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Il Derby della mole. Intervista a Domenico Beccaria Presidente del museo del Grande Torino.


Intervista di  Cinzia Fresia

L’odio tra squadre della medesima città è un fatto increscioso che non dovrebbe esistere, nonostante la provenienza comune, tra gli Juventini e tifosi del Torino regna l’incomunicabilità e se non è possibile amarsi, ci si dovrebbe almeno tollerare.

Se si è arrivati a questo punto è sicuramente a causa di incomprensioni del passato che con il tempo hanno infervorato gli animi, e che oggi peggiora sempre di più.

La tifoseria del Toro non sopporta i successi della Juventus ed è felice quando perde, ed è speranzosa di vederla fallire nei prossimi obiettivi. Il Torino dal canto suo, si lamenta e si sente la “Cenerentola” del Campionato, sempre maltrattata dagli arbitri e per nulla tenuta in considerazione.

Per approfondire l’argomento, sappiamo, molto controverso per le posizioni delle due praticamente agli antipodi, ne parliamo con un tifoso granata d’eccezione e dal ruolo importante che è Domenico Beccaria, giornalista, scrittore nonchè presidente del Museo Grande Torino, Domenico ha avviato un cammino pacificatore tra le due tifoserie, ed è sempre presente durante le celebrazioni organizzate in ricordo delle 39 vittime dell’Heysel ed è un piacere incontrarlo e averlo con noi, l’intento è di fare chiarezza per capire e magari un giorno poter risolvere.

Ciao Domenico, e grazie per essere qui,

Allora .. Juventus e Torino, amici mai .. ma nemmeno nemici .. si può fare secondo te? Non si riesce proprio a mettere un “macigno” sopra al passato e non parlarne più?

Secondo me non è il modo corretto di porre la questione. Il problema non è essere “amici” o “nemici”, perché il termine corretto dovrebbe essere “avversari”, ma siccome parliamo di una rivalità cittadina che dura da centodieci anni ed è molto sentita, mettersi il cuore in pace ed accettare il termine “nemici”, dando però ad esso delle connotazioni ben precise e fissando dei paletti dai quali non uscire. Credo che sia giusto che tra le due realtà calcistiche torinesi debba esistere una fiera rivalità, sia in campo, cercando di prevalere nel risultato, ma rispettando le regole del gioco e l’avversario, così come sugli spalti, inscenando le coreografie più fantasiose e belle, arricchendole magari con qualche bello striscione di sfottò reciproco, ma senza scadere nell’offesa gratuita o peggio, nel vilipendio della memoria di chi non c’è più.

Quando ufficialmente le due tifoserie hanno cominciato ad odiarsi seriamente, tanto da non potersi nemmeno tollerare?

Da cosa ricordo io, l’odio tra le tifoserie inizia negli anni settanta, forse anche un po’ figlio di quella tensione sociale che in quegli anni attanagliava l’intero Paese. Ci si contrapponeva tra destra e sinistra, ricchi e poveri, polentoni e terroni, biondi e bruni…insomma, ogni scusa era buona per trovare qualcuno da odiare e con cui litigare. Un clima che, non per nulla, è passato alla storia come “gli anni di piombo”.

Domenico, il Torino ha vissuto fasi altalenanti tra cui alcuni anni in serie B e non tutti i passaggi di proprietà sono stati positivi, oggi però il Toro sembra ritornato ad essere competitivo, grazie anche al lavoro di Giampiero Ventura, che ha riportato la tua squadra in serie A. Ad oggi tutto sembra più stabile?

Credo che il lavoro che Ventura abbia svolto con maggior profitto, nei suoi cinque anni al Torino, sia stato di “allevatore” non di “allenatore”. Con un semplice cambio di consonante, infatti, si sottolinea la quantità di giocatori che il mister ligure cresceva e valorizzava, con ben chiaro il motto “sei quasi pronto per una grande squadra”, quasi che nel destino del Toro non ci dovessero essere sogni di grandezza, e che anno per anno andavano ad ingrossare le fila delle cosiddette “plusvalenze”, ovvero di quei giocatori che erano arrivati per pochi soldi e avevano lasciato, alla loro partenza un ricco tesoretto da spendere, che però Cairo non spendeva mai, se non in minima parte. Giusto per capirci, alla Juventus la partenza, magari dolorosa, di Pogba, è servita a concretizzare l’arrivo di Higuain e Pjanic. Le partenze di Grella, Dzemaili, Rosina, Ogbonna, Cerci, Immobile, Darmian, Glik, Peres, Maksimovic e spero di non aver dimenticato nessuno, chi hanno portato? La stabilità, a mio avviso, è data più da un livellamento verso il basso del nostro campionato, causato da tutta una serie di fattori, soprattutto economici, che col gioco del calcio hanno poco a che fare.

