Nazionale, magari a malincuore ma sarebbe ancora sulla panchina della Juve. Conte non è pazzo, “è fatto così”, vive di stimoli e sfide; finiti gli stimoli, fine del rapporto. Lui, Conte, aveva obiettivi chiari, dopo tre scudetti. Al posto di uno che, nei programmi sportivi, sarebbe dovuto arrivare quest’anno, chiedeva un salto di qualità per iniziare a puntare ad altro. Ha parlato con proprietà e dirigenza, prendendo picche, perché la Juve ha deciso di andare avanti col suo programma quinquennale, e un altro al suo posto.

Ricapitolando: se è stato contattato prima di Prandelli(non credo) la Nazionale è stata il motivo principale. Se è stato contattato dopo, ha influito con le divergenze di mercato. Se non è stato contattato prima dell’elezione di Tavecchio, aveva sensazione e percezione che qualcosa avrebbe potuto impegnarlo da lì a poco.

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Non è bastato.

juve benfica

di Davide Peschechera

Sapore amaro. L’eliminazione è l’occasione giusta per un autoesame in vista del prossimo anno europeo. La Juve doveva fare di più e poteva fare di più. Eliminazione immeritata nell’arco dei 180 minuti per ciò che si è visto in campo. Contro il Benfica la Juve ha avuto in mano la partita d’andata e quella di ritorno: se l’è fatta scivolare via in entrambi i casi. Dopo la gestione dell’andata, la strategia del ritorno non ha funzionato. La Juve ha creato 2 o 3 sterili occasioni giocando una partita rinunciataria per le proprie potenzialità. In Europa vince il cinismo, trionfa la freddezza. Quella di un Benfica scaltro, furbo ed esperto benché la loro rosa sia complessivamente un po’ meno forte di quella juventina. Ha vinto l’esperienza di una squadra che vince in Portogallo ma arriva quasi sempre in semifinale o in finale nelle competizioni europee da qualche anno a questa parte. Questo tipo di esperienza porta la squadra ad avere la giusta determinazione nelle competizioni europee. Il Benfica ha mostrato tutto il carattere di una squadra perfettamente conscia dei propri mezzi e difetti.Ma c’è anche da dire che noi abbiamo giocato per quasi mezzora con l’uomo in più (che negli ultimi minuti son diventati due) e il Benfica non ha praticamente fatto una piega.

Abbiamo creato molte più occasioni in parità numerica che non in undici contro dieci, anche se mi sarei aspettato un forcing più lucido. Invece nel secondo tempo la Juve è stata più contratta, nel primo non abbiamo aggredito il Benfica come avremmo dovuto fare e gli ospiti hanno preso coraggio e consapevolezza dell’impresa. Abbiamo costruito tanto, abbiamo avuto un largo possesso di palla ma alla fine abbiamo stretto solo mosche. E’ in questo tipo di partite che bisogna dimostrare di essere più forti ma ogni volta veniamo meno alle aspettative. Pochi tiri decenti, un volume di fraseggi portati allo spasimo con inevitabile perdita del pallone, palle gol serie veramente poche per l’importanza della partita. Tanta delusione.

Non so se i bianconeri hanno peccato di presunzione nella preparazione della gara, piuttosto credo che il campionato, come al solito, abbia tolto energie mentali e fisiche e il tempo per preparare le gare infrasettimanali. Per chi pensa che Conte abbia sbagliato a concentrare e focalizzare tutto sul campionato… se non avessero giocato i titolari anche contro Genoa, Catania, Sassuolo, ora avremmo 8 punti di vantaggio sulla Roma? Purtroppo quando ha provato a fare dei cambi, le riserve si sono dimostrate incapaci. Rosa corta, Conte quest’anno ha attinto poco dalla panchina ed hanno giocato sempre gli stessi. Conte aveva chiesto un centrocampista a gennaio e ci aveva visto giusto. Lì in mezzo sono arrivati spompati. Implorava anche un esterno per passare ad un bilanciato 4-3-3. Sono sicuro che anche il mister non ne può più del 3-5-2. Sa che questo 3-5-2 è difficilmente migliorabile. Il problema del 352, il principale problema, è l’inferiorità in fascia e non è migliorabile neanche con fenomeni assoluti per il semplice fatto che spesso altre squadre si presentano con catene laterali formate da esterni e terzini.

È la cosa più brutta essersi trascinati sino in semifinale, aver speso tutto le energie per il campionato e aver abbandonato Champions, Europa League e Coppa Italia nel mondo in cui lo abbiamo fatto. Purtroppo. Ma quest’anno credo sia stato necessario.Abbiamo trovato un Benfica che ha lottato su ogni pallone. La verità è che la Juve non avrebbe segnato neanche se la partita fosse durata altre 2 o 3 ore. Una squadra, quella portoghese, ordinata e dignitosa nel catenaccio, arcigno e molto accorto. Conte è arrabbiato. Arrabbiato perché gli si dice che la Juve non è stata europea, invece è stata sin troppo europea all’andata e al ritorno e il Benfica sin troppo italiana a fare di necessità virtù senza vergogna di difendersi. Non siamo riusciti a scardinare il muro del Benfica, quel muro che spesso va abbattuto insistendo sulle fasce, forse anche cercando il fondo: i bianconeri raramente anche in campionato crossano sulla corsa. Preferiscono tornare indietro, ripartire, duettare per entrare anche dal lato corto con il pallone. E’ il nostro credo. E questa volta è girata male. Ma resta bello e apprezzabile avere un credo e proporlo come una costante. Il Benfica lo scorso anno ha perso tutte le competizioni nei minuti finali e quest’anno hanno imparato la lezione. Sono stati attenti ed hanno portato a casa il prezioso risultato dell’andata, hanno vinto Coppa Nazionale e Campionato. Si sono riscattati. Il Benfica viene da anni di partite a questo livello. Pensare di essere superiori a loro significa peccare di umiltà. Non siamo stati da meno, lo abbiamo dimostrato sul campo, come sempre, ma differenza è che il Benfica è una squadra con giocatori dai piedi buoni in ogni zona del campo, esprime un calcio più “europeo” del nostro, molto rapido e veloce. È una squadra ben costruita seppur priva di veri campioni. Noi inconcludenti, loro  pragmatici. Hanno tenuto i nervi saldi e la mente lucida quando si sono accorti che non l’avremmo messa mai e poi mai dentro.

Quel gol alla fine della partita di andata è stato fatale come quello del Galatasaray dell’andata a Torino e, nelle due sfide che contavano, non siamo riusciti a segnare. Sono tanti i paragoni che si possono fare col passato, recente e no. Questa eliminazione e questo 0-0 ricordano anche i pareggi casalinghi, scialbi, con Liverpool ed Arsenal in Champions, dopo le sconfitte dell’andata. Vero che, come dice il mister, conta l’interpretazione più che il modulo in sé, ma la prevedibilità delle soluzioni di gioco e gli schemi offensivi ancora troppo rigidi non ci hanno aiutato, come succede invece in Italia. In Italia la Juve insiste e prima o poi sfonda, anche perché è semplicemente più forte. In Europa non funziona così. Bisogna giocare in modo più offensivo e vario. La Juve manca di contropedisti, di velocisti e di gente che cerchi il gol da situazioni come il calcio d’angolo, o il tiro da fuori. Serve maggiore qualità (in tutti i reparti), non è una squadra che ha il cambio di passo o di ritmo. Cambiare modulo significa cambiare anche interpreti in più ruoli puntando su giocatori veloci palla al piede. L’organizzazione e l’equilibrio non bastano. La ricercare esasperata dell’equilibrio, del dominio tattico e territoriale della partita non fa segnare. Almeno non sempre. In Coppa non riusciamo ad essere generosi e sfrontati. Il rinnovamento e la crescita deve essere negli uomini e nel sistema. Il rendimento mostruoso in campionato è dovuto in parte alla ferocia mentale di una squadra che in Italia si sente padrona e si comporta di conseguenza. La Juve gioca sempre con la certezza di poter recuperare e di essere già superiore all’avversario. Per questo credo che questo gruppo abbia già dato il massimo in Italia. Non ha più stimoli. Deve trovarne altri, deve affrontare nuove sfide, con nuove motivazioni. E forse anche con giocatori nuovi. Altri uomini. La rosa attuale va rimpolpata, rinfrescata, rinforzata. Serve chiarezza, ed il bilancio di fine stagione deve includere anche questo punto per ricominciare il prossimo anno: la Juve, il prossimo anno, deve lottare solo ed esclusivamente per lo Scudetto? In Europa non si tratta di vincere, ma di partecipare assiduamente e di raggiungere obbligatoriamente un buon livello di competitività. Serve starci per abituarsi e capirne il meccanismo. Poca fame si è manifestata nelle due gare con il Benfica dove, pur giocando discretamente, è mancata la “ferocia” che spesso la Juve  e Conte ci mettono in campionato.

Una Juve un po’ contorta e con poco agonismo. Senza furore. La mancanza di fame è dipesa e dipende da un approccio sbagliato di Conte alle competizioni internazionali perché forse il mister considera nel suo intimo la Juve inferiore a troppe squadre. Purtroppo la differenza la fanno gli uomini, la qualità dei singoli e questo divario è colmabile, in assenza di uomini e qualità dei singoli, col gioco, con l’approccio e la mentalità, con le idee. Poi mettiamoci le coppe, in generale, vissute come un peso quest’anno. Secondo me l’anno prossimo faremo molto, molto meglio. Fiducia.

