Ben vicepresidente del Comitato per non dimenticare Heysel di Reggio Emilia e sua moglie Rosy portano un mazzo di fiori in onore dei caduti di Superga del Grande Torino.
Da molti anni sono amico di Iuliana Bodnari e di suo marito Rossano Garlassi che sono il Presidente e il tuttofare del comitato Heysel di Reggio Emilia. Da qualche anno mi hanno anche concesso l’onore e l’onere di esser il vicepresidente di questa associazione che ricordiamo è assolutamente no profit ed è mossa solo esclusivamente dal sentimento per i caduti dell’Heysel e dal desiderio di tenere vivo e funzionale il monumento a loro dedicato sito in Reggio Emilia. Andando a Reggio Emilia il 29 di ogni anno in occasione della commemorazione ho conosciuto Domenico Beccaria e Gianpaolo Muliari che sono i responsabili del museo del Grande Torino che con mia grande sorpresa venivano alla nostra commemorazione, ne è nata una stima reciproca che ha fatto si che io promettessi a Domenico di portare dei fiori a Superga a nome del comitato.
Si è tentato di farlo il 4 Maggio in occasione della loro commemorazione ma non è stato possibile in quanto forze interne alla tifoseria granata non ci vogliono. Poco male. Non vogliamo creare problemi a nessuno . Non sono gesti questi che si fanno per avere un qualche tornaconto, si fanno perchè si sentono dentro e basta. Il messaggio che vogliamo dare è fondamentalmente uno ed è quello in primis di rispettare i defunti di ognuno e non metterli nel calderone del tifo. Il secondo segnale se si riuscisse, ma questa è più che altro al momento uno speranza, è quello di togliere dal tifo l’odio e tornare ad essere con tutti avversari e non nemici. Lo sport dovrebbe esser vettore di segnali positivi invece troppo spesso in Italia tira fuori il peggio da ognuno. La strada è lunga e difficile ma abbiamo gettato un seme. Intanto se cominciassimo a lasciare fuori i morti dalle nostre beghe sarebbe già un punto guadagnato.
Tre precisazioni riguardo l’iniziativa di ieri perché so già che con i complimenti arrivano poi anche le critiche dei detrattori.
1- Ho fatto il video per dare testimonianza di quello che avevo promesso di fare ovvero portare fiori a Superga ai caduti non per farmi bello. Il video IO l’ ho postato solo sui miei canali se poi ha avuto un bel successo è dovuto agli amici che lo hanno diffuso. Non era un mio obiettivo. Non vivo di queste cose.
2 – Per i miei. Sicuro arriva il “Ben quello se la fa coi granata”. A parte che nella vita di tutti i giorni fuori dai social ho amici di tutte le squadre come tutti come vicepresidente del comitato Heysel carica che ricopro con onore e impegno mi adopero per lanciare messaggi consoni al ruolo che ricopro. Il messaggio che vogliamo mandare con gli amici del museo del grande Torino che fra l’altro a onore del vero prima loro hanno mandato a noi è un messaggio di RISPETTO PER I DEFUNTI. Quali essi siano di ogni squadra e colore e di lasciarli fuori dalla contesa sportiva. Ci prefiggiamo in futuro anche di riportare lo sport alla sua essenza e di vedere l’altro come un avversario e non un nemico ma questo è un altro discorso.
3 – Per i miei avversari. Io sono un gobbo e lo sono al 1000%. Ieri mi sono arrivate richieste di amicizie da molti del Toro che ho accettato. Io cerco di esser sempre di buon gusto anche nello sfottò tuttavia può capitare che scriva cose di Juve che qualcuno non gradisce. Ripeto sono un gobbo e sono fiero di esserlo e lo sono da quando sono nato. Sono fra l’altro anche un blogger e scrivo parecchio di Juve. A questi nuovi amici chiedo di rispettare la mia bacheca come io rispetto la loro. Quando ad esempio vado a scrivere da Mecu me ne piglio di insulti io e la mia squadra ma io non vado lì mai a romper le palle a lui o agli altri.
Spero di essere stato chiaro.
Grazie a tutti.
Chi vorrà poi criticarmi lo stesso. Ho le spalle larghe. Larghissime.
Tutto questo ti fa onore, complimenti per l’iniziativa.
Chi ci rispetta sarà rispettato, ai singoli che rompono le scatole gli si risponderà in modo opportuno.
Complimenti Benedetto. Non ci sono mai stato ma spero prima o poi di riuscirci. Ho sempre sognato di andarci insieme a mio zio, fratello di mia madre che purtroppo è deceduto 2 anni fa alla veneranda età di 87 anni. Era un gran giocatore, così dicono e primo iscritto della società calcistica della mia città tanto da meritarsi una gigantografia nel tunnel che porta al campo, insieme a quella di Massimo Ciocci, ex Inter e orgoglio calcistico della nostra città. Mio zio era faticosissimo del Torino. Ha ascoltato i funerali x radio. Aveva 18 anni. Mi ha sempre raccontato che piangevano anche i muri…
Bravo Ben
Fossero tutti come te,anche dalla sponda Toro, sarebbe tutto piu’ facile.
Questa cosa ti fa onore, non so dove riuscrete ad arrivare,spero molto avanti.
Vorrei tanto visitare quel luogo e portare dei fiori per onorare i poveri morti di Superga…grande squadra, grande quel Toro.
Se lo faccio vorrei farlo con indosso la maglietta della Juve…e magari proprio il 4 maggio.
Saluti.
Domenico Beccaria Mecu per gli amici del museo del grande Torino che fra l’altro Cinzia intervistò anche qui sul blog ha proposto la cosa diverse volte anche quest’anno mala maggior parte dei granata non ci vuole. Sono convinti che i gobbi li gli rovinino la festa non capendo che invece si va a portargli onore. Ho provato a discuterne sulla bacheca di Mecu e qualcuno si è ammorbidito fino al punto da dirmi ” venite senza colori e mestamente” ahahahahahaahah che è una richiesta irricevibile. Se vengo senza colori ( come vedete io sono andato senza colori ieri) lo faccio perchè voglio farlo non perchè me lo impone qualcuno. Non vado li ad arrendermi . Non è quello il messaggio. Chiunque voglia venire a RE è il benvenuto con qualsiasi colore infatti abbiamo alla nostra commemorazione gente con la maglia del Toro e anche con la maglia dell’Inter. A nessuno che ci porta onore chiediamo di rinunciare ai propri colori . Tuttavia non voglio dire che noi siamo migliori di loro. Forse per noi è più facile esser tolleranti o perchè siamo più forti come squadra o perchè forse essendo odiati da tutti ci riesce bene capire quanto a volte sia brutto questo odio. Lo viviamo sulla nostra pelle. Tuttavia molti anche se non tutti e forse non la maggioranza hanno cominciato a pensare di poter aprire ai gobbi senza pretese anche perchè ripeto si andrebbe li a onorare dei caduti non a fare il tifo proprio come domenico e gli altri granata vengono a RE da noi. detto ciò non è ancora maturo il momento per farla insieme a Superga ma ci stiamo provando come ho detto nel video se mi apriranno la porta io vado anche a costo di prendermi qualche fischio da qualcuno viceversa posso andare come ho fatto per i fatti i miei senza problemi. In quel caso se passi per Torino Max possiamo farci un giro assieme.
