Archivio Autore: eldavidinho94 - Pagina 8

#iononcomproRepubblica

di eldavidinho

Siamo tutti in attesa che le sentenze del filone calcioscommesse di Cremona e Bari in cui abbiamo visto coinvolti(soprattutto) Conte, Bonucci, Pepe, Carobbio, Masiello dicano la parola fine, almeno per qualche giorno. Poi ci sarà l’appello. Come 6 anni fa, quasi impossibile godersi un po’ di calcio giocato senza dover rivolgere un occhio(o addirittura tutto lo sguardo) alla solita giustizia sportiva che ci affligge. I due grandi accusatori, come sappiamo, hanno patteggiato pene molto inferiori rispetto a quelle che avrebbero dovuto meritarsi grazie al “patto di collaborazione” concordato con Palazzi. Conte, Bonucci e Pepe, invece, proprio per aver rifiutato i patteggiamenti che l’inossidabile Palazzi ha cercato di trattare per 4 giorni ininterrottamente, sono andati a processo. Alla fine nessuno ha deciso di patteggiare, mettendo a serio rischio tutto l’impianto accusatorio che già la Disciplinare, con “la richiesta non congrua per i patteggiamenti”, aveva denunciato in sordina, costruito da Palazzi ed i suoi accusatori. Proprio la credibilità di uno dei pentiti, Masiello, ha vacillato non poco e tutti si aspettano delle assoluzioni piene per i casi di Bonucci e Pepe, il primo tirato in mezzo nonostante la Procura di Bari abbia rilasciato un certificato in cui si attesta che Bonucci non risulta essere indagato ma essere stato semplicemente sentito in qualità di testimone al penale a Bari e nonostante Carella e Giacobbe, due non-tesserati, ritenuti credibili da Palazzi, non nominino mai il difensore. Il secondo per una presunta telefonata che non si trova e che tutti dubitano ci sia mai stata tra lo stesso Pepe e Salvatore Masiello. Insomma, un quadro che tutto è tranne che chiaro. Per non parlare della posizione di Conte, l’unica seriamente “a rischio” per il solo fatto che, senza prove a discarico, Carobbio resta credibile nonostante le contraddizioni. Le sue dichiarazioni hanno valore probatorio, giuridicamente sono testimonianze attendibili anche se in ogni interrogatorio aggiunge o toglie un particolare. E non fa niente se le 24 testimonianze dei presenti del Siena a Novara Palazzi non le ammette alla Commissione perché irrilevanti, non sufficientemente articolate e, ufficialmente, perché “non stiamo indagando sui tesserati che hanno omesso e che non confermano. Per loro servirebbe un’ammissione altrimenti non sarebbero deferibili”. Vai a tradurre, adesso. Sulla telefonata Masiello-Pepe invece ha detto che: “La telefonata è comprovata, anche se non esiste materiale probatorio dalla procura ordinaria”. Ha continuato, in aula, dicendo che per quanto riguarda le dichiarazioni di Masiello: “esiste il progressivo arricchimento delle dichiarazioni.” Come possono essere “progressive di arricchimento“ le dichiarazioni di Masiello che dal 7 Febbraio al 10 Luglio 2012 cambia 4 versioni? In una delle sue requisitorie, in un passaggio però, dice che: “Non abbiamo il tempo di ascoltarvi“, lasciando intendere che è difficile uscire indenni da un processo che non ammette l’ammissione di testimoni o controinterrogatori, né prove a discolpa, niente controesami e niente testimoni, che ruota attorno al “valore probatorio a prova di contraddizioni o smentite” delle accuse, passando per l’inversione dell’onere della prova che non esiste fino ad arrivare all’immediata esecutività della sentenze. Ma non ci si pone il problema che è anche sbagliato tutelare gente come Carobbio e Masiello che rischia seriamente di avere pene più miti di tanti altri meno colpevoli o addirittura innocenti?
E tutto questo ha portato ai patteggiamenti di Siena, Faggiano, Larrondo e Carobbio con pene lievi e discutibili. Proprio Larrondo, accusato direttamente da Carobbio di aver preso parte ad un illecito, smentisce e se l’è cavata con 3 mesi e 20 giorni più 30 mila euro di ammenda. Stessa formula che Palazzi ha provato a far accettare a Bonucci ma con la differenza che gli hanno chiesto di firmare una dichiarazione auto-accusatoria affinchè non fosse il pm stesso ad ammettere l’errore(derubricazione da illecito ad omessa denuncia). Se per Larrondo si è addirittura derubrificato, Perchè, per Conte, è stato negato dalla Disciplinare il patteggiamento di 3 mesi?
E poi, ecco due situazioni simili: perchè il 19 gennaio, dai giudici di Cremona, Carobbio non parla mai di Conte e il 29 febbraio, da Palazzi, invece lo nomina e lo accusa? E perché dai pm, il pentito Masiello non ha mai tirato in ballo i due giocatori ma lo ha fatto da Palazzi cambiando molte versioni? È lecito pensare che i grandi accusatori facciano nomi e cambino le versioni in base a quelle di altri pentiti o a loro piacimento.
Un’ altra analogia menzionabile è quella che vide Buffon denunciare il sistema giuridico e giornalistico italiano, raggiunto il giorno dopo, con una tempistica perfetta, da un’inchiesta, con Conte che rifiuta di patteggiare e subisce il ritorno di Palazzi e della pena massima chiesta per lui. Se queste non sono vendette e sfreggi di ripicca poco ci manca.
Proprio poche ore dopo le dimissioni di Stellini e 2 giorni prima che la Disciplinare emettesse le sentenze, giornalisti e testate giornalistiche quali Paolo Aghemo, Repubblica, Sky e Corsport hanno diffuso la notizia che la Juve volesse scaricare il proprio mister togliendogli il supporto penale dei propri avvocati e che Conte avesse già pensato di sostituirli con l’avv.ssa Giulia Bongiorno. Smentita giunta prontamente dallo stesso avv. Chiappero intervistato a Sky e poi da una nota ufficiale divulgata dalla società, breve, secca e concisa. Nonostante ciò, CorSport e Repubblica, imperterrite, hanno continuato con le loro illazioni: Repubblica con un articolo sul web modificato più volte, il CorSport con una prima pagina dedicata quasi interamente alla Juve e alla presunta “bufera interna” e la Gazzetta col solito “vizio” d’anticipare le sentenze: l’impressione è che si sia arrivati ad un punto di non ritorno con tutta la stampa nostrana, completamente alla deriva e non più controllabile nonostante la Juve faccia tuttò ciò che è nelle sue possibilità. Alla fine pare che la Bongiorno integrerà il collegio difensivo di Conte e il mister sarà condannato dalla Disciplinare, in primo grado, 10 mesi a fronte dei 15 richiesti da Palazzi. Dopo Ferragosto spazio al procedimento d’appello, a settembre la possibilità per le difese di presentare un ulteriore, e ultimo, ricorso al Tnas, il Tribunale arbitrale per lo sport presso il Coni. Per Pepe e Bonucci invece di parla di un’assoluzione piena che domani scopriremo. Se così fosse, ci sarebbe da chiedersi: assolto Bonucci da illecito e no Conte da omessa denuncia? Pasticcio di Palazzi che bocciato in toto dalla Disciplinare, sia su patteggiamenti proposti(per tutti), sia su credibilità dei suoi pentiti, dovrebbe dimettersi, in un paese normale.
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#ioCONTEsto