Tra andata e ritorno si possono criticare a Conte le scelte di Vucinic e Vidal, titolari e fuori forma. Anche Osvaldo si è dimostrato completamente fuori forma e dagli schemi di Conte. Io credo che quest’anno la preparazione è stata cambiata per evitare il consueto tracollo di gennaio, per evitare che la Roma ci raggiungesse il campionato e secondo me anche per far arrivare in forma i giocatori al Mondiale. Dannato mondiale. Molti titolari della nostra rosa ci hanno salvato in questi mesi ma sono arrivati spremuti in questo finale di stagione. Non credo comunque che non riusciranno a recuperare in vista del Mondiale, è stato tutto programmato. Forse Conte non ha ancora l’esperienza giusta per gestire il doppio impegno. La sua Juve è perfetta e calcolatrice nelle competizioni annuali,inadatta nel dentro o fuori, dove prende sbandate paurose. Ma con un allenatore come Conte la Juve non può prendere scorciatoie, ovvero il gioco e la mentalità dei giocatori deve avvenire attraverso un processo di crescita costante che coinvolge vecchi e nuovi. Inutile recriminare troppo, gli episodi accaduti con Benfica e Galatasaray sono determinanti e significativi del fatto che dobbiamo ancora crescere per essere competitivi in Europa.

Troppa tensione negli uomini chiave, e pure troppa stanchezza. A maggio, dopo una stagione intensa, la paghi.Tutti noi ci aspettavamo di più. Il feeling della Juve con l’Europa non c’è. Bastava farne uno, invece la Juve non è riuscita ad essere cattiva il giusto per portare al goal. è la prima volta che la Juve non segna in casa e non ha segnato nella partita più importante. In una partita ci siamo giocati una finale nel nostro Stadio e la partecipazione, in caso di vittoria, nella  Supercoppa Europea con la vincitrice della Champions. Nelle partite che contano, ecco, la Juve spesso fatica. Non riesce a realizzare “gol facili” che, nel conteggio, fanno vincere. In Europa non riusciamo a fare gare senza commettere un errore.  Quando impareremo a giocare in Europa non perderemo partite come all’andata. Lì avremmo dovuto fare la partita che hanno fatto loro qui. Non è da Juve? Non è nella nostra mentalità?

Le lamentele di Conte, a fine partita, sono anche comprensibili, perché dice cose giuste. Non si può pretendere da un allenatore che si immola da solo da due anni in Europa e in Italia la maestria di volponi navigati come il tecnico del Benfica o Mancini del Galatasaray e pronti ad ogni stratagemma pur di vincere le gare, con merito o demerito. Più polli in campo, come Vucinic, per essere caduti nella loro trappola, nel loro tranello, tra risse, lamentele e barelle, che fuori.Chissà cosa sarebbe successo se non avessimo perso gli ultimi 15 minuti tra cartellini rossi e barelle in campo.Qui serve anche la società, che risponda a tono colpo su colpo. Conte ha criticato l’atteggiamento antisportivo del Benfica, ha detto che ci sono stati 49 minuti di gioco effettivo quando la media è di 60-65 e 6 minuti di recupero per tutto il tempo perso. Ha poi parlato di ostruzionismo da parte degli avversari, di presa in giro e che, dopo quello che è successo a Istanbul e con il Benfica a Torino, spera solo che in futuro l’Uefa abbia più rispetto per la Juve. Vero che manca qualunque autocritica anche se l’arbitraggio, nel match di ritorno, ci ha complessivamente sfavorito. Non è comunque per quello che siamo usciti.Chiaro che il Benfica ci ha marciato spudoratamente (lo ha fatto anche in questi giorni, prima di giocare la partita) ma noi dobbiamo essere più forti di questi mezzucci e di queste contingenze. Dobbiamo esserlo assolutamente, altrimenti la nostra dimensione resterà per forza di cose limitata.

La delusione più grande è la consapevolezza che non tutti, ma molti, tenderanno a sminuire la nostra stagione per colpa di questa eliminazione. Nessuna giustificazione attribuendo la sconfitta a sfiga o sfortuna. Il rammarico per aver perso una finale alla portata influirà sul bilancio della stagione. Necessariamente. 2 eliminazioni europee in un anno devono far riflettere. Però arriverà il terzo titolo italiano, entriamo nella storia e rispettiamo quelli che erano i progetti di inizio stagione che davano priorità assoluta al campionato. Auguriamoci di non subire contraccolpi clamorosi lunedì e chiudiamo il discorso. La Juve solo in un’altra occasione aveva vinto lo scudetto per più di due anni di fila. Le somme si tireranno dopo la festa scudetto.

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Crediamoci

benfica juve 1

di Davide Peschechera

Un Benfica che non è parso irresistibile, una Juve che non ha sofferto più di tanto ma che ha perso, offrendo una buona prestazione, non la migliore della stagione ma una delle più convincenti in campo europeo. Il rammarico è non aver approfittato di un Benfica più normale di quello che credevamo. Per questo il risultato un po’ di rabbia la deve fare. Problema tattico o mentale?  Davanti ad un Benfica tutt’altro che impenetrabile, la Juve ha mostrato ancora quel malessere internazionale, più per l’aspetto del risultato che per quello del gioco. La partita è raddrizzabile, la situazione non è irrecuperabile, la partita del Da Luz può essere un’altra lezione utile per crescere. Nonostante le similitudini con la maledetta partita di Monaco dello scorso anno per l’inizio di partita, con una Juve non subito concentrata e il Benfica al settimo gol su tredici realizzato su calcio da fermo, sembra che manchi la predisposizione ad affrontare le partite che contano nelle coppe. La Signora che fa 90 e paura a tutti in Italia, è sempre più in difficoltà del dovuto in Europa. Ci si chiede sempre se quest’anno saremmo stati all’altezza delle 4 semifinaliste di Champions con un Tevez in più. Ma ogni volta dal campo non arriva mai una risposta netta e certa, rimanendo un grande punto interrogativo in campo internazionale. Approccio blando e spaesato, un quarto d’ora di sbandate difensive, furore assoluto del Benfica, lanci di Bonucci, fuorigiochi di Vucinic e sofferenza del pressing altissimo dei lusitani. Scelta sbagliata quella di puntare su Vucinic, col senno del poi. Inizialmente comprensibile, però, dopo esser stato determinante col Lione al fianco di Giovinco. Capibile, quando Conte dice che «Mi serviva un calciatore che sapesse tenere palla e attaccare gli spazi. Avevamo studiato bene il Benfica, che tiene la linea molto alta». Il dubbio che ricorre sulle labbra dei tifosi juventini è perché mai, di fronte a un obiettivo primario come l’Europa League e al distacco monumentale ai vertici della A, l’allenatore non abbia schierato al fianco di Tevez l’attaccante attualmente più in forma (Giovinco) o il centravanti titolare per eccellenza, sulla carta (Llorente). Conte non fa mai la mossa che i tifosi vogliono eppure ha spesso ragione. Una verità è che Conte sta usando un bilancino speciale, nel gestire queste settimane di una stagione sfiancante, a lungo cavalcata tirando il motore al massimo. Riteneva utile titillare gli stimoli finali di Vucinic. E creare i presupposti per colpire anche in contropiede, probabilmente proprio con Giovinco, un Benfica più stanco e impreciso, tant’è che quando ha inserito Giovinco al posto di Vucinic, l’attaccante ha indicato ai compagni il 4-3-3 con la mano, perchè poi sarebbe entrato probabilmente Osvaldo per Asamoah. Poi Tevez ha segnato e Conte è rimasto sul 3-5-2. Voleva risparmiare Llorente, destinato a scendere in campo contro il Sassuolo appunto al fianco della Formica, come nelle ultime partite di campionato con Bologna e Udinese. Un po’ come ha inteso non accelerare con Barzagli. Le esigenze del turnover, che si appoggiano su ragioni fisiche, motivazionali e tattiche, sono note al tecnico e variegate per definizione. E vanno ben oltre anche una possibile staffetta tra Isla e Lichtsteiner, ora che si riparla di campionato. Che Conte non abbia timori a prendersi pure dei rischi, tra ciambelle col buco e insoddisfazioni pratiche, è storia. Consola la prospettiva che il risultato è rimontabile e ribaltabile. La sconfitta non deve condizionare il giudizio sulla partita disputata. Questa sfida dura 180 minuti. il 2-1 fuori casa non è un cattivo risultato.

Sul gol di Garay, Conte ha detto che “sui calci da fermo marchiamo a uomo”. Ecco, difesa bianconera immobile. Distrazione fatale. Buffon impietrito si tuffa male e tocca appena. Bonucci ha grosse, grandi responsabilità sul primo gol dove non prova neanche a saltare sul centrale argentino e si fa fregare, molte meno su quella di Lima. Al di là della bella, veloce, fulminea azione, la disattenzione è di Pirlo che non segue l’inserimento di Lima. Quello di Pirlo è un errore di lettura. Pirlo non si abbassa mai e non deve abbassarsi in genere, ma nella situazione specifica, con Chiellini forte sull`uomo e Bonucci piuttosto lontano avrebbe potuto (dovuto) leggere la situazione e occupare quel corridoio. Perché Chiellini segue Cavaleiro, Almeyda viene controllato prima da Bonucci, poi da Caceres. Unica vera distrazione della ripresa pagata cara. 2 su 2, ma accade spesso così.

Partiamo dai punti deboli evidenziali dalla Juve: abbiamo sofferto molto, e ancora, sui calci da fermo, la qualità e il tasso tecnico sugli esterni è inferiore rispetto ad altre parti del campo (non ci possiamo aspettare sofismi tecnici da Lichtsteiner, Isla e Asamoah che, nonostante tutto, spesso si trovano a tu per tu col portiere di turno con una facilità quasi disarmante agli occhi dei tifosi), come quell’ultimo passaggio che manca sempre una volta arrivati al limite dell’area avversaria, errori che possono costare cari concedendo delle pericolose ripartenze. La Juve ha un allenatore che fa dei movimenti di squadra  e della propria economia di gioco un dettato costituzionale. Proprio la ricerca esasperata dello schema, la mancanza di praticità, è la croce e la delizia di questo impianto di gioco, che tanto ci fa vincere in Italia e tanto ci fa riflettere con le mani tra i capelli in Europa. Penso che il 50% delle nostre azioni manovrate non si finalizzi proprio per la mancanza di quella spontaneitá che non c’è negli ultimi metri. Si dice spesso che la Juve gioca difficile e, in generale, la Juve soprattutto a squadre “aperte” cerca ancora giocate e soluzioni talvolta eccessivamente difficili per i parametri europei. Invece il Benfica gioca, in fase di possesso, un calcio elementare. Che non è per forza un male, anzi. Giocano un calcio abbastanza elementare anche Chelsea e Atletico Madrid, semifinaliste di Champions League(per ricollegarmi al discorso accennato sopra). Credo che Conte troverà una bella via di mezzo tra questi due estremi nel futuro, ne sono certo. È la mossa che ci farebbe fare un notevole salto di qualità.