” Venite senza colori e mestamente”.
Ah ah ah
Ecco la foto di cosa si puo’ fare.
Sono certo che come dici,Ben, non si tratta della totalita’ dei torinisti,ma della maggioranza.
Ho sempre espresso questo pensiero,chi mi conosce lo sa, e ribadisco:
A lavar la testa al toro ci rimetti acqua e sapone. Questo e’ assodato ma lo capisce solo chi ci ha a che fare.
Torino, 3 giugno 2017.
Circa 30mila persone si recano in piazza San Carlo per assistere alla proiezione al maxischermo della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. Tra di loro ci sono anche Francesco e Duccio, cugini e tifosi bianconeri.
Insieme a altri amici son partiti da Siena solo per vedere la partita in quella piazza, luogo simbolo e punto di ritrovo negli anni dei festeggiamenti delle vittorie juventine. «A Torino c’era un’atmosfera bellissima» raccontano, «Tutti con le magliette della Juve e le bandiere che sventolavano. In città non si parlava altro che della finale». Juventus-Real Madrid, di scena a Cardiff, in Galles, sarebbe iniziata alle 20:45.
LA FINALE DEL 2015 FU ORGANIZZATA MEGLIO
Francesco, Duccio e gli altri amici arrivano in piazza San Carlo intorno alle 18:30. «Notammo subito che non era ben organizzata» dice Francesco, «Era un periodo in cui si aveva paura degli attentati. C’erano le transenne e gli steward, ma un mio amico entrò con lo zaino e nemmeno glielo toccarono». In piazza c’era anche un problema logistico: «Nel 2015 per l’altra finale c’erano due maxischermi» racconta Duccio, «Stavolta ce ne era solo uno ed era in fondo alla piazza. Dalla metà, dove eravamo noi, non si vedeva niente».
Francesco, in maglia nera, e Duccio, con gli occhiali, insieme agli altri amici poco prima di recarsi in piazza San Carlo
In mezzo alla folla quella sera ci sono anche i venditori di acqua, bibite gasate e birre. «Stavano lì con questi catini pieni di ghiaccio a vendere da bere» dice Francesco, «Solo che c’erano pochi cestini e la gente lasciava le bottiglie di vetro per terra. Al gol di Mandzukic (pareggio della Juventus a fine primo tempo, ndr), nell’euforia dei festeggiamenti rischiai di cadere. Vidi già lì che per terra c’era un tappeto di vetri».
IL PANICO
A inizio secondo tempo il Real Madrid dilaga e fissa il punteggio sul 3-1. La delusione in piazza San Carlo è grande. La Juventus sta per dire addio al sogno di vincere la Champions League. Sono circa le 22:15. «A un certo punto mentre guardavamo la partita si è sentito un rumore forte e delle urla. Dalla sinistra del maxischermo una folla enorme ha iniziato a spostarsi e ha cominciato a correre indietro, verso di noi» ricorda Francesco, «La gente scappava da qualcosa e pestava i pezzi di vetro per terra. Sembrava di sentire il rumore di spari, lì per lì pensavo che in piazza ci fosse qualcuno con un mitra. Mi guardai con mio cugino, ci fissammo qualche secondo negli occhi e capimmo che dovevamo scappare. Avevamo paura di morire».
Piazza San Carlo a Torino ha 4 via d’uscita, sono le strade agli angoli della piazza. In molti quella sera sbagliarono dove scappare: «Io come la maggior parte della gente andai alla mia destra, ma finimmo ammassati sotto un porticato al lato della piazza. Eravamo come topi in trappola. Persi Duccio e tutti gli altri ragazzi» racconta Francesco, «Nella fuga non calpestai nessuno anche se sulla via mi trovai un gruppo di persone a terra. Fu intelligente il tizio davanti a me. Si fermò, fece scudo con le braccia e li fece rialzare. Poi la folla riprese a scappare».
Le indagini sulla vicenda hanno poi chiarito cosa è successo quella sera. Quattro giovani, maggiorenni e di origine magrebina, tentano una rapina durante la partita spruzzando dello spray al peperoncino. Il forte odore provoca la fuga delle persone lì accanto. Cade una transenna e causa un rumore simile a quello di uno scoppio. Si genera il panico: in migliaia cercano di scappare dalla piazza, ma molti cadono a terra e qualcuno viene calpestato dalla folla impazzita. Il bilancio finale dice 3 morti e 1672 feriti.
Tra i feriti c’è Duccio: «Spinto dalla folla ho perso tutti gli altri ragazzi. Correndo, da dietro, mi hanno tolto una scarpa e sono caduto sui vetri. Lì per lì non mi sono reso conto di niente, ma avevo perso telefono, portafogli e mi ero fatto un brutto taglio sotto al ginocchio destro». La situazione poi si calma, dopo qualche minuto si capisce che in realtà non c’è stato nessun attentato terroristico. Francesco riceve la chiamata di suo padre. «Aveva sentito la notizia. Risposi subito, mi chiese come stavo e dov’era mio cugino. Ma io non lo sapevo. Eravamo preoccupati perché non rispondeva alle chiamate».
Duccio è senza telefono, scalzo cerca di ritrovare i suoi amici stando attento a non calpestare i pezzi di vetro. «Un ragazzo con la bandiera dell’Italia al collo vide che ero ferito. Si tolse il tricolore di dosso e lo usò per farmi una fasciatura al ginocchio. Chiesi di prestarmi il telefono per chiamare casa e rassicurare i familiari, era l’unico numero che sapevo a memoria. Poi in lontananza vidi Francesco e gli altri ragazzi, feci per raggiungerli».
«Duccio spuntò dalla folla e venne verso di noi» racconta Francesco, «Sembrava una scena di un film. Zoppicante, senza una scarpa e pieno di sangue nella gambe. Chiamai subito mio padre per avvertire che lo avevamo ritrovato. Mentii sulle ferite che aveva. Erano profonde, ma d’accordo con Duccio dicemmo che erano solo tagli per non far preoccupare a casa».
Un altro scatto di quella sera. Il panico durò pochi minuti, le persone tornarono dentro la piazza per recuperare effetti personali.
UNA NOTTE ALL’OSPEDALE
In piazza San Carlo arrivano due ambulanze per il primo soccorso. Controllano i feriti e consigliano se andare o no all’ospedale. Duccio ha bisogno di punti di sutura. Non cammina e trovare un taxi è praticamente impossibile. «La città era impazzita. La gente era fuori di testa, uno scenario da guerra, c’era un continuo rumore di sirene» ricorda Duccio, «Facemmo una parte a piedi per prendere un pullman che ci avvicinò all’ospedale, e poi di nuovo una camminata».