di eldavidinho

Fanno discutere I deferimenti per il secondo filone dell’inchiesta sul Calcioscommesse inviati dal Procuratore Federale Palazzi alla Disciplinare che istruirà il “processo” della corte di giustizia federale il prossimo 2 agosto. Non che i tifosi bianconeri non s’aspettassero un deferimento per quanto riguarda Conte, Bonucci, Pepe(non me ne vogliano i due campioni d’Italia se parlerò poco di loro) e tutto lo staff del mister ma deferimenti con così tante incongruenze e buchi nell’inchiesta proprio no. Incongruenze palesate dalla lettura delle carte e degli atti divulgati da Palazzi. Pugno duro usato dal procuratore federale e rinvii a giudizio che ruotano tutti attorno alla credibilità che si dà ai grandi pentiti dello scandalo, Carobbio e Gervasoni in primis. Credibilità che anche la Figc di giorno in giorno perde visto l’ultimo inconveniente nel diffondere il documento pdf dei deferimenti: la stampa tutta ha parlato sin dall’inizio di una doppia omessa denuncia gravante su Conte per quanto riguarda le partite Albinoleffe-Siena e  Novara-Siena mentre il documento diffuso inizialmente e poi ”aggiornato” in seguito parlava di un solo deferimento per doppia omessa denuncia. Mistero tutto italiano sul perché la stampa debba essere così vicina alle procure e addirittura sapere in anticipo le notizie. Altro mistero perché si faccia confusione con documenti ufficiali che non debbano avere il minimo margine d’errore. Una correzione in corso d’opera che comunque tanto sa d’indecisione da parte degli organi giudicanti vista “l’altalena” che si evince tra le motivazioni di Palazzi per quanto riguarda l’uno o il presunto doppio deferimento di Conte. Per gli atti dei deferimenti contenuti all’interno delle motivazioni, il Siena deve rispondere per illecito sportivo di allenatore e tesserati, dunque non di omessa denuncia. Visto che Conte non risponderà di illecito ma di omessa denuncia, è solo un caso “l’errore di aggiornamento” del documento divulgato nella prima mattinata e anticipato dai giornali che hanno subito messo la pulce nell’orecchio dei lettori? Alla fine possiamo dire che il deferimento è doppio e l’impressione quella che sino alla fine si sia discusso di cosa deferire mister Conte: se illecito o semplice omessa denuncia e riguarda le due partite incriminate e precedentemente menzionate. Discorso di credibilità attorno al quale ruota anche il personaggio di Carobbio perché stando alle motivazioni di Palazzi, il Carobbio pentito e reo confesso, responsabile d’aver organizzato e partecipato a combine e quindi d’aver commesso illeciti, non è credibile tranne quando parla di Conte dove accusa, né confessa e né si autoaccusa. Sia per Novara-Siena che per Albinoleffe-Siena l’accusa di Carobbio è che Conte sapesse della combine e che l’avesse riferito ai giocatori nella riunione tecnica pre partita, a Novara per raggiungere un “over”, a Bergamo per “lasciare” la partita all’Albinoleffe. Nella partita di Novara, Carobbio non si auto-accusa della combine, ma il Procuratore non lo ritiene attendibile tanto da deferirlo per illecito sportivo. Essendo stato intercettato al telefono con Ilyevski e Gegic, cade persino la versione secondo la quale in queste due partite incriminate lui non avesse partecipato alla combine. Gli altri deferiti per illecito della partita di Novara sono Vitiello e  Larrondo, così come i tre calciatori del Novara Bertani, Drascek e Gheller, coloro i quali avrebbero alterato l’esito dell’incontro con Carobbio poco prima dell’inizio della partita. A scendere in campo furono solo Vitiello da una parte e Bertani dall’altra con Larrondo del Siena entrato a 15 minuti dalla fine. Ma Conte da chi ha saputo delle combine tra l’altro “accordate” dopo la riunione tecnica? E se è stata confermata la riunione tecnica, tutti i tesserati del Siena che hanno partecipato alla riunione tecnica perchè non sono stati deferiti? Che poi, tra l’altro, se si crede che Conte abbia parlato in riunione, che c’entra l’omessa denuncia? Omette qualcosa che dice egli stesso? La sensazione è che, sia a Novara che a Bergamo, c‘è accordo tra giocatori e non tra società. E Palazzi crede alle teorie di Carobbio quando parla di questi “accordi” (altrimenti non avrebbe deferito i 6 calciatori) e quando parla della riunione tecnica (altrimenti non avrebbe deferito l’intero staff di Conte). Se crede a Carobbio, dunque, come fa a non vederci un concordo d’illecito nelle parole di Conte alla squadra? Confusione. A Parer mio, l’obiettivo è quello d’indurre Conte al patteggiamento per rivalutare in automatico la posizione “incerta” di Carobbio.