Torniamo a noi. Qualche errore di troppo dei bianconeri sulla trequarti avversaria, errori banali, occasioni sprecate, con un Benfica che concede molto. Bisogna saperne approfittare meglio. Il Benfica è una squadra temibile, ma che la Juventus può battere. I lusitani hanno evidenziato molteplici limiti strutturali, soprattutto su possesso consolidato da parte della Juve che anche con una certa frequenza ha attaccato il lato debole della difesa lusitana e ha creato azioni pericolose. Insomma, punti deboli ne hanno e in trasferta potrebbero emergere anche in maniera nitida. Il fattore campo ha influito al Da Luz e influirà anche allo Juventus Stadium. Al ritorno serviranno esterni alti, dinamismo in mezzo al campo, cinismo in fase realizzativa, cattiveria, fortuna, lucidità, tante componenti che si completano. E qualche inserimento in più da parte delle mezzali, eccessivamente schiacciate sulle punte nel primo tempo. In questo senso manca come il pane Arturo Vidal che bene sa prendere il tempo ai fianchi dei difensori e bene sa allargare le difese avversarie.

Da sottolineare c’è il fatto che il Benfica ha segnato subito e per questo ha condotto per larghi tratti una partita di contenimento. Come a Monaco lo scorso anno, come sarebbero finite entrambe le trasferte senza il vantaggio iniziale lampo? Nel primo tempo la squadra di Conte, soffocata dal ritmo dei rossi e pure presa in contropiede, rischia di subire il secondo gol con ripartenze ficcanti, veloci e dirette. La transizione offensiva del Benfica è questa, attaccando la Juve su spazi ampi e aperti per muovere la difesa a tre, disinnescando le fasce laterali bianconere dove Lichtsteiner e Asamoah si trovano presi in mezzo da Markovic e Andrè Gomes che si allargano molto bene e raddoppiati da Rodrigo e Sulejmani in fase di possesso. Quella di non possesso invece è stata coraggiosa e aggressiva con una linea difensiva sempre piuttosto alta.

Conte, tuttavia, nella ripresa ha risposto alzando ancor di più il baricentro della squadra, ha chiesto alle catene laterali scalate difensive ancora più aggressive, con gli esterni alti ed i difensori laterali molto pronunciati in avanti, rispetto a quelle mostrate nel primo tempo, in modo da accorciare la squadra e non lasciare lo spazio sufficiente per le ripartenze avversarie. I portoghesi hanno esasperato la ricerca del fuorigioco. Ancora paziente giro palla, meno verticalizzazioni, più attacchi laterali, ricerca della giocata sul lato debole e inserimenti delle mezzali.

Infatti prima Vucinic serve sulla corsa Marchisio che allarga la difesa del Benfica e crossa per la testa di Pogba, poi Pogba apre sul fianco sinistro della difesa del Benfica per la corsa  di Lichtsteiner(manca il gol Marchisio che non chiude sul primo palo, poi nel secondo tempo spara su Artur), infine il gol nasce da un’apertura di Marchisio sul fianco destro della difesa del Benfica per Asamoah che scarica su Tevez. Due occasioni nitide volute e cercate e un gol. Su azione manovrata il Benfica non è più riuscito ad impensierirci ma i lusitani non sono più riesciti a consolidare il possesso palla come nel primo tempo.

Poi si è sbloccato Tevez. La rete in Europa gli mancava dal 2009, quando vestiva la maglia del Manchester United (vittima il Porto, tanto per restare sul posto). Il suo gol è una manna dal cielo e fa passare la sconfitta in secondo piano perché i giochi sono ancora del tutto aperti. Ha fatto tutto lui, ne ha fatti sedere due, poi ha bucato la rete. L’Apache nel momento più importante. Straordinario, fine del digiuno. 1842 giorni dopo. Da una portoghese a una portoghese. Azione di prepotenza e cattiveria agonistica.

Juventus quindi a due facce, impacciata nel primo tempo, intraprendente nel secondo. Qualche errore che mina sempre il percorso e la volontà ogni volta di recuperare.

In conclusione. Una gara che ad un certo punto la Juve avrebbe meritato di vincere si trasforma in una sconfitta causata da errori elementari ed evitabili. C’è di buono che la consapevolezza, la fiducia di una squadra che, in un ambiente caldissimo, ha retto l’entusiasmo degli avversari, superando il primo momento di smarrimento, ricostruendo piano piano la propria partita  e imponendo all’avversario ritmi elevati. Ho sentito tifosi dire che la Juve è lenta e noiosa, fidandosi di una sensazione e senza dare un reale significato alle parole. Gli addetti ai lavori, invece, parlano sempre di una Juve impressionante, che arriva in porta sempre con una certa facilità e che ha la capacità di chiudere l’avversario in gabbia e bombardarlo sin quando non si arrende, sportivamente parlando. Chiedete ad Artur.

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Siamo umani

napoli juve

di Davide Peschechera   

Dopo la sconfitta di Firenze di ben 5 mesi fa, la Juve incappa nella 2° sconfitta in campionato, a Napoli, senza il suo Tevez, senza segnare ma senza mai scendere in campo. Adesso potremo arrivare massimo a 102 punti, ma è bene fare il punto della situazione e non perdersi nel racconto dei record raggiunti o meno. Ultime 4 partite vinte tutte di misura, Buffon protagonista, Llorente e Osvaldo assenti ingiustificati. In fase di transizione offensiva, la Juve ripartiva da posizione troppo bassa, con due punte che non hanno la velocità per le ripartenze, costretti ad accontentarsi di sistematici duelli fisici e lanci verso il vuoto che spesso Pirlo e Caceres sono stati costretti ad effettuare. Vucinic ha toccato più palloni di Osvaldo (12 contro 9) nei pochi minuti in campo. È una bella notizia per un reparto martoriato tanto quanto quello del centrocampo. Digiuno di gol dopo 43 gare di campionato in cui siamo sempre andati a  segno. Il San Paolo resta l’unico stadio in cui la Juventus di Conte non è mai riuscita a vincere, dopo il pareggio per 3-3 di due anni fa e l’1-1 dello scorso anno.

Forse è impensabile andare a Napoli e lasciare un tempo a loro rinunciando ad attaccare. La Juve ha cercato di impostare la solita partita difensiva come fatto già contro Milan, Roma e Fiorentina ma non è riuscita a ripartire. Oppure, contro un Napoli che schiera il 4-2-3-1, se vuoi fare una partita attendista si dovrebbe schierare un 4-3-3 (o un 4-5-1). A specchio. Invece la Juve, per mancanza di uomini, cosa che spesso ha denunciato Conte, quando non riesce ad imporre il proprio gioco e difende, comincia il giochetto delle scalate difensive che coinvolgono Asamoah, Lichtsteiner, Pogba, Vidal. Senza la possibilità di poter avere il minimo margine di errore. Altrimenti ti puniscono. Ecco da dove nascono spesso i gol subiti. Poi vanno fatti comunque i complimenti al Napoli, che ha battuto al Juve con un grande Callejon, facendo la partita perfetta, con piglio e ritmo, con entusiasmo e studio, con molti duelli individuali vinti, soprattutto sulle fasce, circolazione veloce e decisa senza dare il tempo di ragionare ad una Juve in debito d’ossigeno. Insomma, atteggiamento giusto.

Tanti impegni ravvicinati con gli uomini contati, fattore che ha inciso a livello di brillantezza. Nessun turnover tra la partita di mercoledì col Parma e quella col Napoli. Vista la partita che abbiamo disputato, infatti, invece di schierare tutti i titolari Conte poteva almeno concedere un turno di riposo a qualcuno in questa gara. Invece, quando si parla di campionato, Conte sembra non sentire niente e nessuno, la formazione che scende in campo è sempre la stessa. Probabile vedere, dunque, in Europa League Padoin, Isla e Marchisio titolari. Persino Ogbonna, Peluso  e Giovinco, tutti contemporaneamente, se non fossero stati infortunati.

Poi un altro dato. La Juventus è la squadra che ha utilizzato meno giocatori in questa Serie A, 24. Stanchezza. Juve che ha pagato sotto il profilo atletico. Siamo umani. Ecco perché la sconfitta era prevedibile per tanti motivi. Non è che nel 2014 abbiamo fatto così bene. È una Juve un po’ in riserva, prima fisica e poi mentale. Una Juve che gioca un po’ al risparmio. Per la legge dei grandi numeri, prima o poi la formazione di Conte doveva fermarsi. Una volta ci esprimevamo meglio nei secondi tempi. Ultimamente giochiamo i secondi tempi su ritmi bassi, a ridosso della nostra area e lasciando il controllo del gioco agli avversari, a volte con poco equilibrio nel gestire ed esponendoci a rischi enormi, vedi la partita contro il Parma. Bisogna avere le idee chiare: o si chiude la partita sin quando ce n’è(come avremmo dovuto fare nell’andata di Coppa con la Fiorentina), oppure va bene contenere ma bisogna farlo almeno con difesa e attacco titolare, per garantire buone uscite difensive e difesa alta del pallone, facendo possesso, addormentando la partita ma non mollando completamente. Invece il tentativo di controllare si trasforma spesso in leziosità e mancanza di precisione e freddezza sottoporta. Come contro il Parma. Vittoria sofferta nonostante il 2-0 di fine primo tempo che, questa volta, ci avviava finalmente ad una partita in discesa e col minimo dispendio di energie. Invece, nel secondo tempo ci siamo abbassati, addormentati, abbiamo subito il 2-1 e non sembrava neanche che ci fosse superiorità numerica in campo. Diverso atteggiamento tra primo e secondo tempo tanto da assistere quasi a due Juve diverse, consegnando il pallino del gioco al Parma nel secondo tempo. Come  se subentra una certa pigrizia mentale, perché la squadra bianconera è consapevole di sapersi difendere in maniera egregia, con l’intenzione di risparmiare le energie e non concedere spazi. Ma imparare a riposarsi con il pallone tra i piedi, per non permettere agli avversari di prendere fiducia e di giocare, no eh?