«All’ospedale c’era sangue ovunque. Siamo stati lì fino alle 5 di mattina. C’era talmente tanta gente che non facevano entrare nessuno se non il ferito» racconta Francesco, «Mio cugino è stato dentro il Pronto soccorso da solo per quasi sei ore. È stata un’agonia aspettare lì fuori con i telefoni scarichi, ma ormai era finita la paura. Fu allora, con calma, che realizzammo anche il fatto che la Juventus avesse perso l’ennesima finale di Champions League».
Le scarpe perse dalle persone furono riunite e messe in fila lungo la piazza
«Ho ancora le cicatrici» ammette Duccio, «I primi tempi dopo quell’esperienza avevo un po’ paura a stare nei luoghi affollati, tipo la discoteca. Pensavo potesse succedere di nuovo una cosa simile». Il trauma per un po’ è rimasto anche a Francesco: «Per un annetto tutte le volte che sentivo un rumore strano in un posto affollato mi allarmavo. Recentemente sono tornato in piazza San Carlo: mi ha fatto effetto, mi è tornato in mente tutto. Sembrava di vedere ancora le file di scarpe per terra e il sangue sparso dappertutto. Il gol del 4-1 del Real? L’ho visto per la prima volta giusto qualche mese fa».
La Juventus a Bari con un goal di Mora vince il suo 12° Scudetto(Bari-Juve 1-1).
Altro titolo contestato dai soliti noti nerobleau…mandano in campo la squadra primavera per contestazione…
Non bastava come vinto il loro primo campionato nel 1910…continuano a farlo sistematicamente ogni volta gli si presenta l’opportunità…
1922 (SALVEZZA A TAVOLINO)
Nel 1922 l’inter arriva ultima, meno punti di tutti, meno gol fatti e più gol subiti.
A fine campionato si decide che invece di far salire le squadre che ne hanno diritto bisogna fare i play-out.
Non basta.
All’inter viene data come avversario l’Alta Italia, squadra però già fallita da settimane, per cui vince gli scontri diretti a tavolino!
Mi auguro che il ministro Spadafora cambi il Protocollo, cioè se dovesse risultare un positivo di non mettere in quarantena tutta la squadra…
1961 SCARSA SPORTIVITA’
Nel 1961 l’inter protesta perchè la partita Juve-inter viene fatta ripetere anzichè essere assegnata all’inter a tavolino per sfondamento delle recinzioni del pubblico che stava troppo stretto e si era portato a bordo campo.
Quando viene disputato il recupero della partita (ultima di quel campionato) l’inter aveva già perso lo scudetto in quanto era a 3 punti dalla Juve capolista (una vittoria valeva 2 punti).
Allora molto sportivamente e con il solito seguito di lacrime manda in campo la squadra primavera e perde 9-1!
Rispettare alla lettera il protocollo medico della Figc, pena l’esclusione dal campionato.
E’ questa la proposta emersa nell’ambito di una riunione che ha seguito il comitato di presidenza della Federcalcio che verrà proposto nel consiglio federale in programma l’8 giugno. La normativa – secondo quanto riferito da ‘Sky’ – porterebbe ad escludere dalla Serie A (ma evidentemente la regola varrebbe anche per B e C quando ripartiranno) la squadra che non dovesse rispettare le linee guida fissare dalla Federazione per la ripartenza.
Una norma molto severa che ora dovrà essere approvata dal consiglio Federale, ma che va nella direzione del massimo controllo.
Il calcio è vicino alla ripartenza e vuole evitare che per colpa di un eventuale ‘furbetto’ possa esserci un nuovo stop.
Difficilmente posto certe cose, anche se di attualità e importanza Mondiale…lo faccio per una ZECCA che mi sta tanto sulla punta del casco…purtroppo nato Pezzo di Kacca nel crescere è peggiorato diventando quello che è…una MADRE.
Ricordo quel ragazzo davanti ai carri armati con la giacca e la busta della spesa a fermarli…quell’immagine mi è rimasta impressa.
Ed ecco il pezzo di cui ho annunciato all’inizio …
di Claudio Mazzone
Il 4 giugno del 1989 il regime cinese represse nel sangue le proteste degli studenti
Le fotografie fermano gli attimi, raccontano una storia immobilizzando il tempo, immortalano il senso profondo di un evento e lo rendono per sempre parte di un ricordo collettivo.
C’è una foto che più di qualunque altra ha superato il suo valore artistico ed è entrata nell’immaginario collettivo dell’umanità.
Un uomo solo, con la giacca in una mano e una busta nell’altra, fermo davanti ad una colonna di enormi carri armati con il viso dritto verso quei bestioni. È la foto che racconta di uno dei massacri del secolo scorso, della violenza di un potere liberticida e criminale come quello che governa la Cina e del coraggio che un singolo può trovare quando cerca la libertà. Il ragazzo che blocca i tank dell’esercito popolare cinese è rimasto anonimo e di lui non si sa nulla, neanche se sia stato giustiziato, certo è che con il suo gesto, immortalato dai fotografi di tutto il mondo, ha segnato per sempre l’immaginario collettivo e ha dato a molti la forza di non piegarsi.
Piazza Tienanmen è un buco nero nella memoria mondiale. La Cina ne vieta il ricordo e un occidente troppo spesso compiacente con il gigante economico, dimentica senza troppi problemi. Eppure quella piazza, quelle proteste e quel massacro ci raccontano molto della nostra natura.
Era il 1989, un anno particolare, e gli studenti cinesi iniziano a mostrare chiari segni di intolleranza ad un potere cupo, che chiudeva ogni possibilità di pensiero e ogni libertà.
Il 15 aprile, con la morte di Hu Yaobang, segretario generale del Partito Comunista Cinese, gli studenti iniziano a scendere in piazza. Il 22 occuparono piazza Tienanmen chiedendo un incontro con il segretario del PCC, Li Peng, senza ottenere nulla, anzi i mezzi di informazione del regime distorcono le loro richieste e la loro protesta.
Gli studenti, sui loro giornali, nelle manifestazioni, nei dibattiti in piazza, iniziano a costruire un sogno di una Cina diversa. Lo scrivono, ne discutono, lo immaginano tutti insieme un Paese libero, con un multipartitismo, pronto a vivere finalmente la modernità. La loro forza cresce, il mondo li vede e loro sono pronti a dimostrare che contro la dittatura si può vincere anche con la non violenza.
Ma quei ragazzi stavano andando incontro alla morte, alla persecuzione e alla delusione di vedere infrante e affogate nel sangue le loro speranze.
La notte del 19 maggio il regime decide di promulgare la legge marziale. Viene inviato l’esercito a Pechino e la notte tra il 3 e il 4 giugno in piazza Tienanmen fu un massacro. L’esercito popolare cinese con i tank sgomberò i manifestanti, le cifre sono ancora oggi sconosciute ma i morti non furono meno di 2.600 e i feriti superarono i 30mila. Da quel momento il 4 giugno in Cina è stato cancellato, la memoria è stata offuscata, anche solo parlare di quelle vicende può costare l’arresto. Per riferirsi a quelle giornate i cinesi hanno trovato diversi stratagemmi per non essere colpiti dalla censura. Il 4 giugno non esiste più in Cina è diventato 35 maggio come lo definisce lo scrittore Yu Hua.