I tifosi del Torino, sono soliti attribuire la responsabilità circa le proprie disgrazie alla Juventus, di questa visione i tifosi granata ne sono convinti e non perdono occasione per accusare e lanciare maledizioni a ai tifosi bianconeri, colpevoli di esistere, questa è una posizione peraltro poco veritiera, non è tempo che anche la società distolga la tifoseria da questi pensieri che portano male, odio e insofferenza, per ricominciare una nuova vita?

Beh, credo tu voglia darmi atto che vivere nella stessa città dove c’è la famiglia che da cent’anni abbondanti, col suo potere e la sua ricchezza, ha scritto la storia del nostro Paese, influenzandone in molti momenti il corso, non sia facile. Sicuramente se noi granata ci sentiamo un po’ schiacciati da tutto questo, non sarà solo frutto della nostra fantasia, no? Dicono che anche i paranoici abbiano dei nemici, quindi consentimi, di avere qualche dubbio in merito. Con ciò, questo non deve essere motivo di scusa per giustificare i nostri errori o i nostri fallimenti sportivi. Dobbiamo avere la forza di crescere e crearci il nostro futuro, anche se oggettivamente le condizioni ambientali non sono le migliori. In una città come Napoli, Firenze o Bergamo, dove c’è una sola squadra, è certamente più facile e lo stesso discorso vale per città come Milano, Roma o Genova, dove la disparità tra le due realtà societarie è meno accentuata che a Torino. Quanto alle maledizioni, non credo abbiano mai ammazzato nessuno. Se qualcuno crede veramente che basti augurare male a qualcuno, per vederlo realizzato, è veramente limitato mentalmente. Per esperienza personale, se tutte le maledizioni che mi hanno lanciato i granata che non la pensano come me riguardo a Cairo e non solo, avessero attecchito, sarei già morto da un bel pezzo. Lasciamo la superstizione al suo giusto posto. Una cosa di cui ridere e scherzare, ma senza darvi troppo peso.

Questo odio e modalità anti-juventina fomentato anche dalle società in generale nel nostro campionato, non sta secondo te portando alla deriva questo sport? Invenzioni, accuse senza prove tutto per colpire la Juventus, non sembra un atteggiamento pericolosamente cervellotico che non c’entra nulla con lo sport?

No, non credo. Intanto credo e devi darmi anche atto del fatto che negli ultimi decenni la Juventus è stata coinvolta in diversi procedimenti, sportivi e civili, che non l’hanno vista uscire bene. Prescrizioni (che non sono assoluzioni) o condanne mai accettate (gli scudetti revocati) non sono episodi che aiutano a distendere e rappacificare gli animi. Ti racconto un episodio curioso. Al Museo del Grande Torino, abbiamo esposto un cimelio che non perdo mai occasione di far notare ai visitatori che accompagno in visita. SI tratta di una lettera su carta intestata del Torino Football Club, datata 1929. Il contenuto è di poco interesse, ma è bellissimo notare il testo dell’intestazione. Al Torino, Campione d’Italia 1926/27 e 1927/28, fu revocato per una presunta combine nel derby con la Juventus, il primo dei due scudetti. Ma la società aveva nel frattempo già provveduto a far stampare la carta intestata che recava entrambi i titoli come vinti. Beh, senza star li a farla tanto lunga, il dattilografo che aveva battuto a macchina la lettera, aveva tirato due righe sul primo dei due scudetti, cancellandolo e tanti saluti. Rifare la carta costava evidentemente di più che accettare serenamente il verdetto della giustizia sportiva. Si dice che le sentenze si possano ricorrere fintanto che la giustizia lo consente, in ogni grado e sede di giudizio, ma una volta passate in giudicato perché definitive, vadano accettate. Probabilmente da parte bianconera riconoscere che nel periodo Moggi – Bettega – Giraudo sono stati commessi degli errori e quindi accettare la sentenza, visto che oltretutto si è già pure scontata la pena (retrocessione e penalizzazione) sarebbe un bel modo per mettere la famosa pietra sul passato e mettere tutte le altre società e tifoserie nella posizione di non poter più criticare la Juventus. D’altronde sbagliare capita a tutti. Ma solo gli Uomini, con la maiuscola, riconoscono i propri errori e sanno emendarsi.