Questa squadra ha la necessità di ritrovare la forza e l’energia mentale di affrontare le gare con grande intensità fisica e psicologica, ritornando a schiacciare il piede sull’acceleratore, senza pensare troppo alla gestione del risultato. Nelle ultime uscite si è vista una squadra troppo frenetica, che non è riuscita a consolidare il possesso palla, anche quando recupera in posizione bassa, cercando subito la giocata in verticale sulle punte o la giocata sugli esterni che, se pressati, entrano in difficoltà. Soprattutto in Europa. Ripercorrendo il percorso fatto in questa Europa League, prima di apprestarci ad affrontare la partita col Lione, già contro i turchi del Trabzonspor, in casa, la Juve non giocò per niente bene nonostante il 2-0. Una scelta, quella delle ultime partite tra campionato e Coppa, di attendere l’avversario nella propria metà campo. Non si possono neanche tirare fuori gli argomenti fatti sino ad oggi sulla mentalità e sull’approccio europeo se alla base c’è una precisa scelta del mister, soprattutto in Coppa. Quella delle ultime uscite sembra una squadra vuota, sfilacciata, col freno a mano tirato ma con priorità al campionato, chiarissimo e lampante. Ma con un distacco così netto sulla seconda, giocare con i titolari in Coppa è tanto sbagliato? A questo punto non si può neanche parlare tanto di errore quanto proprio di strategia, in UCL come in EL. Almeno contro il Trabzonspor abbiamo cercato di fare il secondo gol giocando più spregiudicati con tre punte e ci siamo riusciti, dopo i “cambi conservativi” che ci sono costati la qualificazione agli ottavi di UCL. Più dimestichezza e abbiamo osato, finito la partita con gli uomini migliori in campo, l’artiglieria pesante, e non con gli uomini peggiori come in Copenaghen-Juve, con De Ceglie e Giovinco invece di Asamoah e Llorente. Nell’1-1 interno di Coppa con la Fiorentina, invece, dopo Llorente per Giovinco, ecco puntuali i cambi Padoin per Isla invece di Llorente al posto di Pirlo e Pogba per Ogbonna.

Nessun tentativo di vincere la gara dopo aver perso l’occasione di andare a Firenze con più tranquillità, in un periodo pieno di gare, nonostante a Firenze, dopo un inizio un po’ incerto, con gambe contratte, passaggi strozzati e nessun coraggio di uscire a contrastare gli avversari, la Juve ha fatto la Juve, nel limite delle possibilità attuali. A differenza delle ultime uscite, in crescendo è stato il secondo tempo e non il primo. Nella ripresa, la Juve cambia marcia, comincia a macinare il suo palleggio lento, a tenere palla e a controllare il campo. Ne esce una squadra sempre attenta e sul pezzo fin quando la Fiorentina non ha mollato mentalmente. Partita tesa e decisa da un episodio. Fortunati e bravi a non perdere lucidità. Nonostante tutte le difficoltà.

Insomma, turnover obbligato in alcuni casi, vero, ma cervellotico non aver fatto giocare Bonucci, ad esempio. Giovinco, Ogbonna, Peluso, Isla, troppe riserve insieme in campo è un rischio alto, ma Conte continua imperterrito con quest’idea della “doppia squadra”, altro che turnover mirato e scientifico. È come se nella propria mente abbia due formazioni diverse che non possono assolutamente incrociarsi negli uomini se non in casi eccezionali (squalifiche e infortuni). Ogni volta avviene il restyling totale di fasce, attacco, a volte difesa e, se potesse, anche del centrocampo. Non crei una mentalità da grande squadra se affronti il Chievo come fosse il Barcellona, snobbando l’Europa. Dobbiamo imparare anche in Europa a dominare noi il gioco e la partita. Forse è questo che manca a Conte e alla squadra. Troppa, eccessiva attenzione al campionato e poca dedizione e inclinazione alle coppe. Il turnover si fa con il Genoa, con il Catania, non in EL. Invece noi facciamo il turnover con 11 punti di vantaggio in campionato. Boh.

La differenza tra titolari e panchinari c’è anche se ai fini del risultato influisce poco e questo è un complimento che va fatto al gruppo in generale. Perché nel 1° tempo con la Fiorentina all’andata, la stessa squadra, con 5 riservisti su 11 in campo, ha dominato la gara e rischiato di farne tre mentre i titolari, nella partita di campionato, hanno disputato un secondo tempo pessimo. Una chiave di lettura che a me piace molto è che fa giocare i panchinari in Europa per far fare loro esperienza e per farli sentire importanti all’interno della rosa. Conte credo che sia talmente convinto della squadra a sua disposizione e del gioco della stessa che non ha paura di nessuno, ne di presentarsi con alcuni giocatori panchinari in partite importanti della stagione. Resto quindi dell’idea che il problema principale sia quello di una condizione non ottimale, che ci può anche stare dopo aver tirato a mille fino ad un mese fa. Non che la squadra non sia potenzialmente in grado di reggere la doppia competizione, ma numericamente la rosa è un po’ corta quest’anno. Avendo fatto fuori Quagliarella e Vucinic, non si è rimpiazzato Matri con un quinto attaccante e avendo ceduto Giaccherini, non siamo stati in grado di comprare un quinto centrocampista. Io credo che sia questa la realtà dei fatti. E questo va ad intaccare sia le strategie di Conte, sia le dinamiche di squadra che ci portano a disputare gare molto altalenanti. È una Juve che va a folate, si fida dei colpi di cui sono capaci i suoi campioni(vedi le magie di Tevez, Llorente, Vidal, Asamoah, Pirlo) e si fida delle combinazioni e triangolazioni d’attacco estremamente precise e chirurgiche. Si specula molto sul risultato, più di quanto non abbia mai fatto. Un’ esigenza dettata dal logorio fisico-mentale che porta a questa necessità. Oggi si dice che la Juve vince grazie ai campioni, due anni fa sembrava di più grazie all’atteggiamento e al gioco. È in primis un problema numerico di uomini, che di modulo e di atteggiamento. Quando la Juve esegue l’ormai famoso “spartito”, non ce n’è per nessuno, quando non lo esegue è una squadra normale.

Poi credo fermamente che il terzo Scudetto consecutivo sia molto più del semplice obiettivo che ci siamo prefissati ad inizio stagione. È un’ossessione,una paura, come lo era l‘imbattibilità che ci bloccava all‘inizio dello scorso anno. Ma è una priorità assoluta annunciata. Anche se, a livello comunicativo, che benefici porta il parlare di priorità e focalizzare tutto su un solo obiettivo? Non che non fosse l’obiettivo unico e dichiarato già da inizio stagione, ma è meglio non dirlo, perché la Juve deve lottare su tre fronti. E poi, mettiamo che dopo Fiorentina-Juve dell‘andata le cose si fossero messe male, le “priorità“ sarebbero cambiate? Bisogna togliersi questo “peso“ per tornare a vedere una Juve reattiva e sgombra. Conte vuole cambiare e rischiare il meno possibile al momento e tirare sin quando può, con gli uomini più fedeli, col modulo che gli ha assicurato 2 anni di vittorie, col metodo di lavoro che ci ha portato sin qui. Si spiegano anche così alcune scelte testardi e apparentemente poco logiche del mister. Teme un calo finale e beffardo della Juve sull’obiettivo numero 1, dopo aver letteralmente sacrificato Champions League e Coppa Italia. Io credo che se si dovesse vincere il terzo scudetto consecutivo, il fatto di aver sacrificato e snobbato UCL, EL e TIMCUP spudoratamente, non farebbe gustare del tutto la vittoria di uno scudetto vinto in maniera apparentemente semplice. (Perché è stato il più difficile, più della sorprendente cavalcata del primo e della straordinaria conferma del secondo).

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Un’altra doccia fredda per tenerci svegli.

verona juve 2

di Davide Peschechera

Nessun disfattismo, nessun processo. Questa squadra non si può processare. Non si deve criticare. Anzi. Ma se ne può parlare, discutere, questo sì. Si possono fare delle valutazioni per migliorare, evidenziare i limiti e non solo i pregi, come facciamo il più delle volte. È una Juve più umana di quanto si creda, questa, capace di tutto. A Roma sono stati due punti guadagnati, col Verona sono stati due punti persi, cominciamo col dire questo. 4 punti da analizzare: i cali di tensione, i gol presi su calci piazzati, i cambi di Conte e le motivazioni di alcuni calciatori.