Di piazza Tienanmen resiste, a fatica, il ricordo. Resiste l’immagine potente e rivoluzionaria di quel “Rivoltoso sconosciuto”, di quel ragazzo convinto di poter cambiare il mondo, che con la giacca in mano ferma una fila di carri armati mastodontici, li rincorre, sale su uno di essi e parla con il carrista. Resiste l’idea che quei tank che sembrano inarrestabili sono guidati da umani, con i loro dubbi e con la loro umanità che li fa fermare davanti al coraggio e alla disperazione di un uomo che vuole la pace.
Era il 1989 l’anno che segna la fine del blocco sovietico, l’anno della caduta del muro di Berlino, dell’Europa che si riunisce ancora una volta. Tutti quei processi politici e tutte quelle battaglie di libertà nascono da quelle proteste cinesi, dalla speranza di piazza Tienanmen, dal sangue degli studenti con cui il regime cinese allagò le strade, dal coraggio contagioso di quel ragazzo solo che ferma le armi, da quella fotografia.
Oggi anche in occidente ricordare quel coraggio è diventato difficile, perché quel regime è alleato, è complice, è parte integrante il sistema economico globale, anzi lo domina. Con gli occhi chiusi in questi anni le democrazie occidentali hanno stracciato quella foto, hanno ignorato quel grido eterno degli studenti di piazza Tienanmen che chiedevano libertà, hanno dimenticato la potenza di quella protesta. Una potenza che a distanza di 31 anni fa ancora paura e non solo alla Cina.
Sportitalia – Calciopoli, De Paola: “Palamara e i legami con il mondo del calcio, si sta verificando caduta di un potere. Mise sotto accusa Moggi jr e la cricca degli arbitri romani, e adesso…”
Ospite di Michele Criscitiello su Sportitalia, l’ex direttore di Tuttosport e Gazzetta dello Sport, Paolo De Paola, ha parlato di Luca Palamara, magistrato al centro dello scandalo intercettazioni.
“C’è una vicenda importante sullo sfondo che è quella dei legami di Palamara anche con il mondo del calcio, anche con lo stesso Lotito.
Non voglio dire un termine sbagliato che potrebbe essere quello di guerra tra bande, ma secondo me si sta in qualche modo verificando la caduta di un potere.
Un potere che è quello di una cricca – possiamo dirlo? – legata attorno a Palamara, che vede anche le sue amicizie messe in discussione.
E’ clamoroso che Palamara sia il giudice che ha indagato su Calciopoli, in particolare sul figlio di Moggi.
E il figlio di Moggi fu messo alla berlina da Palamara su delle intercettazioni ridicole che riguardavano la sua vita privata. Ma non solo: il giudice Palamara è quello che aveva messo sotto accusa la cricca degli arbitri romani.
E cosa era emerso? Telefonate compiacenti, biglietti, favori viaggi, eccetera, eccetera.
Tutto quello di cui è accusato Palamara stesso.
Cioè, un giudice che accusa un sistema di avere connivenze, di avere piaceri, favori… ma come faccio a fidarmi di un giudice che a sua volta non è assolutamente insensibile a certe lusinghe? Allora io dico: rivediamo tutto, c’è qualcosa che è stato sbagliato”.
Andrea Agnelli ha consolidato, con il suo “sul campo”, dando una controllatina al numero 37 sul portone di casa.
TORINO – Niente scudetto con l’algoritmo o con la classifica cristallizzata: il titolo si assegna solamente sul campo, ha ribadito oggi in Lega Serie A, Andrea Agnelli.
Il presidente della Juventus è intervenuto nel dibattito sulle varie soluzioni da adottare qualora per qualsiasi ragione il campionato non dovesse finire regolarmente.
Essendo necessari dei verdetti per decidere quali squadre accedono alla Champions League e quali all’Europa League, così come le squadre che retrocedono, la Figc ha pensato a varie soluzioni: dalla classifica cristallizzata qualora tutti avessero giocato lo stesso numero di partite, a un meccanismo di calcolo (il famigerato algoritmo) con il quale fare una proiezione della classifica finale tenendo conto dei punti in casa e in trasferta.
La maestra agli alunni: oggi parliamo di Giulio Cesare…ed io che rompi palle da sempre…ma signora maestra cosa ne vuol sapere se ancora non era nata…
L’inter nel 1921 non arrivò ultima…ultima arrivò nel 2922 come già scritto…purtroppo la Madre ama distorcere pure la storia…come fanno i Pezzi di Kacca.
C’è una squadra, tra quelle che militano nel campionato di serie A, a non aver mai disputato neanche una stagione in Serie B. Quella squadra é l’inter ed i suoi tifosi si vantano, giustamente, di non essere mai stati in B.
La conosciamo, l’inter, soprattutto attraverso le parole dei suoi tifosi, i quali sanno di fare il tifo per una squadra magari non delle più vincenti, ma sicuramente la più onesta e, come detto, che mai ha conosciuto l’onta della retrocessione nella serie cadetta.
Ma qui c’è già un errore piccolo ma non trascurabile: l’inter in B non ha mai giocato, ma ciò non significa che non sia mai tecnicamente retrocessa.
Torniamo indietro nel tempo.
No, non fino al 1910, quando cioè l’inter vinse, con l’inganno, il suo primo scudetto. No, basta tornare al 1922.
Nel ’22 non si disputa un solo campionato ma due, come due erano le federazioni: la Cci e la FIGC. L’inter gioca nel CCI e, purtroppo, arrivò ultima.
Il regolamento prevedeva la retrocessione diretta per le squadre le ultime due classificate di ogni campionato. Pertanto, per il girone CCI, sarebbero dovute retrocedere il Brescia e l’internazionale.
Ma la situazione della compresenza delle due federazioni non era sostenibile, era necessario fare qualcosa affinché il campionato italiano di calcio fosse uno solo.
Si dibatte a lungo sulla questione, ma è Emilio Colombo, commendatore milanese direttore, guarda un po’ i corsi ed i ricorsi della storia, della Gazzetta dello Sport a risolvere la questione, proponendosi come arbitro della vicenda.
Così, tre mesi dopo la fine del campionato, si decise di riassorbire la CCI all’interno della FIGC, tornando al campionato unico.
Per una logica incomprensibile allora come oggi, si decise di assegnare gli ultimi sei posti del successivo campionato attraverso degli spareggi tra squadre delle due federazioni.
La CCI decise di far disputare un turno preliminare tra le sole squadre del nord Italia, retrocedendo automaticamente quelle del centro e del sud, compreso il Venezia, che pure si era salvata giungendo terzultima nel campionato.
In questo modo, allo spareggio preliminare giunse l’inter, che sconfisse a tavolino la Sport Italia Milano, squadra praticamente fallita che non riuscì a schierare una squadra da contrapporre ai milanesi.
Il turno successivo venne disputato dall’inter contro un’altra squadra in disarmo per problemi economici, la Libertas Firenze.
Pertanto l’inter, grazie al maggior quotidiano sportivo, venne salvato dalla serie B.
(A onor del vero il campionato di Serie B come lo intendiamo oggi non sarebbe esistito fino al 1930, ma vi erano comunque le serie minori, a livello regionale).