A Bergamo, oltre a spuntare sempre il “teorema della riunione tecnica” (anche qui nessuno dei giocatori presenti alla riunione viene deferito tranne lo staff di Conte che, non si sa per quale motivo, avrebbe dovuto regalare la partita agli “amici per caso” dell’ Albinoleffe), Carobbio parla di una combine discussa in settimana in albergo. Poloni, vice di Mondonico all’ Albinoleffe, invece, parla di un accordo raggiunto solo pochi minuti prima della partita, come a Novara. Palazzi, comunque, non crede alla riunione in albergo altrimenti avrebbe dovuto deferire tutti i partecipanti effettivi ma deferisce Ruben GarliniDavide BombardiniDario PassoniLuigi Sala e proprio Mirko Poloni, presenti tutti nel recinto di gioco il giorno della partita. Per il Siena vengono deferiti lo stesso Carobbio, Fernando CoppolaClaudio TerziRoberto Vitiello, giocatori, Cristian Stellini, collaboratore tecnico di Conte. Ma se l’ipotesi è quella d’aver alterato l’esito della gara(con il solo Carobbio sceso in campo, tra l’altro) come è possibile che sia stato deferito il secondo di Mondonico e l’allenatore in prima fosse all’oscuro di tutto? E Conte in tutto questo cosa centra? Per Palazzi, poiché Conte non ha rapporti con gli zingari, né scommette né guadagna e dice ai suoi che “vincendo si sarebbe potuto superare l’Atalanta”, è punibile per non aver omesso(sempre come a Novara) ma non costituirebbe tutto ciò illecito. Come è arrivato allora Palazzi a formulare la richiesta di processo per Conte per non aver denunciato fatti riconducibili all’illecito sportivo stesso? V’incollo la motivazione ufficiale: “…la condotta tenuta dal tecnico – si legge nel deferimento – non lascia desumere con certezza l’apporto di un contributo causale idoneo e finalizzato all’alterazione della gara, efficiente rispetto all’accordo già raggiunto di cui Conte medesimo ha dato atto nel corso della riunione tecnica…”.

Conte, nel suo interrogatorio, ha smentito su tutta la linea le parole di Carobbio negando di aver parlato della partita Albinoleffe-Siena prima di Ascoli-Siena. Carobbio, passaggio importante da non tralasciare, è l’unico testimone ogni volta smentito da tutti. Anche se a sprazzi, quasi impossibile credergli.

Insomma la credibilità di Carobbio oltre ad essere minata da queste due partite prese in esame è evidente anche nelle partite Siena-Varese e Siena-Piacenza 2-3. Soprattutto nel confronto con la partita disputata contro il Varese è evidente la disparità di giudizio utilizzata con Conte e Mezzaroma, presidente del Siena prosciolto. Il pentito aveva riferito che un “personaggio non identificato vicino al Presidente Mezzaroma ” avrebbe detto a Carobbio e a Fernando Coppola di valutare la possibilità di perdere la partita”. Palazzi deferisce Pesoli e Gervasoni (che si sarebbero sentiti per valutare la disponibilità di Carrobbio a truccare il match anche se ricevettero una risposta di rifiuto) per illecito sportivo, Carrobbio per omessa denuncia. Palazzi cont9inua a non credere Carobbio ma a ritenerlo parte attiva nell’organizzazione delle combine e dunque “assolve” il presidente del Siena insieme all’ allenatore Antonio Conte che, si pensava, sarebbe stato raggiunto da un deferimento anche per questa partita. In questo modo salvo il presidente ed il Siena(che avrebbe rischiato la responsabilità diretta e la retrocessione) ma perché Carobbio non  avrebbe dovuto dire il vero? Perché ha mentito su tutto o quasi? Per acredine nei confronti del mister? Eppure, per gli inquirenti, Carobbio “non è stato mosso da alcun motivo di risentimento personale nei confronti del suo allenatore” ai tempi di Siena, nonostante qualcuno abbia potuto pensare all’ormai famosa “lite tra mogli”.