Non dobbiamo mai fare due goal prima del 60° se no poi ci addormentiamo. Questi, ripetuti, cali di tensione rappresentano il limite della Juventus di quest’anno. Crisi di gennaio? Richiamo della preparazione? Secondi tempi sottoritmo? Macchè, nessun calo fisico. La Juve quest’anno spegne semplicemente il cervello, molla la presa, stacca la spina. Non serve andare sempre a mille per vincere, basta giocare con intelligenza in alcuni frangenti. La necessità era solo una: tenere in cassaforte il pallone, gestire le situazioni, temporeggiare. La Juve fisicamente c’è e lo dimostra con i primi tempi che gioca. Le disattenzioni e i cali di concentrazione sono invece tornati: a Bergamo, a Cagliari, in casa con la Samp, a Roma con la Lazio e addirittura con l’Inter. È un fatto mentale. Non è una squadra nata per gestire il risultato, questa. 0 tiri in porta, 0 corner, 24% di possesso palla. 2 gol identici subiti dal Verona. È evidente che non abbia questa dote nel suo dna, ma può almeno imparare a farlo. Ad un certo punto, la squadra cala d’intensità e d’agonismo. È una squadra istintiva, che non sa controllarsi: o tutto o niente. Come Carlos Tevez: quando comincia a segnare in una partita, non si ferma più, doppietta col Verona e tripletta col Sassuolo. Quando non lo fa, dispensa “solo” assist e giocate essenziali ai fini del risultato.

Quanti goal abbiamo preso quest’anno su palla inattiva? 7 gol su diciotto sono arrivati da palla inattiva, dei quali cinque da corner, due da punizione indiretta. In 23 partite. Troppi, in tutti i sensi. Quasi metà delle reti incassate arrivano da questa strana e spiacevole situazione, 6 di questi 7 sono stati subiti tra gennaio e febbraio. Le due reti segnate dal Verona sono la goccia che hanno fatto traboccare il vaso dopo che il campanello d’allarme aveva già suonato contro Inter, Sampdoria, Cagliari. Nonostante la Juve domini e vinca le partite, la statistica comincia a gonfiarsi sulle incertezze e i rilassamenti derivanti da calci da fermo o cose simili. La Juventus non può andare in così netta difficoltà su ogni calcio da fermo. Una tendenza pessima che non si riesce ad arginare. Una condanna che potrebbe costarci cara. Andiamo nel panico totale e non siamo tranquilli in queste situazioni. Sono una sofferenza, una vera maledizione questi calci piazzati e questi calci d’angolo. La zona in difesa su palle inattive non funziona, sulle palle alte soffriamo troppo (da sempre). Da notare come il 2-2 arrivi da punizione battuta lentamente dal Verona con nessuno che presidia la fascia sinistra(né Pogba né Peluso) e Ogbonna che si perde Gomez. Completamente disarmati e disorganizzati su questa situazione di gioco, ignoranti di cosa si debba e si possa fare per cambiare tendenza. e reagiamo spaesati. Conte ha parlato addirittura di panico, di ansia, di squadra sconnessa, ci lavorerà su. Mi augurio, spero e credo che di rimonte come questa non ce ne saranno più, mi fido del mister e delle due parole.

Però, anche Conte che dice di pensare ai centimetri quando fa entrare qualcuno dalla panchina è una bella scusa che utilizza spesso, a caldo e a freddo, davanti ai microfoni. Peluso per Asamoah in teoria perchè più bravo il primo del ghanese sulle palle alte, senza considerare che un cambio del genere è un messaggio di sfiducia per la difesa, sollecitata da un numero di palle perse dal centrocampo davvero enorme, sfortunata quando anche Chiellini deva abbandonare il campo, in difficoltà quando con l’ingresso di Osvaldo per Llorente si comincia, come già detto, a verticalizzare invece di gestire le situazioni, temporeggiare, tenere in cassaforte il pallone. A Copenaghen De Ceglie in campo con Giovinco e Tevez in attacco. Non credo che Conte non sappia fare i cambi ma è dell’idea che in campo vadano i migliori e quelli devono vincere la partita e restare sino al 90esimo o quasi. Lungi da me dire che sia un ragionamento sbagliato ma è sicuramente un ragionamento che non sempre premia. Il più delle volte sì. Cambio gettato alle ortiche, dunque, quello di Asamoah-Peluso, con Marchisio che sarebbe potuto entrare al posto di Vidal o Pogba, irritanti. Pessimi. Idem Llorente. Forse è per questo che è arrivato Osvaldo e sarebbe dovuto arrivare Guarin. Cito testuali parole: “Abbiamo una Europa League da giocare e un Campionato da vincere, qualcuno è qui da troppo tempo e va smosso, serve entusiasmo e concorrenza, anche se ci sono gerarchie ben precise lì davanti”.

Il fatto che Conte abbia ribadito che: “Il campionato è molto lungo e non si è ancora vinto nulla: abbiamo conquistato due scudetti con cattiveria e dovremo fare lo stesso quest’anno. E’ un pareggio che ci farà fare un bagno d’umiltà”. E poi: “Dobbiamo stare attenti, altrimenti vanifichiamo tutto quello che di bello abbiamo fatto. Farò le mie valutazioni serene, inevitabile che il posto bisogna tenerselo ben stretto, soprattutto a centrocampo dove c’è Marchisio che si sta sempre sedendo in panchina. E poi abbiamo preso Osvaldo che potrebbe essere un’alternativa in attacco. Non ci sono titolari o vice, gioca chi sta meglio. L’importante è avere giocatori che abbiano voglia di mettermi in difficoltà nelle scelte. Dare la colpa al turnover, visto che abbiamo una partita a settimana, non mi sembra il caso. Le motivazioni devono sempre essere al mille.” deve far riflettere: ha fatto chiaramente capire che potrebbero esserci dei cambiamenti nelle zone in cui la squadra non ha funzionato. Nelle zone, come il centrocampo, in cui si facevano colpi di tacco sul 2-0 e sul 2-1.

Insomma, il fatto che le lezioni non vengano assorbite rappresenta un evidente limite. Il passo tra campo e panchina è brevissimo e qualcuno meriterebbe un turno di riposo, giusto per riflettere, meditare, ricaricare le pile. La competizione interna evita i cali di tensione. Qualche scelta rumorosa potrebbe essere propedeutica. Leggerezza e qualche motivazioni persa per strada. Sufficienza, approssimazione, supponenza, sembrava che la gara fosse già terminata, per come facevano girare la palla, mentre c’era ancora tutto un tempo da giocare. Il riferimento è a Vidal e Pogba. Intanto il consueto giorno di riposo è andato a farsi benedire, mezz’ora di chiacchierata e poi tutti a casa a pensare.

Tutto quello che ha un inizio, ha anche una fine. Ci sono vaghe similitudini tra il pareggio di Verona e la sconfitta di Firenze (20 ottobre), là dove in entrambe le partite la Juventus è stata rimontata in maniera eclatante dall’avversario dopo averlo schiacciato e aver chiuso il primo tempo in vantaggio di due gol. La similitudine sta nella presunzione di una squadra che a volte si rende conto di essere molto più forte. Prevenire è meglio che curare e quest’anno si fa bene a resettare certe situazioni ormai cristallizzate e a non considerare il successo come un evento acquisito. La Roma è un avversario temibilissimo che fa bene a crederci visti gli scivoloni che fa la Juve di tanto in tanto. La storia è piena di inciampi e rimonte: conviene che l’allenatore ne metta a conoscenza il gruppo. Pepito Rossi e la Fiorentina, Antonio Candeva e la Lazio. Due giocatori, due squadre, due città diverse. Si era aperta dopo la tripletta subita a Firenze, la striscia di vittorie consecutive della Juventus, si è chiusa con il pareggio all’Olimpico, contro la Lazio. Juve fermata dopo ben dodici vittorie consecutive in Serie A. Genoa, Catania, Parma, Napoli, Livorno, Bologna, Udinese, Sassuolo, Atalanta, Roma, Cagliari e Sampdoria. Tutte messe sotto negli ultimi mesi, tra goleade e pochissime sofferenze. A Bergamo invece si era fermata l’imbattibilità di Buffon: 745 minuti e sesto posto nella classifica dei portiere più a lungo imbattuti in A. Speriamo che il 2-2 di Verona, molto simile alla sconfitta di Firenze per come è arrivato, dia un’altra bella scossa a tutto l’ambiente.

Infine la moviola. Era in fuorigioco Tevez di una gamba, era in fuorigioco Toni, di testa, ma con altri 4 veronesi. Restano nel finale le proteste del Verona per il mano di Lichtsteiner che salta su Toni e colpisce con il dorso della mano molto larga. E’ vero però che lo svizzero non può rendersi conto della cosa essendo di spalle e il pallone colpisce la sua mano senza che lui la muova. L’interpretazione della non volontarietà ci può stare. Nel caso del tocco di mano di Vidal, invece, si può configurare un movimento che tenda a costituire maggior ostacolo: Vidal vede arrivare il pallone e allarga il braccio, forse involontariamente, ma il contatto è tale che potrebbe meritare il rigore anche se Doveri lo giudica completamente involontario e meccanico, come nel caso di Lichtsteiner. Poi ci sarebbe anche l’entrata a martello di Marques su Vidal al 37’ del 2T, sanzionata solo col giallo, dopo quella omicida di Kuzmanovic di domenica scorsa, sanzionata alla stessa maniera. Ma non bisognava tutelare i campioni? Adesso torniamo con umiltà ad affrontare le prossime partite.

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E adesso? Bi-plete?