Ogni volta, nella settimana che precede Juve-inter è doveroso raccontare questi episodi di storia, giusto per ricordare che la squadra che si ritiene unica depositaria dell’onestà, qualche piccolo scheletro nell’armadio ce l’ha.
Dovremmo dunque correggere il “mai stati in B” con il più corretto “mai stati mandati in B“.
Ho raccontato, anche e non essendo ancora nato, del primo scudetto, vinto in modo non troppo limpido, mi pare più che giusto aver ridimensionato il mito del mai stati in B.
Plugin Modo Mantenimiento patrocinado por: seo valencia
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie consulta la privacy policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
ALESSANDRO MAGNO…BEN PER GLI AMICI
Tre precisazioni riguardo l’iniziativa di ieri perché so già che con i complimenti arrivano poi anche le critiche dei detrattori.
1- Ho fatto il video per dare testimonianza di quello che avevo promesso di fare ovvero portare fiori a Superga ai caduti non per farmi bello. Il video IO l’ ho postato solo sui miei canali se poi ha avuto un bel successo è dovuto agli amici che lo hanno diffuso. Non era un mio obiettivo. Non vivo di queste cose.
2 – Per i miei. Sicuro arriva il “Ben quello se la fa coi granata”. A parte che nella vita di tutti i giorni fuori dai social ho amici di tutte le squadre come tutti come vicepresidente del comitato Heysel carica che ricopro con onore e impegno mi adopero per lanciare messaggi consoni al ruolo che ricopro. Il messaggio che vogliamo mandare con gli amici del museo del grande Torino che fra l’altro a onore del vero prima loro hanno mandato a noi è un messaggio di RISPETTO PER I DEFUNTI. Quali essi siano di ogni squadra e colore e di lasciarli fuori dalla contesa sportiva. Ci prefiggiamo in futuro anche di riportare lo sport alla sua essenza e di vedere l’altro come un avversario e non un nemico ma questo è un altro discorso.
3 – Per i miei avversari. Io sono un gobbo e lo sono al 1000%. Ieri mi sono arrivate richieste di amicizie da molti del Toro che ho accettato. Io cerco di esser sempre di buon gusto anche nello sfottò tuttavia può capitare che scriva cose di Juve che qualcuno non gradisce. Ripeto sono un gobbo e sono fiero di esserlo e lo sono da quando sono nato. Sono fra l’altro anche un blogger e scrivo parecchio di Juve. A questi nuovi amici chiedo di rispettare la mia bacheca come io rispetto la loro. Quando ad esempio vado a scrivere da Mecu me ne piglio di insulti io e la mia squadra ma io non vado lì mai a romper le palle a lui o agli altri.
Spero di essere stato chiaro.
Grazie a tutti.
Chi vorrà poi criticarmi lo stesso. Ho le spalle larghe. Larghissime.
Tutto questo ti fa onore, complimenti per l’iniziativa.
Chi ci rispetta sarà rispettato, ai singoli che rompono le scatole gli si risponderà in modo opportuno.
Buongiorno
Congratulazioni Ben. Gesto che ti fa essere ancora migliore. Onore a tutti i morti che non hanno appartenenza individuale, ma collettiva
Complimenti Benedetto. Non ci sono mai stato ma spero prima o poi di riuscirci. Ho sempre sognato di andarci insieme a mio zio, fratello di mia madre che purtroppo è deceduto 2 anni fa alla veneranda età di 87 anni. Era un gran giocatore, così dicono e primo iscritto della società calcistica della mia città tanto da meritarsi una gigantografia nel tunnel che porta al campo, insieme a quella di Massimo Ciocci, ex Inter e orgoglio calcistico della nostra città. Mio zio era faticosissimo del Torino. Ha ascoltato i funerali x radio. Aveva 18 anni. Mi ha sempre raccontato che piangevano anche i muri…
Tifosissimo e non faticosissimo…
Bravo Ben
Fossero tutti come te,anche dalla sponda Toro, sarebbe tutto piu’ facile.
Questa cosa ti fa onore, non so dove riuscrete ad arrivare,spero molto avanti.
Vorrei tanto visitare quel luogo e portare dei fiori per onorare i poveri morti di Superga…grande squadra, grande quel Toro.
Se lo faccio vorrei farlo con indosso la maglietta della Juve…e magari proprio il 4 maggio.
Saluti.
Domenico Beccaria Mecu per gli amici del museo del grande Torino che fra l’altro Cinzia intervistò anche qui sul blog ha proposto la cosa diverse volte anche quest’anno mala maggior parte dei granata non ci vuole. Sono convinti che i gobbi li gli rovinino la festa non capendo che invece si va a portargli onore. Ho provato a discuterne sulla bacheca di Mecu e qualcuno si è ammorbidito fino al punto da dirmi ” venite senza colori e mestamente” ahahahahahaahah che è una richiesta irricevibile. Se vengo senza colori ( come vedete io sono andato senza colori ieri) lo faccio perchè voglio farlo non perchè me lo impone qualcuno. Non vado li ad arrendermi . Non è quello il messaggio. Chiunque voglia venire a RE è il benvenuto con qualsiasi colore infatti abbiamo alla nostra commemorazione gente con la maglia del Toro e anche con la maglia dell’Inter. A nessuno che ci porta onore chiediamo di rinunciare ai propri colori . Tuttavia non voglio dire che noi siamo migliori di loro. Forse per noi è più facile esser tolleranti o perchè siamo più forti come squadra o perchè forse essendo odiati da tutti ci riesce bene capire quanto a volte sia brutto questo odio. Lo viviamo sulla nostra pelle. Tuttavia molti anche se non tutti e forse non la maggioranza hanno cominciato a pensare di poter aprire ai gobbi senza pretese anche perchè ripeto si andrebbe li a onorare dei caduti non a fare il tifo proprio come domenico e gli altri granata vengono a RE da noi. detto ciò non è ancora maturo il momento per farla insieme a Superga ma ci stiamo provando come ho detto nel video se mi apriranno la porta io vado anche a costo di prendermi qualche fischio da qualcuno viceversa posso andare come ho fatto per i fatti i miei senza problemi. In quel caso se passi per Torino Max possiamo farci un giro assieme.
Volentieri Ben…appena si risistema tutto per venire alle partite lo farò.
Grazie a tutti per i complimenti
Aggiungo anche i miei,meritati e sentiti
” Venite senza colori e mestamente”.
Ah ah ah
Ecco la foto di cosa si puo’ fare.
Sono certo che come dici,Ben, non si tratta della totalita’ dei torinisti,ma della maggioranza.
Ho sempre espresso questo pensiero,chi mi conosce lo sa, e ribadisco:
A lavar la testa al toro ci rimetti acqua e sapone. Questo e’ assodato ma lo capisce solo chi ci ha a che fare.
Resta encomiabile in ogni caso, Il tuo tentativo.
Torino, 3 giugno 2017.
Circa 30mila persone si recano in piazza San Carlo per assistere alla proiezione al maxischermo della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. Tra di loro ci sono anche Francesco e Duccio, cugini e tifosi bianconeri.