È evidente che l’obiettivo sia quello d’azzoppare Conte per rivalutare, ripeto, la posizione di credibilità di Carobbio. Purtroppo è risaputo quanto sia “rischioso” cadere tra le braghe della giustizia sportiva che ha metodi d’agire da “caccia alle streghe”. A cominciare dal “valore probatorio a prova di contraddizioni o smentite” delle accuse di Carobbio, passando per l’inversione dell’onere della prova che non esiste fino ad arrivare all’immediata esecutività della sentenze. Inutile scrollare la colpa ai tempi celeri da sostenere per garantire la regolarità dei campionati. È un tiro al bersaglio la giustizia sportiva. Trovato il capro espiatorio, tutto è in funzione(o non in funzione) dell’accusato che non dovrebbe essere neanche imputato essendoci già un reo confesso quale Carobbio al centro dell’attenzione. Non deve Bastare la frase di un pentito, o presunto tale, per rovinare la vita di una persona. Perché questa è la giustizia sportiva. Non è “sino a prova contraria” che si condannano le persone ma quando le prove ci sono, esistono, sono tangibili e riscontrabili. In questi giorni tutti i giornali si sono divertiti a scommettere(visto che siamo in tema) sulla pena che potrebbe subire Conte. Per il Corriere della Sera 6 mesi, per Repubblica 18 mesi, la Gazzetta addirittura ha parlato di 27 mesi. Mediaset 12 mesi, Radioradio 9; il Corriere dello Sport tra i 3 e 4 mesi. Insomma, qualcosa d’interessante di cui parlare in queste giornate di solleone. Ma il “criterio di continuazione” che si applica e non l’obbrobriosa “somma delle pene” farebbe pensare ad una squalifica di Conte che possa andare dai 6 ad un massimo di 12 mesi. Società e avv. Conte, De Renzis, s’incontreranno per decidere. Si punta a pochi mesi di squalifica con multa e riduzione della pena(patteggiamento) anche se, per alcuni, con i ricorsi si arriva alla stessa pena dei patteggiamenti. Il patteggiamento non è una pena congrua ma la rinuncia ad un diritto, quello della difesa. È questo il pensiero diffusosi in questi giorni tra i tifosi juventini del web nonostante la linea societaria possa essere quella, appunto, del patteggiamento per non incorrere in spiacevoli incidenti di percorso durante la stagione che sta per aprirsi e che rappresenta, per tutti noi, quella della riconferma e del ritorno in Champions. Inutile negare che con il patteggiamento si andrebbe ad intaccare persino l’integrità morale di una persona di sport come Conte, di un temperamento, una rigidità “dovuta” ed una “spinta motivazionale” fuori dal comune. Il processo comincia il 1Agosto. Le sentenze il 10, vigilia di Supercoppa. A tal proposito, sorge spontaneo un dubbio sul perché, in campo a Pechino, possano non scendere in campo deferiti “puniti” quali Conte, Bonucci e Pepe e deferiti “impuniti(o rimandati?) quali i giocatori del Napoli coinvolti nel calcioscommesse. Tra le comunicazioni della Procura federale, c’è la decisione di rinviare a settembre, ed aspettare il passaggio dell’estate, la valutazione delle posizioni di alcuni giocatori del Napoli (Gianello che ha tirato in ballo Cannavaro e Grava un poì come Masiello ha fatto con Bonucci e Pepe) che costituiscono un altro filone per motivi burocratici .

Per quanto riguarda Bonucci e Pepe, il primo è stato deferito per illecito ed il secondo per omessa denuncia ma entrambi coinvolti nella combine della gara Udinese-Bari 3-3 e menzionati da Andrea Masiello. La strada intrapresa da Bonucci non dovrebbe essere quella del patteggiamento che, comunque, gli avrebbe riservato in ogni caso uno sconto di pena minimo(da 3 a 2 anni). Pepe ancora non sa ma è quello, secondo me, meno “coraggioso” e con “meno dimestichezza”. Un cagnolino a confronto con la giustizia sportiva, ingiustamente tirato in mezzo quasi per caso per una Ferrari capitata in un discorso tra i due. Si tenga presente che Masiello è quello che, su 4 versioni, ne ha cambiate 5. Povero Bonucci, mi verrebbe da pensare, quando parlava del più e del meno con quel barzellettiere di Masiello.

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È tornato o non è mai andato via?

Il portierone della nazionale italiana e della Juventus Campione d’Italia è tornato ad essere l’uomo simbolo di una squadra rinata. Tra difficoltà ed errori di percorso.

“Dopo il Mondiale è la mia gioia più bella, sportivamente parlando, e finalmente dà un senso al fatto che il sudore e il lavoro pagano. Ci ho sempre creduto ma credevo fosse un 80% retorica ed un 20% verità. Dopo questo Scudetto, posso dire che un 80% è verità e un 20% retorica”. Parto da questa dichiarazione fatta da Buffon dopo la partita di Trieste per mettere in evidenza una delle note più liete della stagione: la crescita umana del portiere di Carrara. Prima di questo Scudetto è evidente come le vittorie siano state raggiunte giocando in squadre già attrezzate per vincere. Con la discesa in Serie B e accettando questa sfida, Buffon si è reso conto di dover metterci qualcosa di più della semplice professionalità per poter tornare ad emergere e vincere. Le sue prima stagioni post-Calciopoli, infatti, sono state caratterizzate da un rendimento notevole. L’unica cosa che gli mancava era quel riscatto morale e caratteriale che ancora doveva arrivare con indosso i colori della squadra che ha deciso di amare per tutta la vita. Il Buffon-trascinatore è stato quello che gli ha permesso di raggiungere il trionfo che cercava e che lo avrebbe definitivamente soddisfatto. Non so se mi spiego. L’impressione è che a Buffon mancasse, in carriera, la vittoria di uno Scudetto come questo, dal sapore unico; gli altri sono arrivati quasi in modo ‘scontato’. Eccolo, finalmente, il coronamento di un sogno. La risposta che dà a Pepe, in aereo, al ritorno da Trieste(“Sono quelli come te, Simo, che mi hanno insegnato a vincere”) dimostra come Buffon sia pienamente preso da questa Juve piccola, operaia, per la maggior parte fatta di gente che non aveva vinto nulla prima d’ora in vita sua, che sente più delle altre vissute precedentemente, appunto. Dopo l’errore contro il Lecce, Buffon ha scoperto di avere alle sue spalle, nella curve di tutti gli stadi d’Italia, dei tifosi Veri ad incitarlo. Li ha scoperti come si scoprono e si distinguono i veri amici dagli altri amici nei momenti di bisogno. I suoi tifosi amici hanno deciso di lasciarsi indietro la svista contro il Lecce, di cancellare tutto e di riporre piena fiducia nel portierone che da sempre fa le fortune della squadra. Hanno continuato ad incitarlo e a dargli stimoli, stimoli nuovi. Giocare ad appena tre giorni dal masochistico errore ha aiutato Buffon a far leva sul pronto e immediato riscatto senza neanche avere il tempo di mugugnarci su o piangersi addosso a tre giornate dall’obiettivo finale. “Mi sono tolto un peso dopo il pari col Lecce. Gioia come il Mondiale. Ad Agosto qualche milanista non credette alla mia previsione scudetto, mi risero in faccia ed io rimasi male, molto male. Quando mi prendono in giro non mi piace”. E a chi piace, tenuto presente che la Juve ha vinto? In estate, però, c’era da stigmatizzare quella paura cronica che tutti si portavano addosso da 6 lunghissimi anni, compreso lo stesso Buffon. In un solo anno Gigi ha superato gli infortuni, ha ritrovato feeling in campo con i compagni, è tornato “uomo simbolo” fuori ed ha stretto rapporti duraturi con la società, intenzionata a proporgli un contratto a vita.