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di Davide Peschechera

“Poche chiacchiere, sarebbe un grosso colpo uscire anche dalla Tim Cup e ritrovarsi con questo squadrone a lottare solo per Campionato ed EL”. Lo pensavo e lo avevo scritto ad inizio partita, lo penso ancora e lo ribadisco: più che la sconfitta in sé, a bruciare è il secondo(?) obiettivo(?) stagionale. Direzione di gara che definire controversa è un eufemismo. Decisioni discutibili della terna arbitrale. Tagliavento approssimativo e leggermente casalingo. Benatia probabilmente non doveva finire il primo tempo, graziato dopo 15′ con “un’ammonizione da ultimo uomo”. Novità regolamentari. Poi er go’ de Peluso era regolare ma Thohir ci ha ripensato e ha detto no. Primo cross decente di Isla in 2 anni e gol annullato. Pallone uscito di 30cm.(forse), dopo i 21cm. di Llorente. L’antisistema del guardalinee ha funzionato. Dubbio offside sul loro gol, con la Rai che non sa neanche cosa significhi la parola “replay”. Sugli episodi Conte sereno: “Giovinco? L’arbitro ha deciso in questa maniera, non voglio entrare nell’analisi dell’episodio, lo accettiamo. Il gol di Peluso? Rivedendolo, a me sembra dentro e pure di parecchio, sinceramente parlando, poi si può sbagliare e si può non sbagliare, ma la palla è dentro. Però ribadisco, meglio che sia successo a sfavore nostro perché sennò figurati che succedeva se accadeva a favore nostro, con tutta la storia degli aiutini…”

La Juve rimaneggiata di Coppa Italia e imbottita di panchinari tiene testa alla Roma titolare per tre quarti di partita ma alla fine capitola di contropiede ed esce dalla competizione, con qualche valutazione che, al di là della direzione di gara, va fatta in tutta onestà. 7/11 dei titolari in campo. Fuori Tevez, Llorente, Buffon e Pogba. E nel secondo tempo anche Chiellini, con Barzagli a mezzo servizio. Condivisibile la necessità del turnover ma se la Juve avesse giocato solo 5 minuti da Juve avrebbe vinto facilmente la partita con una Roma incapace di trovare altre soluzioni d’attacco (limite di Garcia) differenti dal contropiede in rapidità (per altro fatto benissimo dalla Roma e sfruttato nell’unica occasione concessa).Pesa però il turnover esagerato di Conte, forse troppo sicuro di poter fare risultato anche cambiando esterni e coppia d’attacco tutti insieme. Se non ci fosse stata la Roma (e forse anche il Napoli, Conte avrebbe fatto giocare anche Padoin e Caceres. Per dire. Si poteva dare importanza alla Coppa Italia con una rotazione mirata più mirata e meno massiccia. Poi però Conte fa capire le reali intenzioni a fine partita: “Avevamo sempre utilizzato la coppa per fare rotazione e abbiamo bisogno di avere 20-22 giocatori abituati a giocare anche questo tipo di partite.” Conte tiene unito il gruppo promettendo ai panchinari di giocare la Coppa Italia e deve rispettare i patti. Solo così si spiega il turnover massiccio, perché Conte così mostra anche più rispetto per i vari Quagliarella e Giovinco facendogli giocare una partita che contava qualcosa piuttosto che giocare senza motivazioni contro la Sampdoria, però se Conte pretende da loro il massimo senza che abbiano continuità col campo è difficile che rendano. Non giocano mai, è normale che quando hanno una chance non siano in grado di sfruttarla. Troppa differenza con i titolari che ormai sono di un altro pianeta, hanno altri ritmi, altre misure, tutt’altra intensità di passaggi. È evidente. Se le riserve toccano palla troppe volte consecutivamente vanno in affanno o sbagliano gli appoggi o le misure del passaggio. Vedi gli attaccanti e gli esterni, appunto.

Sindrome europea? Macché. Mentalità di Coppa. Nazionale e non. Sappiamo ammazzare il campionato e non aggredire le partite che contano. La mentalità di coppa come la acquisisci se nelle coppe giochi sempre coi rincalzi? Vedi Copenaghen in Champions e Roma in Coppa Italia. Una Juve che nelle coppe ama complicarsi la vita. Gioca sempre con le infradito e la palla medica da 5kg. E si ostina a giocare con le riserve sino all’80’. Mi domando a cosa servano i punti di vantaggio in campionato se non a gestire situazioni delicate come gli impegni rognosi di Coppa Italia ed Europa League. A noi le Coppe stanno indigeste. Spero di vedere diverso approccio e intensità in Europa League. Continua ad esserci una Juve a due facce, tra campionato e coppe, dai tempi di Lippi. Approcci e atteggiamenti diversi.

Non si capisce come Conte potesse pensare di vincere una partita del genere “non giocando” affatto. Un’ora a presidiare la nostra area e poi gol in contropiede. Il mister é un Dio. Con i difetti degli umani a volte. E sono pronto a scommettere che rivedremo lo stesso film anche in Europa League. Il colmo. Bonucci che prima va con meno grinta di Pjanic sul pallone e poi si perde Gervinho sul gol, sintomo di una Juve distratta nel complesso, che ha preso sottogamba l’impegno, snobbato e sottovalutato l‘incontro. Arroganti a pensare di vincere con le riserve. Bastava far entrare anche solo Tevez, Llorente o Pogba prima. Non abbiamo fatto un tiro in porta e ci siamo rassegnati alla sconfitta già dal primo minuto scendendo in campo con quella formazione. Se nelle partite secche non si schierano i migliori questi sono i risultati. Contano più i trofei dei record. Il turnover andava fatto in campionato. La formazione iniziale diceva una sola cosa: voglio essere eliminato. Non ci credo che contro la Sampdoria mettiamo tutti i titolari, con 8 punti di bonus da giocarci(e giocheremo con i titolari anche contro la Lazio, ne sono certo), e poi giochiamo con 5 riserve contro la Roma in partita secca da dentro-fuori. Turnover massiccio inconcepibile.

Alla fine la Roma ha meritato perché perlomeno ci ha provato. Ha vinto chi la voleva di più e chi aveva più motivazioni, come spesso accade. Ultima Coppa Italia vinta nel 1994/95, un ventennio fa. La Coppa Italia non era un obiettivo della società e di Conte; la Roma ci ha puntato di più. Si era capito già dal primo anno, quando nella finale contro il Napoli giocarono Borrielo-Del Piero in attacco invece di Vucinic-Matri. Ci sta, ma almeno si eviti di dire “puntiamo a tutte le competizioni”. Che senso ha giocare una partita simile e poi mettere Tevez quando vai sotto? Se non frega nulla si abbia la coerenza di finire con quelli con cui si é iniziato.

Fuori da due competizioni di cui una la Champions, fotocopiando quella dello scorso anno, e l’altra la Coppa Italia, poco incisivi e risucchiati anche qui da una sorte di complesso. È evidente la differenza di rendimento tra Campionato e Coppe, con una squadra e un tecnico che dimostrano di essere più affidabili in competizioni di lunghe distanze e non immediate.  Juve che ha aspettato troppo e non è stata in grado una sola volta di tirare in porta, la Roma con due tiri di cui uno grazie all’immobilità della difesa passa alle semifinali. Questo rende l’idea e fa capire come ci volesse poco in più per vincerla. Sarebbe bastato volerlo. Invece poca voglia e capacità mentale di giocare a certi livelli. Per la Roma dopo la sconfitta di Torino 4 vittorie consecutive, tutte in casa. 9 fatti, 0 subiti.

Per avere i frutti e i risultati che Conte ha ottenuto in campionato c’è bisogno, oltre che di grande intensità in allenamento da parte di tutti i giocatori, agli stessi livelli della partita, come sappiamo, anche di un gruppo unito a partire da Rubinho fino ad arrivare a Tevez. Per fare questo deve far leva su qualcosa e spronare tutti a dare il massimo, promettendo anche alcuni “premi”. È l’unica chiave di lettura possibile. Ecco, sembra quasi che la Juve abbia dovuto e voluto sacrificare la Coppa Italia. Tra un po’ inizia l’ Europa League e saranno turni e trasferte molto dure, tutti match giocati di giovedì sera e domenica sera. Andremo in casa di Napoli, Milan e Roma, alla fine… La Coppa Italia è una seccatura che dovevamo toglierci? Passiamo oltre. Anche se non abbiamo più la CL, ci sono due partite in più di EL, sempre che la si affronti con la giusta determinazione.

Insomma. Due giorni surreali. Verrebbe solo da dire: “Togliamo il disturbo, ma vedrete che banditi verranno dopo di noi” (Antonio Giraudo). Negli ultimi 3 anni, abbiamo perso la TimCup sempre a Roma: in finale contro il Napoli 2-0, nella semifinale di ritorno contro la Lazio 2-1 dopo il pareggio dell’andata, ai quarti contro la Roma. Conclusione? Teniamoci Vucinic, perché non abbiamo punte all’altezza di Tevez e Llorente. Giovinco e Quagliarella la conferma: c’è un abisso tra titolari e panchinari, Vucinic è una via di mezzo. Ma, a proposito di panchinari, se ci fosse stato Guarin in panchina…

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Senza aiutini

senza aiutini

di Davide Peschechera

A mente fredda. Ho voluto capire perché i due gol sono regolari e non sono stati annullati e perchè Rizzoli ha dato il rigore. Senza sottovalutare “er sistema” che ci ha consentito lo Stadium (prima che crollasse, ovvio). Passa qualche minuto e penso: “Due gol regolari, un rigore sacrosanto, due espulsioni giuste, nessun aiutino. Non è possibile, questa partita è assolutamente da ripetere. Anzi, no. Perché Bergomi a partita in corso conferma: “vince la Roma anche se perde.””.