Insieme a altri amici son partiti da Siena solo per vedere la partita in quella piazza, luogo simbolo e punto di ritrovo negli anni dei festeggiamenti delle vittorie juventine. «A Torino c’era un’atmosfera bellissima» raccontano, «Tutti con le magliette della Juve e le bandiere che sventolavano. In città non si parlava altro che della finale». Juventus-Real Madrid, di scena a Cardiff, in Galles, sarebbe iniziata alle 20:45.
LA FINALE DEL 2015 FU ORGANIZZATA MEGLIO
Francesco, Duccio e gli altri amici arrivano in piazza San Carlo intorno alle 18:30. «Notammo subito che non era ben organizzata» dice Francesco, «Era un periodo in cui si aveva paura degli attentati. C’erano le transenne e gli steward, ma un mio amico entrò con lo zaino e nemmeno glielo toccarono». In piazza c’era anche un problema logistico: «Nel 2015 per l’altra finale c’erano due maxischermi» racconta Duccio, «Stavolta ce ne era solo uno ed era in fondo alla piazza. Dalla metà, dove eravamo noi, non si vedeva niente».
Francesco, in maglia nera, e Duccio, con gli occhiali, insieme agli altri amici poco prima di recarsi in piazza San Carlo
In mezzo alla folla quella sera ci sono anche i venditori di acqua, bibite gasate e birre. «Stavano lì con questi catini pieni di ghiaccio a vendere da bere» dice Francesco, «Solo che c’erano pochi cestini e la gente lasciava le bottiglie di vetro per terra. Al gol di Mandzukic (pareggio della Juventus a fine primo tempo, ndr), nell’euforia dei festeggiamenti rischiai di cadere. Vidi già lì che per terra c’era un tappeto di vetri».
IL PANICO
A inizio secondo tempo il Real Madrid dilaga e fissa il punteggio sul 3-1. La delusione in piazza San Carlo è grande. La Juventus sta per dire addio al sogno di vincere la Champions League. Sono circa le 22:15. «A un certo punto mentre guardavamo la partita si è sentito un rumore forte e delle urla. Dalla sinistra del maxischermo una folla enorme ha iniziato a spostarsi e ha cominciato a correre indietro, verso di noi» ricorda Francesco, «La gente scappava da qualcosa e pestava i pezzi di vetro per terra. Sembrava di sentire il rumore di spari, lì per lì pensavo che in piazza ci fosse qualcuno con un mitra. Mi guardai con mio cugino, ci fissammo qualche secondo negli occhi e capimmo che dovevamo scappare. Avevamo paura di morire».
Piazza San Carlo a Torino ha 4 via d’uscita, sono le strade agli angoli della piazza. In molti quella sera sbagliarono dove scappare: «Io come la maggior parte della gente andai alla mia destra, ma finimmo ammassati sotto un porticato al lato della piazza. Eravamo come topi in trappola. Persi Duccio e tutti gli altri ragazzi» racconta Francesco, «Nella fuga non calpestai nessuno anche se sulla via mi trovai un gruppo di persone a terra. Fu intelligente il tizio davanti a me. Si fermò, fece scudo con le braccia e li fece rialzare. Poi la folla riprese a scappare».
Le indagini sulla vicenda hanno poi chiarito cosa è successo quella sera. Quattro giovani, maggiorenni e di origine magrebina, tentano una rapina durante la partita spruzzando dello spray al peperoncino. Il forte odore provoca la fuga delle persone lì accanto. Cade una transenna e causa un rumore simile a quello di uno scoppio. Si genera il panico: in migliaia cercano di scappare dalla piazza, ma molti cadono a terra e qualcuno viene calpestato dalla folla impazzita. Il bilancio finale dice 3 morti e 1672 feriti.
Tra i feriti c’è Duccio: «Spinto dalla folla ho perso tutti gli altri ragazzi. Correndo, da dietro, mi hanno tolto una scarpa e sono caduto sui vetri. Lì per lì non mi sono reso conto di niente, ma avevo perso telefono, portafogli e mi ero fatto un brutto taglio sotto al ginocchio destro». La situazione poi si calma, dopo qualche minuto si capisce che in realtà non c’è stato nessun attentato terroristico. Francesco riceve la chiamata di suo padre. «Aveva sentito la notizia. Risposi subito, mi chiese come stavo e dov’era mio cugino. Ma io non lo sapevo. Eravamo preoccupati perché non rispondeva alle chiamate».
Duccio è senza telefono, scalzo cerca di ritrovare i suoi amici stando attento a non calpestare i pezzi di vetro. «Un ragazzo con la bandiera dell’Italia al collo vide che ero ferito. Si tolse il tricolore di dosso e lo usò per farmi una fasciatura al ginocchio. Chiesi di prestarmi il telefono per chiamare casa e rassicurare i familiari, era l’unico numero che sapevo a memoria. Poi in lontananza vidi Francesco e gli altri ragazzi, feci per raggiungerli».
«Duccio spuntò dalla folla e venne verso di noi» racconta Francesco, «Sembrava una scena di un film. Zoppicante, senza una scarpa e pieno di sangue nella gambe. Chiamai subito mio padre per avvertire che lo avevamo ritrovato. Mentii sulle ferite che aveva. Erano profonde, ma d’accordo con Duccio dicemmo che erano solo tagli per non far preoccupare a casa».
Un altro scatto di quella sera. Il panico durò pochi minuti, le persone tornarono dentro la piazza per recuperare effetti personali.
UNA NOTTE ALL’OSPEDALE
In piazza San Carlo arrivano due ambulanze per il primo soccorso. Controllano i feriti e consigliano se andare o no all’ospedale. Duccio ha bisogno di punti di sutura. Non cammina e trovare un taxi è praticamente impossibile. «La città era impazzita. La gente era fuori di testa, uno scenario da guerra, c’era un continuo rumore di sirene» ricorda Duccio, «Facemmo una parte a piedi per prendere un pullman che ci avvicinò all’ospedale, e poi di nuovo una camminata».
«All’ospedale c’era sangue ovunque. Siamo stati lì fino alle 5 di mattina. C’era talmente tanta gente che non facevano entrare nessuno se non il ferito» racconta Francesco, «Mio cugino è stato dentro il Pronto soccorso da solo per quasi sei ore. È stata un’agonia aspettare lì fuori con i telefoni scarichi, ma ormai era finita la paura. Fu allora, con calma, che realizzammo anche il fatto che la Juventus avesse perso l’ennesima finale di Champions League».
Le scarpe perse dalle persone furono riunite e messe in fila lungo la piazza
«Ho ancora le cicatrici» ammette Duccio, «I primi tempi dopo quell’esperienza avevo un po’ paura a stare nei luoghi affollati, tipo la discoteca. Pensavo potesse succedere di nuovo una cosa simile». Il trauma per un po’ è rimasto anche a Francesco: «Per un annetto tutte le volte che sentivo un rumore strano in un posto affollato mi allarmavo. Recentemente sono tornato in piazza San Carlo: mi ha fatto effetto, mi è tornato in mente tutto. Sembrava di vedere ancora le file di scarpe per terra e il sangue sparso dappertutto. Il gol del 4-1 del Real? L’ho visto per la prima volta giusto qualche mese fa».