Meritato, perché quando si parla di Buffon, i numeri non costituiscono l’eccezione, bensì la regola. Con 35 presente stagionali e 3329 minuti giocati, Buffon ha raggiunto l’ 84,8% dei passaggi riusciti, risultando il portiere più tecnico e manovriero del panorama europeo oltre che la media di 14,3 passaggi a partita, tenendo conto del suo ruolo non propriamente portato alla distribuzione del gioco. Eppure. Conte lo ha migliorato anche in questo, nell’utilizzo dei piedi(spericolato, nel caso…) anche se pressato, anche a costo di sbagliare. Obiettivo principale, quello di far ripartire l’azione dalle retrovie per invitare l’avversario al pressing alto sui nostri difensori e indurlo a scoprirsi dalla zona mediana del campo in giù, con la conseguente creazione di spazi attaccabili a campo aperto. 568 minuti di imbattibilità, dal gol di Di Vaio Bologna a quello subito da Mauri, nella gara contro la Lazio allo Juventus Stadium. Un mese di ordinaria amministrazione, 6 partite consecutive senza subire una rete. In totale, la Juventus ha subito solo il minimo storico di gol, 20. Di cui solo 16 Lui. Si è fatto trovare sempre pronto in tutte le partite in cui ha dovuto scaldare i guantoni anche solo per una volta. Ha costituito con gli stessi ragazzi dello scorso anno(e la sola aggiunta di Lichtsteiner e Caceres) il muro, la diga sulla quale Conte ha cominciato a depositare sin da subito le proprie fortune. Tutta la retroguardia con Gigi indiscusso leader, è ripartita in estate dal ritiro di Bardonecchia con voglia di rivarsa e con umiltà, senza troppe pretese sterili(ma non assurde) con l’obiettivo di dimostrare che il pacchetto difensivo che costituisce pure quello della Nazionale non è quello visto l’ultimo anno. Si è preso le sue responsabilità ed ha ricambiato la fiducia(indiscussa) del mister con le prestazioni, caricandosi sulle spalle tutte le responsabilità di una stagione che si sarebbe potuta rivelare clone delle ultime due ma che, invece, non lo è stata. Non è stato lo spirito uguale agli altri anni; hanno pagato il sudore, l’abnegazione, il sacrificio, l’umiltà. Hanno dato i loro frutti, come auspicava e sperava Conte.

La certezza che “Buffon porta almeno una decina di punti in più a campionato”, diventata col passare degli anni e con l’avvento delle vicissitudini di squadra sbiadita sino ad essere presa per una leggenda metropolitana, oggi ha ritrovato tutto il suo significato, in tutto il suo splendore. Fa niente se fuori dal campo lo si accusa di fare uscite a vuoto e di essere sempre fuori dai pali nel momento delle interviste; quello del campo è ancora il numero uno al mondo.

eldavidinho

Solo lui può.

Articolo datato 12 maggio 2011 riguardante l’ultimo rinnovo contrattuale fatto all’epoca da Del Piero con la Juventus. Ritorna d’attualità e mi piace riproporvelo proprio in vista dell’addio del Capitano…  

Ma che, stiamo scherzando? Su questa perplessità ci torniamo dopo, con calma. Ora non c’e tempo e non è il momento, c’è altro da dire. Che Del Piero ha firmato. Eh sì. Qualcosa la dobbiamo pur scrivere, no? Osama, William e Kate. Berlusconi sia in campo (quello della politica) che fuori (quello del calcio), Mourinho, il Barca. Tutti temi di tutto rispetto, trattabili, ci mancherebbe, ma si scrive troppo e si pensa troppo poco alle parole da buttare sul foglio. Spesso ci si trova costretti a parlare di temi che ci vengono ossessivamente proposti senza criterio, a ruota libera, in ogni modo, in ogni luogo, in ogni tipo di salsa.

E invece io vi metto di fronte ad una bella storia d’amore, leale e duratura, che ha bisogno di essere monitorata ogni tot. di anni per andare avanti anche se i coniugi salterebbero volentieri questo passaggio noioso e asettico. Il bello è che siete liberi di leggermi, non vi costringe nessuno perché tanto il loro matrimonio va avanti anche senza le luci e gli occhi dei riflettori. Cominciamo dalla fine, col dire che ha messo la firma per compiere la maggiore età con la Juve, pianeta d’appartenenza,  come se fosse una seconda vita parallela perchè la prima la sta vivendo qui con noi e come noi, sul pianeta Terra. Una storia, quella con la Juve, ancora tutta da vivere se si pensa che gli anni compiuti sono appena appena diciotto, omettendo che, eppure, la vita del calciatore è relativamente breve e la maggiore età, con una stessa casacca, non la raggiunge quasi nessuno. Alex è già il top. Molti preferiscono cambiare aria e mondo, stupidi che hanno bisogno di girovagare per trovare stimoli e ne approfittano perché hanno la possibilità di farlo, come se la fortuna di giocare per un grande club non sia già un grande stimolo da mantenere sempre vivo come l’impegno costante nei confronti di quei tifosi che, ogni anno e in ogni partita e in ogni occasione, sono sempre lì ad incitare la squadra e il beniamino che, in qualche modo, rispecchia se stessi e a fare in modo che, almeno la loro componente, faccia bene il proprio dovere. Perché quello del tifoso, poi, diventa uno ‘spensierato’ dovere.

