
Scritto da Massimo Gizzi
Non è forse il momento più opportuno per analizzare la stagione della Juve, o nel complesso i 3 anni di gestione Marotta e i 2 di gestione Conte, soprattutto quando la stagione non è ancora finita e si concluderà, a meno di cataclismi, con il secondo scudetto consecutivo e, sicuramente, con il ritorno tra le prime 8 squadre d’Europa, oltre alla semifinale di Coppa Italia, però quando ci si scontra con la realtà dell’elite europea e se ne esce con le ossa abbastanza rotte è giusto porsi delle domande e (cercare di) darsi delle risposte.
Senza nessun catastrofismo, sia chiaro, né aprendo processi sommari, ma analizzando di testa e non di pancia i risultati ottenuti.
Come tutti sappiamo, un team è fondamentalmente la somma di 3 componenti: società, staff tecnico e giocatori, indissolubilmente legati tra di loro per il raggiungimento degli obiettivi sportivi. Tralascio volutamente la componente-tifosi solo perché, davvero, è l’unica alla quale non può essere mossa alcuna critica e tralascio altresì la politica societaria, volta a consolidare a 360° la struttura della Juve ma che esula dai discorsi meramente di campo.
Prima di partire, una rapida analisi del contesto di riferimento, ovvero il calcio italiano, che purtroppo non riesce a ritrovare i fasti di un tempo. Crisi economica, investimenti inesistenti sui vivai (con pochissime eccezioni), infrastrutture pessime (JS a parte, ovviamente), tassazione altissima, sono senz’altro i motivi principali di un decadimento che sembra non vedere fine, sta di fatto che, una volta usciti dai patrii giardini, le squadre italiane facciano una fatica immane a consolidarsi su posizioni di vertice. Attenzione, non dico a vincere, dico a lottare per. Il contesto di riferimento italiano non è pertanto probante al 100% relativamente al valore di una squadra che mira ad avere ambizioni non provinciali quale è la Juve.
Cominciamo dunque con Marotta, l’uomo che ci ha fatto tornare a vincere, secondo alcuni, l’uomo che ha dilapidato un patrimonio non indifferente, secondo altri. Sui suoi acquisti e cessioni è stato scritto e detto di tutto, inutile quindi andare a rivangare Martinez, Elia e Motta così come Pirlo, Barzagli e Vidal. I punti che vorrei andare ad analizzare sono essenzialmente 2: il valore della rosa rispetto al prezzo di acquisto e la composizione dell’11 titolare di quest’anno rispetto ai mercati marottiani. Nel primo caso il risultato è pesantemente deficitario per il DG, in quanto l’unico giocatore non parametro zero ad aver visto aumentato il proprio valore di mercato è Vidal, per gli altri o è rimasto invariato, e questo è già un risultato negativo per un giocatore di una squadra che vince il campionato da due stagioni consecutive, o è addirittura sceso, il che è addirittura un no-sense. Il dato dovrebbe quindi far riflettere sia sul carattere economico dell’affare, sia sulla valutazione tecnica data ai giocatori stessi. Degli esempi: Licht è un buon/ottimo giocatore, ma la valutazione è identica a quella di 2 anni fa, Bonucci è cresciuto a dismisura in questi anni, ma la sua valutazione neanche adesso raggiunge quella assegnatagli 3 anni orsono, Vucinic al di fuori dei confini italiani non gode dello stesso credito che ha da noi e, se è vera l’offerta dello United dello scorso anno, era praticamente uguale al prezzo pagato per averlo. Questo per dire che le contrattazioni o le valutazioni dei giocatori non sono quelle di mercato ma si paga un surplus a mio modo di vedere per l’incapacità di capire il valore e/o le potenzialità di crescita dei giocatori stessi. Per correttezza di analisi, dobbiamo certamente menzionare, oltre al già citato Vidal, i 3 ottimi parametri zero il cui valore è nettamente aumentato. In primis Paul Pogba, il baby-fenomeno portato alla Juve dal procuratore con cui Marotta neanche parlava, Barzagli, i cui stimoli in Bundes evidentemente erano al minimo storico per fare panchina al Wolfsburg, e Pirlo, che certamente non può essere definito un colpo di genio in quanto la carriera già parlava per lui. E veniamo ora al secondo punto, cioè la composizione della squadra titolare: lasciando da parte i 3 reduci dell’era Moggi, cioè Buffon, Marchisio e Chiellini, 2 