Parlando di morti, le nostre due squadre hanno in comune degli eventi tragici, la sciagura del Grande Torino e la strage all’Heysel a Bruxelles, ancora oggi ci fa male a volte anche a parlarne, potrebbe esistere quel giorno in cui celebreremo insieme ricordando questi morti, almeno per quel giorno senza recriminazioni?

Questa è una delle cose che mi sta più a cuore. Come ho detto nella risposta alla prima domanda, è indispensabile fissare dei paletti di civiltà dai quali non uscire mai per nessuna ragione. Sono fermamente convinto che si possa tifare a favore, si possa anche tifare contro, ma assolutamente non si debba mai perdere di rispetto a chi non c’è più. Anche certi sottili distinguo, come rispetto per tutti, onore solo ai nostri, non sono belli, anche se parzialmente comprensibili. Per quale ragione dovrei rifiutarmi di onorare un Uomo, sempre con la maiuscola, come Roberto Lorentini, medico aretino trentunenne, che salvatosi dalla prima carica degli hooligans, scelse di ritornare indietro per aiutare i feriti che giacevano a terra e morì tragicamente durante il secondo barbaro assalto degli inglesi? Forse perché era juventino? Ma assolutamente NO! Giù il cappello davanti ad un personaggio di tale spessore morale e coraggio umano, di qualsiasi parte politica, fede religiosa, credo calcistico o colore della pelle. Persone di questo valore danno un senso compiuto alla parola “umanità” e se mi rifiutassi di onorarlo non sarei migliore dei delinquenti che l’hanno ucciso. Quindi, sarebbe ora, da una parte e dall’altra, di smetterla di nasconderci dietro ad un dito. Basta con scuse puerili come “ma loro hanno detto…” o oppure “ma hanno iniziato prima loro…”. Chi se ne frega. Non conta chi ha iniziato, ma chi avrà il coraggio di smettere.

La Juventus, sta disputando una stagione entusiasmante, e’ prima in classifica e sta lottando per la conquista dello scudetto, ha ottenuto la finale di coppa Italia e a breve dovrà affrontare il ritorno della semifinale di Champions, secondo il tuo giudizio, la Juventus di Massimiliano Allegri, può vincere la Champions?

Sicuramente si. Se è arrivata a questo punto della competizione, eliminando con pieno merito una squadra come il Barcellona, ha sicuramente le possibilità di aggiudicarsi il trofeo. Ma non dimentichiamoci che di fronte troverà compagini che sono arrivate anch’esse fin qui con pieno merito. E per onestà, aggiungiamoci che il Real Madrid ha qualcosa in più della Juventus. Che non significa che sicuramente vincerà la coppa, ma che se a vincerla sarà la Juve, maggiore sarà il merito bianconero.

Anche il Torino avrà il suo stadio, come sta vivendo la tifoseria granata questa fase?

Beh, il Torino avrà il Filadelfia che però non sarà l’equivalente del JStadium. Si tratta di un impianto di capienza limitata che sarà usato per gli allenamenti della prima squadra e le partite della Primavera. Ma è comunque un primo passo verso il ritrovamento di una identità che negli ultimi due decenni s’era un po’ sbiadita. Se noi tifosi sapremo restituire al nuovo Filadelfia lo spirito che permeava lo storico campo, sarà certamente un bel successo e un passo significativo sulla buona strada.

Ritieni che l’ingresso di capitali di investitori stranieri che stanno rilevando le quote maggiori delle squadre italiane in deficit, sia un dato preoccupante o un male necessario per poter mantenere il Campionato di calcio in Italia?