Chissà cosa passa per la testa di quel marziano di Del Piero che decide di legarsi alla Juve dagli albori di una carriera fatta di record, fame e soddisfazioni, sino all’epilogo della stessa, più bello del principio. Una noia mortale, una monotonia da manicomio: ogni giorno, sempre la solita solfa. Eppure è proprio la monotonia che ha migliorato Del Piero come uomo e lo ha fatto apprezzare a noi come bandiera: il fatto di essersi legato alla Juve con un legame inscindibile, fatto di alti e bassi, di periodi bui e di altri felici, di problemi, vicissitudini, gioie, dolori, soddisfazioni tutte da vivere con i ‘soliti’ 14 milioni di tifosi e più o meno le stesse facce che si sono alternate in 18 anni di storia juventina, in squadra e in dirigenza. Ne ha vissute tante, Del Piero, ha fatto con noi anche la serie B, anno nel quale avrebbe potuto benissimo pensare di andare altrove non per mancanza di stimoli ma per necessità di VINCERE. E invece, la sua vittoria è stata continuare a rendere felici i suoi tifosi, alimentando dentro di sé un altro stimolo che solo 4 suoi compagni di squadra che lo hanno seguito hanno compreso: tornare a vincere con la maglia che lo ha portato sul tetto del mondo, ripartendo dal Purgatorio della Serie B anche se si può parlare d’Inferno visti i punti di penalizzazione e la cessione dei pezzi pregiati della squadra.

Soltanto chi non ha paura di cadere nella banalità e nell’indifferenza della monotonia, nell’apatia o nella stanchezza della routine e sa andare avanti giocando sempre per la stessa maglia può dirsi un uomo completo, un atleta costante, un campione apprezzato.

Il rinnovo di Del Piero alla fine è una cosa normale, tanto scontata quanto necessaria. Ogni anno si parla troppo di questa faccenda che non ha nè capo nè coda, a dirla tutta; anche chi si è sempre mostrato ostile nei confronti del rinnovo di Del Piero oggi direbbe che è stata la scelta giusta non perchè la Juve ha bisogno ancora di Del Piero in campo (questi sono pareri, relativi, sui quali si può discutere per ore) ma perchè vedere la Juve senza Del Piero non è la stessa cosa. Ormai è abitudine vedere Pinturicchio nella Juve e nessuno immaginerebbe il nuovo stadio senza almeno un gol di Alex . La verità è che nessuno ha mai pensato veramente ad una Juve senza Alex e ad un suo addio imminente. Quindi di cosa stiamo parlando? Ma che, stiamo scherzando? I numeri, ovvero 674 presenze e 283 reti senza mai stancarsi, parlano da soli.

In questa vicenda, l’altro coniuge si chiama Andrea Agnelli perché i matrimoni si fanno in due. Stefano Del Piero al massimo ha fatto da maggiordomo. Non sapremo mai se Andrea Agnelli si sia realmente alterato alla notizia che Del Piero, qualche mese fa, aveva dichiarato di esser disposto a firmare anche in bianco, azione colta dai più maliziosi come una mossa strategica da parte del Capitano che ha esposto il presidente a serie figure barbine in caso di non rinnovo e costringendolo, in un certo senso, a firmare l’ultimo contratto mantenendo  termini economici comunque decenti. E invece il misero milione e mezzo (dipende dai punti di vista, ma se lo paragonassimo con i campioni o le bandiere di suo pari livello, invece che con giocatori di serie C…) che Alex percepirà da qui sino alla fine del prossimo anno dimostra il contrario: dimostra che la volontà di fare un altro anno c’era, da ambo le parti; dimostra che il sacrifico del capitano è un vantaggio per la Juve che potrà approfittare (sì, approfittare!) ancora del suo contributo in campo, dimostra che le TV hanno parlato, ancora una volta, tanto…

Il senso d’appartenenza, forse, è ancora di casa. Appartiene ad entrambi ma ad Alex appartiene di diritto. È il migliore. ANCORA LUI. Questione di routine e d’abitudine.

eldavidinho

Tutto torna.