Il problema del giuoco del calcio è che dopo molto parlare, infatti, tocca giocare. E mentre noi vinciamo sul campo, gli altri chiacchierano. Con la Roma ci si diverte sempre: negli ultimi tre anni tra campionato e Coppa Italia allo Stadium, Juventus-Roma 14-1. Nel dettaglio: Giaccherini, Del Piero, Kjaer, Vidal, Vidal, Pirlo, Marchisio, Pirlo, Vidal, Matri, Osvaldo, Giovinco, Vidal, Bonucci, Vucinic. Ricapitoliamo: 13 gol dei giocatori della Juve più due di romanisti (Osvaldo e Kjaer). Peccato che uno dei due romanisti (Kjaer) abbia fatto gol nella propria porta. Quindi aggiorniamo: le visite allo Stadium sono finora costate alla Roma 4 sconfitte, un solo gol segnato (su rigore di Osvaldo) e 14 subìti. Tutte vittorie nette e incontestabili. Continuando con questa media punti si rischia di forare il tetto dei 100 punti finali (103,44 per esattezza). Il campo racconta di una Juve stratosferica: sempre vincente in casa, con dieci successi consecutivi in campionato. La grinta famelica di Conte ha contagiato il gruppo che da qui si autoalimenta per continuare a combattere, dominare, imporsi. È un gruppo di persone che lavora con dedizione, spirito di abnegazione, con consapevolezza delle proprie debolezze e con l’umiltà dei propri punti di forza. Gli altri, anche se tecnicamente alla pari o superiori, perdono perché non hanno questi ingredienti. L’autostima del gruppo, del mister, della società, dell’ambiente tutto, ha raggiunto picchi quasi impensabili e per la medesima ragione, le ambizioni della Roma hanno subito un brusco ridimensionamento. In fondo, i giallorossi tre gol in una gara sola non li avevano ancora presi. La Roma era imbattuta e aveva subito 7 gol in 17 partite. In una ne ha presi quasi il 50%. Il mister ha la capacità di caricarmi persino dal divano. Dieci trionfi di seguito come nel 1932. Il nono successo casalingo (su altrettante partite disputate), ma soprattutto la vittoria numero 16 in campionato, su 18 gare disputate. Con 49 punti (sui 54 disponibili!) conquistati e con un +8 proprio sui giallorossi, i bianconeri hanno conquistato il platonico titolo di Campioni d’Inverno con 90 minuti d’anticipo. E per la terza stagione consecutiva. Ricapitolando: in campionato il 70,21% di vittorie dal 2011 a ora, il 23,40% di pareggi, il 6,38 di sconfitte (una sola quest’anno, quella di Firenze dopo un primo tempo stradominato). Percentuali derivate da 94 partite, 66 vinte, 22 pareggiate, 6 perse. Un raffronto con Fabio Capello, già sorpassato: per il mascellato 69,74% di trionfi, 23,68% di pareggi, 6,58 di sconfitte. Più otto e vantaggio dilatato, ingigantito. Chi è abituato a vincere ha continuato a vincere, chi si sta attrezzando per riuscirci si è sgretolato prima sotto il profilo psicologico e poi sotto quello tattico. Alla Roma sono cambiate moltissime cose, la squadra è bellissima. Una cosa però, per ora, è rimasta uguale: quando si mette male si perde la testa. Vedi De Rossi. E la faccia. Vedi Totti. Della vittoria della Juve impressiona la consapevolezza della sua forza. Della sconfitta della Roma impressiona che al primo ko è disfatta. Per mentalità e gioco la Roma è la squadra che più si “avvicina” alla Juventus tra le altre. Ma non regge le pressioni. E questo è il male. Nonostante sia tecnicamente forte. Non ci sta che la Roma perda spesso la testa a partita compromessa, compromettendo così anche le successive. Vecchio vizio.

Partita studiata a tavolino, in allenamento. Atteggiamento Juve voluto e cercato da Conte, trasmesso e inculcato ai suoi giocatori. Tanta densità nella nostra area e ripartenze avversarie annullate. Tra il primo e il secondo tempo, però, ci sono state più intensità e meno errori da parte dei nostri e questi due cambiamenti hanno fatto la differenza. Per un tempo non avevamo mai visto la capolista giocare – in campionato – alla pari del suo avversario, persino prudente, quasi preoccupata di non prestare il fianco ai micidiali contropiedisti giallorossi. E’stato bravo Conte a preparare il match, a modellarlo sulle caratteristiche di chi aveva davanti, a frenare quando c’era da frenare, ad accelerare quando è stato possibile. Poi, una volta contenuta la furia giallorossa, non c’è più stata storia. Avesse osato, la Juve si sarebbe offerta proprio ai micidiali contropiedi giallorossi. La Roma, d’altronde, è una squadra che comunque non si sottrae a fare la partita se le si lascia spazio, ma le migliori vittorie le ha avute lasciando il pallino ad altri. Impacciati., infatti, col pallone tra i piedi: poche soluzioni offensive e reparti messo in ombra. Noi se c’è da fare la partita, la vinciamo, e siamo cinici se non la facciamo. Loro soffrono a farla con le piccole e con noi. Ma sono letali nel non farla con le grandi. E noi non glielo abbiamo concesso. Conte ha asfaltato Sassuolo e altre piccole. Garcia no. La Roma è dunque una squadra che se non ha spazi da attaccare o per allungare, perde tanto, nonostante giocatori molto tecnici. il possesso palla fine a se stesso ha messo in mostra pregi e limiti di un attacco che non ha saputo allargare le nostre maglie. Dall’altra parte, c’è stata la straordinaria capacità, maturità e duttilità della Juve di mutare atteggiamento e di vincere entrambi gli scontri diretti, col risultato di 3-0, ma giocando in due maniere diametralmente opposte. Il3-0 di oggi, infatti, è molto simile al 2-0 dello scorso anno contro il Napoli di Mazzarri allo Stadium, ma non al 3-0 di quest’anno contro il Napoli di Benitez. Da grande allenatore, quindi, Conte ha deciso per una volta di non fare la partita e da grande squadra, con umiltà, questi giocatori hanno deciso di seguire il mister e rinunciare alla solita manovra avvolgente. Tanta oculatezza nell’orchestrare le manovre offensive e squadra racchiusa in 35 metri, a muoversi mantenendo queste distanze, questo spazio, in questi pochi quanto efficaci metri quadrati, in fase difensiva. Ci sono molti modi di vincere e molti modi di perdere. E le due cose combaciano quando c’è dominio totale da parte di una sola squadra. Conte ha lavorato anche per Garcia costruendo alla perfezione la sconfitta della Roma, neanche al Bernabeu aveva lasciato così tanto spazio all’iniziativa degli avversari, sintomo che Conte intendeva vincere convincendo, questa volta, prima sul piano tattico che su quello del gioco. Il fine giustifica i mezzi e spesso, per Conte, i mezzi coincidono sempre col fine. L’input era quello di fare la Juve in fase di possesso palla, di limitare gli avversari con grande umiltà in fase di non possesso. E poi i giocatori, al di là degli schemi e delle tattiche. Tevez più di Totti. Pogba il vecchio, 20 anni pesanti e maturi come fossero 40, Pirlo il giovane, 34 anni leggeri e creativi come fossero 17. E tutti gli altri, che hanno fatto il solito, il massimo, il meglio. La Roma come un diesel nel primo tempo, la Juve come un turbo quando, alla prima occasione buona, ha ammazzato subito la partita.

Una Roma che sì ha cercato di giocarsela, ma è stata anche un po’ presuntuosa, visto il risultato. Ai romanisti, infatti, lasciamo la convinzione di essersela giocata alla pari. Il prepartita è cominciato con De Rossi che, qualche settimana fa, aveva affermato che: “Chi ci sta davanti in un momento particolare è stato fortunato con gli arbitri. Alcuni episodi che ci possono stare in un campionato, episodi che si pareggiano nell’arco di una stagione. E noi aspettiamo di pareggiarli“. Messaggi al sistema? Poi il Corriere dello Sport venne subito in suo aiuto e accese la sfida con le solite parole di Turone sbattute in prima pagina: “Turone accende la supersfida «La Juve ha sempre l’aiutino»”. Giornalismo degno della considerazione di cui gode all’estero. Poi Totti: “Roma più forte, vinceremo. Ma attenti, la Juve ha sempre l’aiutino”. Gli ha risposto prima Conte che, in conferenza stampa, non volendo alimentare tensioni pre-gara, interpellato su queste ultime dichiarazioni del capitano giallorosso, sull’insinuazione che “anche questa Juve riceva aiutini” ha risposto: “Ma sai, già potrei obiettare sull’ anche… Guarda, la prendo sul ridere perché è giusto che quando ci sono chiacchiere da bar, da tifosi, bisogna prenderla sul ridere e prenderla in maniera molto serena. Io dico che non ci sono delle risposte da dare a chi fa queste affermazioni. Anzi, io insegno ai calciatori, a chi lavora con me, a chi mi frequenta, che le risposte vanno date sempre sul campo, perché il campo rende giustizia sempre a tutto e a tutti. E dico che in due anni e mezzo il campo ha reso giustizia alla squadra più forte, in maniera anche molto netta e clamorosa alcune volte”. Poi Buffon, prima sul campo e poi ai microfoni, a fine gara: “Aiutino è la scusa di chi non vince mai”. L’unico aiutino che puoi avere, Francesco, e’ quello per salire sull’aereo e tornartene a casa o quello di Rizzoli che non concede recupero per evitare il quarto gol della Juve. Garcìa, poveretto, ha cercato di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, forse perché ha capito l’ambiente nel quale si è ritrovato e, proprio in conferenza stampa, all’elenco dei precedenti Juve-Roma dei giornalisti, ha risposto: “Ma cos’è, un corso di storia?”. Ma continuiamo con la rassegna stampa. È il turno di De Sanctis: “Il sistema italiano rende i bianconeri assolutamente più forti. A partire dallo stadio, che è un grande vantaggio. Al di là del risultato, in più di noi la Juventus ha solo gli otto punti in classifica.” Lo ha detto nei giorni scorsi e lo ha ribadito a fine partita. Il Sistema di Morgan De Sanctis o, in altre salse, “Il Palazzo”, o “Il Vento del Nord”, che fa il gioco della Juventus attraverso diversi “aiutini”, che ha permesso alla Juventus la costruzione dello stadio e che implica sudditanza psicologica nei confronti dei bianconeri. Una dimostrazione? Naturalmente la debacle europea e gli arbitri che, in Europa, non subiscono sudditanza. Vedi Grafe in Real-Juve. Paolo Liguori addirittura delirante a Tikitaka, appoggia la “teoria” di De Sanctis e paragona il giallo di Chiellini del primo tempo col rosso di De Rossi e dice che su Castan il pallavolista c’è spinta e fallo. Tutto frutto del sistema, degli aiutini e della sudditanza dello Stadium, naturalmente. Due pesi e due misure di Rizzoli, insomma. Per fortuna che concludono i nostri, Bonucci e Barzagli, dicendo l’uno che “Le parole pre-gara? “Le lasciamo a loro, noi facciamo parlare il campo. Negli ultimi anni a Torino li abbiamo sempre dominati.”, e l’altro: “Ci sono state dichiarazioni che ci hanno fatto girare un po’ lo stomaco e quindi hai un po’ di carica in più quando scendi in campo. Comunque sono cose che fanno parte del calcio, nessuno si è offeso”. Eh vabbè, non sanno perdere. Però poi penso e dico, tra me e me: “Ma che m’importa, se allo stadio c’era David Trezeguet…”

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Cose turche

 

gala

di Davide Peschechera

 

Si sentiva lontano un miglio la puzza dell’Inferno turco. Ce l’hanno fatta sentire appena dopo i sorteggi, quando si è scoperto che l’ultima partita del girone l’avremmo giocata a dicembre in una bella trasferta nell’est dell’Europa. Ieri sera, però, si è sentita proprio la puzza di bruciato. Trasferta tormentata e disgraziata.