sono stati acquistati nel corso del primo anno, Barzagli e Bonucci, 4 al secondo anno, Licht, Vidal, Pirlo, Vucinic, e 2 al terzo anno, Asamoah e Giovinco. Sembrerebbe a prima vista, quindi, che i mercati siano stati equilibrati, ma se analizziamo gli obiettivi vediamo che non è esattamente così. Il primo anno doveva essere, secondo le parole sia di Agnelli che di Marotta, quello della ricostruzione; in soldoni, niente stelle di prima grandezza, buoni/ottimi giocatori per costruire le fondamenta. Ebbene, di quella ricostruzione a distanza di soli due anni non c’è traccia se è vero che solo Bonucci e Barzagli, acquistato tra l’altro a gennaio, fanno ancora parte dei titolari. Di altri 11 acquisti non c’è più neanche l’armadietto a Vinovo, solo altri 4 fanno ancora parte della rosa. Ricostruzione? Io direi rivoluzione non riuscita. Secondo anno, si punta alla qualità quindi uno pensa a pochi acquisti ma mirati: arrivano invece tra estate e gennaio 13 giocatori, quasi la metà dei quali (5) spediti al mittente o verso altri lidi a distanza di pochi mesi. E venne infine l’anno del top player che, neanche a dirlo, a Torino non ha messo piede, lasciando il posto ad altri 7 acquisti non catalogabili, con tutto il rispetto, tra i top. In totale una 40ina di giocatori acquistati in 3 anni per comporre una rosa di 21 calciatori (non considerando come detto i retaggi delle precedenti gestioni), a prezzo salatissimo dato che molti di queste meteore sono stati regalate, prestate o vendute con minusvalenze notevolissime. In ultima analisi, non posso non rimarcare l’acquisto a 18 milioni di un giocatore proveniente da un gravissimo infortunio e la mancata ricontrattazione dell’acquisto di un altro giocatore, Quagliarella, infortunatosi durante il periodo di prestito e che ha impiegato un anno per tornare a livelli apprezzabili.
Giudizio su Marotta: bocciato senza attenuanti
Veniamo ora alla gestione tecnica della squadra. Qui non si può non partire se non innalzando un monumento ad Antonio Conte, l’uomo, lui si, della rinascita. Juventino fino al midollo, carisma, mentalità vincente, paura di niente e di nessuno: perfetto per guidare la Juve. I suoi due anni sono stati splendidi, con il ritorno alla vittoria in Italia e con il riavvicinamento a realtà consolidate in campo europeo. Questo per premettere che non mi priverei di lui per nessuna ragione al mondo, e le (poche) critiche che gli rivolgerò sono più un auspicio al salto di qualità definitivo anche suo (non dimentichiamoci che è comunque molto giovane come allenatore e con esperienza limitata). Le critiche che gli muovo sono essenzialmente due: la scarsa incisività nel cambiare la squadra in corsa e una buone dose di fondamentalismo nelle sue scelte. Sul primo punto devo dire che mi ricorda molto da vicino Capello, il cui apporto in panchina, al netto delle capacità motivazionali o gestionali, si limitava a cambiare giocatori ruolo per ruolo, senza inventiva, senza correzioni di modulo o di posizioni quelle (poche) volte in cui si presentava la necessità. Conte in questo, ma speriamo migliori col tempo, lo ricalca in tutto e per tutto, intuizioni se ne vedono poche, le sorprese per gli avversari sono inesistenti. La partita di Champions ne è l’emblema: Isla per Padoin, Matri per Quaglia e Giak per Marchisio, cambiano gli uomini ma non l’approccio tattico. Approccio che era stato già disintegrato da Heinckes a Monaco, riproposto al ritorno in carta carbone con identico risultato senza provare a cambiare l’inerzia di una partita che scivolava via senza dare mai l’impressione di una svolta. A questo aspetto si può ricollegare anche il secondo punto, e cioè il fondamentalismo delle sue scelte, sia a livello di modulo che di uomini. E’ vero che quello dei 22 titolari è un concetto ad uso e consumo dei giornali, ma l’utilizzo col contagocce di alcuni giocatori e il super impiego di altri anche quando è palese lo scadimento di forma o l’inutilità nell’economia della squadra non depongono a suo favore. Altri spogliatoi per molto meno si sarebbero spaccati, per fortuna abbiamo grandi professionisti e non teste calde, ma figli e figliastri non sono solitamente propedeutici al raggiungimento degli obiettivi. Inoltre, salta