Per un preciso segno del destino, a Trieste è finita come l’ultima volta a Bari, 0-2 in campo neutro la domenica pomeriggio del Maggio 2005-2006. Un romantico e sentito quanto voluto ritorno al passato si è avverato dando la sensazione che questo scudetto sia simile, almeno nelle coincidenze, a quello ingiustamente derubatoci. La partita col Cagliari è stata rognosa e maschia proprio come Ficcadenti, allenatore degli isolani ed ex Toro, aveva voluto che fosse interpretata dai suoi. E come accaduto in ogni partita della stagione, questi ragazzi hanno giocato con grande maturità, sacrificio e lucidità, senza mai perdere la bussola, affrontando di volta in volta l’avversario di turno. Neanche per il Cagliari c’è stato nulla da fare. Alla fine, ha vinto veramente il migliore. Abbiamo vinto noi, contro i pronostici(che ci vedevano sfavoriti ad inizio stagione) ma ci siamo dimostrati sul campo superiori a tutti, diventando veramente gli unici a poter perdere questo scudetto e non il contrario. E la gioia che sprizza da tutti i pori è qualcosa d’indescrivibile, d’impossibile da raccontare. Mai ho corso con così tanta facilità e felicità sino a spomparmi del tutto nel tentativo di raggiungere il centro del paese per i legittimi festeggiamenti. Una corsa solitaria e liberatoria, ricca di orgoglio e soddisfazione. Migliaia di tifosi juventini riversati in piazza a festeggiare, mamma mia da quanto tempo che non si vedevano e non si sentivano cantare! Un ritorno alla normalità dal sapore dolce e dalla prelibatezza unica, contorno d’antico e pensiero rivolto al 2006, a quel filo spezzatosi ed ora ricucitosi grazie ad un condottiero degno di quel Napoleone Bonaparte che conquistò e cambiò l’assetto dell’Europa grazie al genio militare di cui era in possesso. Conte ha cambiato la squadra col proprio genio tattico ed il suo carisma, con la bravura nel trasmettere al gruppo la voglia di vincere e la voglia di rivalsa. È stato lo scudetto di Calciopoli, tanto per intenderci, ed uno dei più belli per il modo in cui l’abbiamo conquistato: con zero sconfitte, da imbattuti, dopo quello scandalo. Questa volta veramente non può togliercelo nessuno e anzi, abbiamo il diritto di rivendicare la terza stella, questione che si protrarrà per tutta l’estate. Perché anche la Procura di Napoli ha detto che il campionato 2004-05 non è stato alterato e quello successivo non è stato investigato, come enunciato a più riprese dal presidente Agnelli. A decidere è stato un tribunale dello Stato, smentendo la giustizia sportiva che s’era tirata indietro al momento della richiesta di revisione del processo. Amen. Dov’è la scorrettezza per la quale la terza stella non si possa portare, dal prossimo anno, fiera e splendente sulla maglia addobbata anche del tricolore? In ogni caso, la Nike sta pensando ad un escamotage stilistico che prevede la terza stella sotto lo stemma, unita da corone di alloro con le altre due sopra lo stemma. Agnelli ha promesso sorprese, noi tifosi crediamo di meritare senza alcun se o alcun ma la terza stella. Abete spero che pur di non indispettire la folta colonia di juventini che parteciperà all’ Europeo, alla fine accetti la nostra proposta, capisca il motivo della nostra diatriba e il verdetto del campo, non quello dei tribunali. Anche perché quello dei tribunali, soprattutto quello sportivo, è molto contraddittorio e poco veritiero. Noi tifosi juventini abbiamo fatto il massimo fuori dal campo per tutelare la squadra in ogni dove, dentro al campo per sostenerla e incitarla a vincere e a portare a casa, con grande forza d’animo e spirito vincente, uno degli scudetti più sentiti, forti e meritati della storia. Proprio tornando alle emozioni, mai come in questi giorni credo sia lecito pensare che dopo la tempesta arrivi sempre il sereno: la sensazione è che tutto sia tornato come prima: Juve campione, squadra forte, allenatore vincente, precisa identità di gioco, stadio nuovo e gremito ad ogni partita stagionale, tifosi in delirio e assolutamente soddisfatti(non può essere altrimenti), bilancio economico in rialzo dopo esser tornati campioni d’Italia, campagna acquisti(l’ultima) felice: non tutto è oro quel che luccica tra le cose che ho elencato, naturalmente, ma le vittorie hanno spazzato via anche quei dubbi sorti come d’abitudine negli ultimi anni. Non che non si possano ripresentare il prossimo anno, per carità, l’anno della riconferma che dobbiamo già sapere essere più difficile di questo, vinto sulle ali della gioia, della consapevolezza nei propri mezzi acquisita strada facendo, della rivalsa, della volontà di. E poi, la prima sconfitta arriverà di sicuro… Questa è la Juve che unisce i tifosi. Quella che vince. Quella che emoziona. Quella che fa urlare. Quella che mette tutti d’accordo. Quella che amiamo. Quella che aspettavamo ormai da troppo tempo e che ora è tornata. Increduli sino a qualche minuto prima del fischio finale del sogno che si stava realmente materializzando, ancora non del tutto coscienti dell’impresa, stoica, che abbiamo realizzato. Forse, a vedere i nostri giocatori, dai video divulgati sulla rete, di ritorno da Trieste, possiamo renderci conto di come siano più consapevoli loro, che noi, di cosa è stato fatto. Quella sensazione di vederli così piccoli lo scorso anno, settimi e spaesati, inesperti e ancora poco cinici, ma così grandi e sicuri ora, dopo dieci mesi di crescita lenta, difficile ma continua. Dal ritiro di Bardonecchia sino ad oggi. Perché questo sono ora i nostri giocatori: CAMPIONI, tutti, che il prossimo anno dovranno difendere il campionato e confermarsi in Europa. Gente che non aveva vinto mai nulla prima d’ora si ritrova a dover difender qualcosa conquistato con le unghie e con i denti.  Se contro il Palermo, al Barbera, c’è stata la svolta scudetto sentita addosso da tutti, a partire dai calciatori; a Cesena, col gol di Borriello, abbiamo veramente cominciato a credere in un sogno che stava diventando realtà. L’avvicinamento alla tappa decisiva, tanto vicina quanto lontana dopo il disgraziato pareggio col Lecce, è stato caratterizzato da un susseguirsi di emozioni che hanno attraversato la schiena con dei brividi e la mente con dei ricordi. Buffon, provato dall’errore col Lecce, si è unito al coro con Del Piero e Cheillini che ha dedicato lo scudetto a chi è salito dall’Inferno della B al Paradiso della vittoria-Scudetto. E non importa che il Milan abbia tentato nuovamente di vincere il derby con la tattica che meglio gli riesce: quella dell’imbroglio, prima col tuffo di Boateng e poi col replay del gol di Muntari, questa volta però a parti invertite con Cambiasso a fare da doppiatore. E non importa neanche che Allegri abbia dato la colpa della loro debacle agli infortuni, alle assenze, al sistema, al fatto che loro avessero l Champions e noi no. Può anche avere ragione, visto che i numeri sia del Milan che di Zlatan, nonostante siano migliorati rispetto alla scorsa stagione, non hanno fruttato alcun trofeo e alcun trionfo. Paradossalmente dico. Ma hanno preso il sopravvento e prevalso i motivi morali di questa Juve, affamata-unita-coesa-caparbia-grintosa-mai arrendevole-lucida-orgogliosa-vincente-intelligente-matura-cinica-straordinaria-stoica-strabiliante. Festeggiamo un altro giorno di Maggio in sequenza: dopo il 5, il 6. È il destino della Juve italiana che dà tutti i suoi giocatori italiani(quasi un’intera rosa) alla nazionale italiana: festeggiare per la trentesima volta nel mese di Maggio. Buffon che ringrazia Pepe d’averlo aiutato a capire cosa significa vincere è un’altra bella immagine che racconta cosa sia successo quest’anno. Uno scudetto che è di tutte le generazioni juventine, dai più anziani ai più giovani. Perché la Juve è di tutti e unisce tutti, grandi e piccoli, in un’unica famiglia che ha un proprio linguaggio con cui esprimersi; quello del bianconero nel cuore. Scudetto vinto con lavoro, col sudore e con la fatica. E ogni volta che ripenso a questo scudetto, la lacrima cade. Il cuore comincia a battere forte. La mente torna ai momenti chiave della stagione, una musica di sottofondo parte da sola. Troppo bello per il modo in cui è arrivato. Inaspettato ma meritato. Sì, abbiamo vinto noi.