 

Cominciamo dal Concilio sull’orario, evitabile. Il braccio di ferro tra polizia turca e Uefa, con quest’ultima che prima divulga un comunicato ufficiale (ore 14 italiane), poi lo mette in discussione subito dopo (ore 13 italiane). Poi, per la seconda volta, ritorna sui suoi passi per permettere l’organizzazione del servizio d’ordine (si ritorna alle ore 14 italiane). Intanto l’ Odissea della Juve senza albergo e nel traffico della città sino alle prime ore della notte. Poi la Uefa torna ancora sui suoi passi, per la terza volta, contro il parere della polizia locale che è contraria: ore 13 italiane. Decisione imposta dall’organismo europeo contro il volere delle istituzioni di sicurezza turche. La riunione prevista nella mattinata del giorno dopo, poche ore prima della partita, per la scelta finale. E il ritorno alle 14 ora italiana perché, obiettivamente, i giocatori non sarebbero potuti andare a dormire senza sapere l’orario ufficiale del match.

 

Il pensiero che attraversa la mente di tutti è lo stesso: la partita è stata falsata da un campo orrendo, ma la Juve ha buttato la qualificazione agli ottavi molto prima del gol di Sneijder. Siamo noi ad esserci messi in questa condizione ed il destino ci ha puniti con una delle situazioni più assurde che potessero accadere. Falsata o no deve essere un punto di partenza. Ci siamo “giocati”(in senso negativo, ovvio, perché stando prettamente al significato della parola, non abbiamo avuto modo di poterlo fare) la qualificazione all’ultima occasione disponibile. Il problema è come si è affrontato l’intero girone, non questa partita, che è stata una situazione a sé, imbarazzante quanto imprevedibile, vergognosa quanto ingestibile. Ma un dato: nelle 6 partite giocate dei gironi di Champions, abbiamo sempre preso gol. Anche ieri. Anche a Copenaghen, Anche in casa con i danesi. E con i turchi. Insomma, in quelle partite che avremmo dovuto vincere. Se non tutte, quasi. Tra Copenaghen, Torino, Istanbul e Madrid, 6 punti in questo girone sono pochi e valgono l’eliminazione. Assumiamoci le nostre responsabilità, ma andiamo subito via da questo posto. È stata una pagliacciata. Il Galatasaray si è adattato: lancio lungo e spizzata. “Una partita a tamburello e a tamburello non sappiamo tanto giocare”, ha detto Conte a fine partita. La Juve ha cercato di giocare la palla. E quando non può farlo diventa molto meno efficace e una cosa che proprio non si poteva fare nel pomeriggio di Istanbul era cercare il passaggio e la manovra. In condizioni climatiche accettabili avremmo vinto noi, probabilmente. Una partita decisa da un episodio con un campo inagibile. Fango e ghiaccio, un miscuglio di insidie in cui si sono arenati i bianconeri. Tra l’altro il terreno era diseguale. Una metà campo era stata spalata dalla neve con i trattori e se ne vedevano i solchi: è solo un caso che fosse quella in cui si sapeva che il Galatasaray avrebbe giocato in attacco soltanto per 15’ mentre alla Juve sarebbe toccato farlo per 45’? In queste condizioni la squadra più tecnica è penalizzata, ed è più semplice per i difensori della squadra avversaria fermare ed intercettare una palla che già si ferma da sola. Una partita che è diventata, col passare dei minuti, un terno al lotto, un avere più fortuna, nulla di prevedibile e applicabile tatticamente. I valori si sono equiparati, livellati. Ma non si parli di sfortuna o di congiura. La bravura e la maturità si misurano anche con la capacità di adattarsi tutte le situazioni e gli uomini Mancini l’hanno fatto meglio. Il divario di mestiere tra Drogba e Pogba è balzato agli occhi in ogni azione: l’ivoriano ha calamitato palloni per trasformarli in sponde, compreso quello che ha mandato il gol Sneijder; il giovane francese non ha capito neppure per un attimo che su quel terreno doveva usare giocate diverse dalle solite, si è impantanato nelle azioni solitarie e ha fatto impantanare il pallone a centrocampo, esponendo la Juve al pericolo soprattutto nella ripresa.  E come capita spesso il gol turco, con la difesa scoperta, è arrivato nel momento in cui la Juve sembrava aver ripreso il controllo del match.

 

Conte a fine primo tempo ha detto chiaramente all’arbitro “This in not football”, “Questo non è calcio”. “Quando sono arrivato ho visto il campo e l’impossibilità di giocare. Sono andato dall’arbitro che mi ha detto parla con l’altro allenatore. Allora sono tornato dall’arbitro con Mancini, c’è stata la riunione con delegato Uefa. Lui ha chiesto a Mancini cosa ne pensasse e tutti e due abbiamo detto che era “dangerous” per i giocatori, anche l’arbitro era d’accordo con noi ma l’Uefa ha detto che si poteva giocare.” The show must go on, a tutti i costi, evidentemente, in Europa. I sorteggi non aspettano nessuno. “Non capisco come oggi il campo non poteva essere “dangerous” per i calciatori se lo era stato ieri.”. Ieri le condizioni del campo non garantivano l’incolumità dei giocatori, ma oggi si è giocato in situazioni decisamente peggiori. E poi Drogba, dello stesso parere di Conte, ma con una sfumatura, sostenendo che “è così per tutte e due le squadre” e Conte che gli ha risposto: “Ma su un campo normale non so se sarebbe finita così”. Eh già. Una squadra che aveva tutto da perdere, l’altra tutto da guadagnare, non facciamo gli ipocriti, diciamo almeno le cose come stanno. “Noi siamo stati penalizzati enormemente. Forse dove abbiamo sbagliato, e lo dico per esperienza, è ridurci all’ultima partita e giocarcela qui, ci siamo complicati noi la vita in Champions”. Per chi pensa che Conte e tifosi stiano piangendo, questa frase dimostra che non è così, anzi. S’impara e si guarda avanti, recriminando il giusto.

 

Chi pensa che esser fuori dalla Champions sia un vantaggio per campionato, si sbaglia. Potremmo pagarla, in autostima e convinzione, anche se Conte tenterà di motivare ancora i suoi dopo questa delusione come è da sempre abituato a fare. Cerca motivazione ovunque. Dispiace solo essersela giocata in queste condizioni e in questa situazione, difficilmente amministrabile, conducibile, coordinabile da noi. Abbiamo perso stupidamente punti per strada e ci è scivolato il destino dalle mani, senza più possibilità di cambiarlo. Servirà da allenamento, in EL è pieno di campi così. Il risultato in sé per sé è indiscutibile, può capitare. È stata una partita secca che ha visto emergere le strategie turche. Gli sbagli sono stati fatti prima di questa partita. Noi ci abbiamo messo del nostro in precedenza.

 

E poi i tifosi, tornati in Italia con un mucchio di ghiaccio tra le mani, senza vedere la partita, tanti soldi spesi, una retrocessione in EL e la beffa di Juve-Sassuolo spostata alle 18:30 della domenica, diretta conseguenza dell’inferno di Istanbul. . Alla fine, dei 2600 presenti, ne sono rimasti 700 che alle 14 (le 15 ora locale) sono tornati ad occupare il ghiacciato settore ospiti. La sconfitta fa male e ci riporta alla mente altri capitoli tristi della storia bianconera, lo Scudetto perso sotto la pioggia di Perugia, l’eliminazione in mezzo al ghiaccio di Poznan e ora l’addio alla Champions nel pantano ghiaccio e fango di Istanbul: maledizione Juventus. La sensazione di aver dato il massimo, come sempre, ma non è bastato a causa di errori evitabilissimi commessi durante il percorso. La sensazione d’incompiuto dopo l’uscita ai quarti, lo scorso anno, al cospetto del Bayer. La sicurezza e la serenità con cui uscimmo e con cui promettemmo d’affrontare questa Champions, non commettendo più gli stessi errori ma che oggi abbiamo già perso. Quell’amaro in bocca che ci accompagnerà per tutto il resto della stagione a meno che, forse, non si disputi la finale di EL allo Juventus Stadium con un cammino trionfante. Sta diventando un destino, forse diventerà un proverbio: “Incerto come un Galatasaray-Juve a Istanbul”.  Il 25 novembre 1998 la gara in programma a Istanbul viene rinviata per il “caso Ocalan”, il terrorista turco ospitato in Italia. La gara fu recuperata sette giorni dopo, sempre in Turchia, e si chiuse sull’1-1. Cinque anni dopo, nel 2003, sempre il 25 novembre, la gara che si doveva disputare ancora ad Istanbul, venne pure rinviata, stavolta per motivi di sicurezza in seguito agli attentati che nei giorni precedenti avevano sconvolto la capitale turca con morti e feriti. Anche in questo caso il recupero fu sette giorni dopo, ma la partita venne spostata a Dortmund, in Germania, per motivi di sicurezza e la gara venne vinta dai turchi per 2-0. La Champions, una coppa che manca dal 1996.

 

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