subito agli occhi anche la disparità di giudizio sul tipo di giocatori da utilizzare nell’ambito di uno stesso modulo: se l’anno scorso, dopo l’iniziale 433, si è optato sempre per una coppia di attaccanti complementari (Borriello più di Matri accanto a Vucinic per la maggiore capacità dell’attuale genoano di difendere palla e giocare spalle alla porta) quest’anno la filosofia è cambiata e la coppia più utilizzata è stata quella composta da Vucinic e Giovinco, giocatori speculari, con scarsa attitudine al gol e ancora minore capacità di giocare spalle alla porta come i dettami di Conte impongono. Non è un giudizio di merito sui due giocatori, qui parlo solo della loro compatibilità di coppia. La risposta di Conte alla richiesta di spiegazione di un giornalista su quali fossero i criteri per la scelta della coppia d’attacco mi è apparsa tra l’altro molto fumosa. Ha affermato infatti che contro squadre che concedono la profondità predilige un centravanti che sappia allungare la squadra, contro difese chiuse predilige i due più tecnici. Ora, io non sono un allenatore, ma solitamente contro le difese chiuse un centravanti d’area credo faccia molto più comodo di un giocatore che mai o quasi è nel cuore dell’area a spizzare palloni sporchi, a cercare insomma quelle situazioni che portino al gol “di rapina”. Fermo restando che spetta all’allenatore fare le scelte, mi sembra di poter affermare dopo 31 giornate di campionato e 10 partite di Champions che difendere ancora una scelta palesemente infruttuosa sia piuttosto controproducente. Intendiamoci, il “Sacchismo” di Conte nel voler vincere attraverso il gioco corale è senz’altro positivo, ma Van Basten non lo abbiamo, e forse neanche esiste, esistono però anche altre strade con pari dignità. Inevitabile, per concludere, affrontare anche il discorso dei giocatori fuori ruolo o adattati: prendere Isla e Asamoah per farli giocare esterni appare francamente un rischio che ha pagato in Italia ma che espone a figure pessime contro squadre e giocatori più dotati. L’emblema di Asa fermato da Muller (Muller, non un difensore) dopo l’ennesima finta uguale a sé stessa è ancora davanti agli occhi. Resta da capire se i due giocatori siano stati presi già con la convinzione di farli giocare esterni o se sia stata una scelta successiva, in ogni caso o l’acquisto di due interni, e quindi riserve data la presenza di Marchisio e Vidal, a 36 milioni, è stato sbagliato o è sbagliato aver pensato a loro per le fasce e insistere nel riproporli in quella posizione. Se aggiungiamo che Licht, con tutta l’applicazione, la corsa, la grinta, che ha, in fase offensiva non è proprio il massimo che si possa desiderare, appare evidente perché critichi questo modulo da tempi non sospetti. L’assenza di Pepe non può giustificare il mancato ricorso al vecchio 433, in quanto il buon Simone manca da agosto e, se anche non si pensava che sarebbe mancato per tutta la stagione, a gennaio ci sarebbe stato il tempo di puntare un sostituto. Un nome? Schelotto. La verità è che si è partiti con l’idea del 352 e non si sono mai prese in considerazione delle varianti. Conte, lo ripeto, è un grande allenatore, con un po’ di apertura maggiore diventerebbe a mio avviso grandissimo.
Giudizio su Conte: promosso, ripassare per la lode
Passiamo, ma molto in breve, alla squadra. Non posso non assegnare loro un 10 senza riserve, a tutti, perché ognuno ha dato, e continua a dare, tutto quello che ha, in ogni partita, in ogni occasione. Come in tutti i campi ci sono i più bravi e i meno bravi ma quando si dà tutto, si deve sempre rendere merito. Certo, alcune scelte andranno fatte, alcune cessioni saranno inevitabili così come sarebbe indispensabile innestare qualità e forza fisica davanti, avere già in rosa il sostituto di Pirlo (Ah Verratti, Marotta Marotta…) e prendere degli esterni veri se si vuole continuare col 352, un esterno d’attacco, un terzino sinistro e il vice-Pirlo in caso di cambio di modulo. Ma per il mercato ci sarà tempo, l’importante è avere le idee chiare, se poi avessimo un DG che capisse anche di calcio saremmo a posto per i prossimi 10 anni.
Giudizio sulla squadra: lode con bacio accademico
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