Niccolò Bellugi
4 GIUGNO 1961
La Juventus a Bari con un goal di Mora vince il suo 12° Scudetto(Bari-Juve 1-1).
Altro titolo contestato dai soliti noti nerobleau…mandano in campo la squadra primavera per contestazione…
Non bastava come vinto il loro primo campionato nel 1910…continuano a farlo sistematicamente ogni volta gli si presenta l’opportunità…
1922 (SALVEZZA A TAVOLINO)
Nel 1922 l’inter arriva ultima, meno punti di tutti, meno gol fatti e più gol subiti.
A fine campionato si decide che invece di far salire le squadre che ne hanno diritto bisogna fare i play-out.
Non basta.
All’inter viene data come avversario l’Alta Italia, squadra però già fallita da settimane, per cui vince gli scontri diretti a tavolino!
Mi auguro che il ministro Spadafora cambi il Protocollo, cioè se dovesse risultare un positivo di non mettere in quarantena tutta la squadra…
1961 SCARSA SPORTIVITA’
Nel 1961 l’inter protesta perchè la partita Juve-inter viene fatta ripetere anzichè essere assegnata all’inter a tavolino per sfondamento delle recinzioni del pubblico che stava troppo stretto e si era portato a bordo campo.
Quando viene disputato il recupero della partita (ultima di quel campionato) l’inter aveva già perso lo scudetto in quanto era a 3 punti dalla Juve capolista (una vittoria valeva 2 punti).
Allora molto sportivamente e con il solito seguito di lacrime manda in campo la squadra primavera e perde 9-1!
Buongiorno
NON FATE I FURBI
Rispettare alla lettera il protocollo medico della Figc, pena l’esclusione dal campionato.
E’ questa la proposta emersa nell’ambito di una riunione che ha seguito il comitato di presidenza della Federcalcio che verrà proposto nel consiglio federale in programma l’8 giugno. La normativa – secondo quanto riferito da ‘Sky’ – porterebbe ad escludere dalla Serie A (ma evidentemente la regola varrebbe anche per B e C quando ripartiranno) la squadra che non dovesse rispettare le linee guida fissare dalla Federazione per la ripartenza.
Una norma molto severa che ora dovrà essere approvata dal consiglio Federale, ma che va nella direzione del massimo controllo.
Il calcio è vicino alla ripartenza e vuole evitare che per colpa di un eventuale ‘furbetto’ possa esserci un nuovo stop.
Buongiorno
MI MANCA IL CALCIO
Difficilmente posto certe cose, anche se di attualità e importanza Mondiale…lo faccio per una ZECCA che mi sta tanto sulla punta del casco…purtroppo nato Pezzo di Kacca nel crescere è peggiorato diventando quello che è…una MADRE.
Ricordo quel ragazzo davanti ai carri armati con la giacca e la busta della spesa a fermarli…quell’immagine mi è rimasta impressa.
Ed ecco il pezzo di cui ho annunciato all’inizio …
di Claudio Mazzone
Il 4 giugno del 1989 il regime cinese represse nel sangue le proteste degli studenti
Le fotografie fermano gli attimi, raccontano una storia immobilizzando il tempo, immortalano il senso profondo di un evento e lo rendono per sempre parte di un ricordo collettivo.
C’è una foto che più di qualunque altra ha superato il suo valore artistico ed è entrata nell’immaginario collettivo dell’umanità.
Un uomo solo, con la giacca in una mano e una busta nell’altra, fermo davanti ad una colonna di enormi carri armati con il viso dritto verso quei bestioni. È la foto che racconta di uno dei massacri del secolo scorso, della violenza di un potere liberticida e criminale come quello che governa la Cina e del coraggio che un singolo può trovare quando cerca la libertà. Il ragazzo che blocca i tank dell’esercito popolare cinese è rimasto anonimo e di lui non si sa nulla, neanche se sia stato giustiziato, certo è che con il suo gesto, immortalato dai fotografi di tutto il mondo, ha segnato per sempre l’immaginario collettivo e ha dato a molti la forza di non piegarsi.
Piazza Tienanmen è un buco nero nella memoria mondiale. La Cina ne vieta il ricordo e un occidente troppo spesso compiacente con il gigante economico, dimentica senza troppi problemi. Eppure quella piazza, quelle proteste e quel massacro ci raccontano molto della nostra natura.
Era il 1989, un anno particolare, e gli studenti cinesi iniziano a mostrare chiari segni di intolleranza ad un potere cupo, che chiudeva ogni possibilità di pensiero e ogni libertà.
Il 15 aprile, con la morte di Hu Yaobang, segretario generale del Partito Comunista Cinese, gli studenti iniziano a scendere in piazza. Il 22 occuparono piazza Tienanmen chiedendo un incontro con il segretario del PCC, Li Peng, senza ottenere nulla, anzi i mezzi di informazione del regime distorcono le loro richieste e la loro protesta.
Gli studenti, sui loro giornali, nelle manifestazioni, nei dibattiti in piazza, iniziano a costruire un sogno di una Cina diversa. Lo scrivono, ne discutono, lo immaginano tutti insieme un Paese libero, con un multipartitismo, pronto a vivere finalmente la modernità. La loro forza cresce, il mondo li vede e loro sono pronti a dimostrare che contro la dittatura si può vincere anche con la non violenza.
Ma quei ragazzi stavano andando incontro alla morte, alla persecuzione e alla delusione di vedere infrante e affogate nel sangue le loro speranze.
La notte del 19 maggio il regime decide di promulgare la legge marziale. Viene inviato l’esercito a Pechino e la notte tra il 3 e il 4 giugno in piazza Tienanmen fu un massacro. L’esercito popolare cinese con i tank sgomberò i manifestanti, le cifre sono ancora oggi sconosciute ma i morti non furono meno di 2.600 e i feriti superarono i 30mila. Da quel momento il 4 giugno in Cina è stato cancellato, la memoria è stata offuscata, anche solo parlare di quelle vicende può costare l’arresto. Per riferirsi a quelle giornate i cinesi hanno trovato diversi stratagemmi per non essere colpiti dalla censura. Il 4 giugno non esiste più in Cina è diventato 35 maggio come lo definisce lo scrittore Yu Hua.
Di piazza Tienanmen resiste, a fatica, il ricordo. Resiste l’immagine potente e rivoluzionaria di quel “Rivoltoso sconosciuto”, di quel ragazzo convinto di poter cambiare il mondo, che con la giacca in mano ferma una fila di carri armati mastodontici, li rincorre, sale su uno di essi e parla con il carrista. Resiste l’idea che quei tank che sembrano inarrestabili sono guidati da umani, con i loro dubbi e con la loro umanità che li fa fermare davanti al coraggio e alla disperazione di un uomo che vuole la pace.