Ne l’uno ne l’altro. Si tratta semplicemente di uno degli effetti della globalizzazione, per cui è normale che un investitore guardi più in la, a volte molto più in la, del suo orticello di casa e spazi per tutto il globo. I mali che affliggono il calcio sono ben altri, a partire dalla scelta di accentrare a favore di poche squadre il grosso dei proventi dei diritti televisivi e pubblicitari, creando così una squilibrio evidente, togliendo interesse ad un campionato che a gennaio ha già emesso una buona parte dei suoi verdetti e che la gente segue sempre più mal volentieri. Lo spezzatino che ci propinano, spalmando su più giorni ed orari le partite, nel tentativo di vendere a quanti più utenti televisivi quanti più eventi possibile, non fa altro che peggiorare la situazione, svuotando gli stadi da uno dei due attori principali dello spettacolo calcio. I tifosi. Senza di essi, viene meno il significato del contendere e dell’aver successo.

Domenico, tu pensi che se la Juventus emigrasse in un altro campionato, richiesta che noi tifosi da quando fu mandata ingiustamente in b chiediamo, voi sareste più felici?

Per quel che mi riguarda, sarei più triste. Ho un sacco di amici bianconeri, con cui ci sfottiamo senza pietà. Se dovessi per colpa di questa emigrazione sportiva perdere qualche sfottò, sia in entrata che in uscita, sia ben chiaro, ne sarei impoverito. L’ironia è il sale della vita e ogni battuta spiritosa persa o mancata, è una risata in meno che ci regaliamo in questa nostra esistenza invece così ricca di ragioni per piangere e rattristarsi.

“Domenico, tu sei il Presidente del un museo dedicato al “Grande al Torino” che ha sede a Grugliasco, in provincia di Torino, ci puoi raccontare com’è nato il progetto e il tuo impegno nei confronti di questa importante testimonianza storica?”

Il progetto di creare un museo dedicato al Torino nasce nel 2002, al termine di un triennio di mostre itineranti dedicate alla tragedia di Superga, iniziate nel 1999, cinquantesimo anniversario della tragedia. Volevamo mettere un “punto e a capo”, ma ci siamo riusciti solo in parte. Se da una parte siamo riusciti a creare un museo che proprio quest’anno compie 15 anni, dall’altra non siamo riusciti a fermare la fiumana di mostre itineranti. Eravamo arrivati a 52 nel 2002 e oggi siamo a oltre 150. Cui vanno aggiunte quella creata tre anni fa, chiamata “70 Angeli in un unico Cielo. Heysel e Superga tragedie sorelle”, dove settanta è appunto la somma tra le trentuno vittime di Superga e e le trentanove dell’Heysel, realizzate dal nostro museo con gli amici bianconeri Domenico Laudadio, curatore della “Sala della Memoria Heysel” museo virtuale sul web e Francesco Caremani, giornalista e scrittore, autore di un libro sulla tragedia dell’Heysel. Insomma, un percorso culturale ancora in pieno itinere. Il mio impegno culturale nasce nel 1994, quando viene chiuso il Filadelfia e si decide con alcuni amici di fare qualcosa per protestare contro questa decisione è dura tuttora. E visti da una parte i lusinghieri risultati e dall’altra quanto ci sia ancora da fare, credo che durerà ancora parecchio.

(Sia Domenico Laudadio che Francesco Caremani sono stati intervistati in passato da questo blog n.d.r.)

Hai un sogno nel cassetto che ti piacerebbe realizzare in questa vita che riguarda la tua squadra, e ti piacerebbe condividerlo con noi?

Mah, sogni nel cassetto ne ho tanti, ma quello che oggi vorrei condividere con voi è quello che per mio padre e il suo amico Aldo, non era un sogno, ma la realtà. Erano entrambi della classe 1928 e nel secondo dopoguerra non c’erano tanti soldi o possibilità per divertirsi. E allora, siccome Aldo giocava nelle giovanili della Juventus, di cui era anche accanito tifoso, ed aveva il tesserino che lo autorizzava ad entrare gratis alle partite casalinghe sia della Juve che del Toro, una domenica andava al Filadelfia, entrava e poi faceva furtivamente passare il suo tesserino tra le sbarre dei cancelli a mio padre, che a sua volta entrava gratis a vedere il suo amato Toro. Ma la domenica seguente, la scena si ripeteva al Comunale, dove l’ospite che assisteva alle gare interne bianconere era lui. Il tutto con mille battute e sfottò, ma senza mai un litigio o una parola fuori posto. Così dovrebbe essere, nel calcio come nella vita. Lo so che non è semplice, ma che ci costa provarci?

Grazie a Domenico Beccaria da parte di tutti noi del Blog per la piacevole chiacchierata.

 

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