Era il 1989 l’anno che segna la fine del blocco sovietico, l’anno della caduta del muro di Berlino, dell’Europa che si riunisce ancora una volta. Tutti quei processi politici e tutte quelle battaglie di libertà nascono da quelle proteste cinesi, dalla speranza di piazza Tienanmen, dal sangue degli studenti con cui il regime cinese allagò le strade, dal coraggio contagioso di quel ragazzo solo che ferma le armi, da quella fotografia.
Oggi anche in occidente ricordare quel coraggio è diventato difficile, perché quel regime è alleato, è complice, è parte integrante il sistema economico globale, anzi lo domina. Con gli occhi chiusi in questi anni le democrazie occidentali hanno stracciato quella foto, hanno ignorato quel grido eterno degli studenti di piazza Tienanmen che chiedevano libertà, hanno dimenticato la potenza di quella protesta. Una potenza che a distanza di 31 anni fa ancora paura e non solo alla Cina.
Saluti
“RIVEDIAMO TUTTO…”
Sportitalia – Calciopoli, De Paola: “Palamara e i legami con il mondo del calcio, si sta verificando caduta di un potere. Mise sotto accusa Moggi jr e la cricca degli arbitri romani, e adesso…”
Ospite di Michele Criscitiello su Sportitalia, l’ex direttore di Tuttosport e Gazzetta dello Sport, Paolo De Paola, ha parlato di Luca Palamara, magistrato al centro dello scandalo intercettazioni.
“C’è una vicenda importante sullo sfondo che è quella dei legami di Palamara anche con il mondo del calcio, anche con lo stesso Lotito.
Non voglio dire un termine sbagliato che potrebbe essere quello di guerra tra bande, ma secondo me si sta in qualche modo verificando la caduta di un potere.
Un potere che è quello di una cricca – possiamo dirlo? – legata attorno a Palamara, che vede anche le sue amicizie messe in discussione.
E’ clamoroso che Palamara sia il giudice che ha indagato su Calciopoli, in particolare sul figlio di Moggi.
E il figlio di Moggi fu messo alla berlina da Palamara su delle intercettazioni ridicole che riguardavano la sua vita privata. Ma non solo: il giudice Palamara è quello che aveva messo sotto accusa la cricca degli arbitri romani.
E cosa era emerso? Telefonate compiacenti, biglietti, favori viaggi, eccetera, eccetera.
Tutto quello di cui è accusato Palamara stesso.
Cioè, un giudice che accusa un sistema di avere connivenze, di avere piaceri, favori… ma come faccio a fidarmi di un giudice che a sua volta non è assolutamente insensibile a certe lusinghe? Allora io dico: rivediamo tutto, c’è qualcosa che è stato sbagliato”.
Buona serata
PENSARE IN BIANCONERO
Andrea Agnelli ha consolidato, con il suo “sul campo”, dando una controllatina al numero 37 sul portone di casa.
TORINO – Niente scudetto con l’algoritmo o con la classifica cristallizzata: il titolo si assegna solamente sul campo, ha ribadito oggi in Lega Serie A, Andrea Agnelli.
Il presidente della Juventus è intervenuto nel dibattito sulle varie soluzioni da adottare qualora per qualsiasi ragione il campionato non dovesse finire regolarmente.
Essendo necessari dei verdetti per decidere quali squadre accedono alla Champions League e quali all’Europa League, così come le squadre che retrocedono, la Figc ha pensato a varie soluzioni: dalla classifica cristallizzata qualora tutti avessero giocato lo stesso numero di partite, a un meccanismo di calcolo (il famigerato algoritmo) con il quale fare una proiezione della classifica finale tenendo conto dei punti in casa e in trasferta.
Buongiorno
LA STORIA RACCONTA
La maestra agli alunni: oggi parliamo di Giulio Cesare…ed io che rompi palle da sempre…ma signora maestra cosa ne vuol sapere se ancora non era nata…
L’inter nel 1921 non arrivò ultima…ultima arrivò nel 2922 come già scritto…purtroppo la Madre ama distorcere pure la storia…come fanno i Pezzi di Kacca.
C’è una squadra, tra quelle che militano nel campionato di serie A, a non aver mai disputato neanche una stagione in Serie B. Quella squadra é l’inter ed i suoi tifosi si vantano, giustamente, di non essere mai stati in B.
La conosciamo, l’inter, soprattutto attraverso le parole dei suoi tifosi, i quali sanno di fare il tifo per una squadra magari non delle più vincenti, ma sicuramente la più onesta e, come detto, che mai ha conosciuto l’onta della retrocessione nella serie cadetta.
Ma qui c’è già un errore piccolo ma non trascurabile: l’inter in B non ha mai giocato, ma ciò non significa che non sia mai tecnicamente retrocessa.
Torniamo indietro nel tempo.
No, non fino al 1910, quando cioè l’inter vinse, con l’inganno, il suo primo scudetto. No, basta tornare al 1922.
Nel ’22 non si disputa un solo campionato ma due, come due erano le federazioni: la Cci e la FIGC. L’inter gioca nel CCI e, purtroppo, arrivò ultima.
Il regolamento prevedeva la retrocessione diretta per le squadre le ultime due classificate di ogni campionato. Pertanto, per il girone CCI, sarebbero dovute retrocedere il Brescia e l’internazionale.
Ma la situazione della compresenza delle due federazioni non era sostenibile, era necessario fare qualcosa affinché il campionato italiano di calcio fosse uno solo.
Si dibatte a lungo sulla questione, ma è Emilio Colombo, commendatore milanese direttore, guarda un po’ i corsi ed i ricorsi della storia, della Gazzetta dello Sport a risolvere la questione, proponendosi come arbitro della vicenda.
Così, tre mesi dopo la fine del campionato, si decise di riassorbire la CCI all’interno della FIGC, tornando al campionato unico.
Per una logica incomprensibile allora come oggi, si decise di assegnare gli ultimi sei posti del successivo campionato attraverso degli spareggi tra squadre delle due federazioni.
La CCI decise di far disputare un turno preliminare tra le sole squadre del nord Italia, retrocedendo automaticamente quelle del centro e del sud, compreso il Venezia, che pure si era salvata giungendo terzultima nel campionato.
In questo modo, allo spareggio preliminare giunse l’inter, che sconfisse a tavolino la Sport Italia Milano, squadra praticamente fallita che non riuscì a schierare una squadra da contrapporre ai milanesi.
Il turno successivo venne disputato dall’inter contro un’altra squadra in disarmo per problemi economici, la Libertas Firenze.
Pertanto l’inter, grazie al maggior quotidiano sportivo, venne salvato dalla serie B.
(A onor del vero il campionato di Serie B come lo intendiamo oggi non sarebbe esistito fino al 1930, ma vi erano comunque le serie minori, a livello regionale).
Ogni volta, nella settimana che precede Juve-inter è doveroso raccontare questi episodi di storia, giusto per ricordare che la squadra che si ritiene unica depositaria dell’onestà, qualche piccolo scheletro nell’armadio ce l’ha.
Dovremmo dunque correggere il “mai stati in B” con il più corretto “mai stati mandati in B“.
Ho raccontato, anche e non essendo ancora nato, del primo scudetto, vinto in modo non troppo limpido, mi pare più che giusto aver ridimensionato il mito del mai stati in B.
Saluti