Eldavidinho

Il sogno che continua.

È un sogno che continua quello che sta vivendo la Juventus in questa stagione di riscatto. Anche a Cesena la musica è stata la stessa, tra i dettami tattici di mister Conte, precisi ed intelligenti, e lo spartito in campo, funzionato bene come da routine ormai se si vedono i numeri: 10 tiri a 3 di cui 7 in porta a 0, 15 corner a 3, 73% di possesso palla contro il 27%, 89% di passaggi riusciti a testimonianza della fluidità della manovra. Tuttavia, per esultare e dare libero sfogo alla propria felicità, la Juve ed i suoi tifosi (al seguito, in un “Manuzzi” quasi completamente gobbo e non) hanno dovuto attendere il 35esimo del secondo tempo, quando proprio l’uomo che non t’aspetti ma che in settimana aveva profetizzato il primo gol in maglia bianconera, Marco Borriello, sigla la rete che rimette sui binari giusti il treno verso il Paradiso. Sì, perché questa è: una rincorsa verso il Paradiso, verso qualcosa d’impossibile sino ad un anno fa di sport e oggi, improvvisamente, percorribile e vincibile. Una marcia trionfale, mai inceppatasi e cresciuta passo dopo passo grazie alla maturità di un gruppo subito entrato in sintonia. Incredibile il lavoro che sta operando mister Conte, lodevole la serietà dei ragazzi e lo spirito di gruppo che sta accompagnando quest’annata bianconera, quasi servisse quel tocco di fortuna ed imprevedibilità che va al di fuori del progetto di rifondazione, e che fa saltare tutti gli schemi, per poter tornare grandi. Sarebbe troppo riduttivo risolvere in Antonio Conte e nel suo carattere cupo, deciso, da trincea, questo senso d’imprevedibilità. Troppo grande la responsabilità di dire ed affermare con certezza che è servita una persona dalle idee chiare, dal carisma di ferro e dal polso fermo per poter mettere ordine nella palude societaria degli ultimi anni. Antonio Conte è una delle tante componenti accompagnate da fortuna e bravura che ci stanno facendo vivere questa meravigliosa annata calcistica. Elemento che emerge in campo, in ogni partita, è la mentalità con cui si scende sul terreno di gioco; mentalità In grado d’alleggerire i giocatori da pesanti pressioni esterne e che fa acquisire ad ognuno di loro la consapevolezza di essere importanti al fine del risultato. Il punto, infatti, sta soprattutto qui a pareri mio: nel modo in cui si è affrontata ogni singola partita della stagione. Faticosamente la Juve ha sistemato, ogni volta che è scesa in campo, qualcosa a livello tattico e si è evoluta molto lentamente quanto velocemente. Lentamente perché Conte ha inserito sempre con una certa riflessione, nell’undici titolare, giocatori rivelatisi poi importanti o decisivi come Estigarribia, Caceres, Quagliarella, Giaccherini, Borriello. Così come è stata lenta la metamorfosi del cambio di modulo da quel 4-2-4 tanto discusso sui forums bianconeri in estate, al 4-3-3 vincente di stagione, al 3-5-2 vera e propria invenzione del mister contro squadre già ben strutturate, con una difesa a tre come Napoli, Udinese, Roma all’occorrenza o contro centrocampi attaccabili lateralmente come quelli di Milan e Inter. Una squadra, questa, che la propria maturità l’ha mostrata proprio col saper alternare, indistintamente dall’avversario, entrambi i moduli inventati, studiati ed applicati prima in allenamento e poi in campo. Quasi si possa parlare proprio di due frecce in più nel grande arco di cui Conte si è munito per portarci al posto che ci compete. Quando, invece, dico velocemente, mi riferisco al fatto che l’abitudine al sacrificio ma alla soddisfazione finale ricorrente in questa squadra ha fatto sì che arrivassimo, a questo punto ormai finale della stagione, da imbattuti e da assoluti protagonisti. Il campionato sta scivolando così velocemente che tutte le partite della Juve, giocate ognuna con altissima intensità, ritmo, pressione e attenzione, è catalogabile in un unico archivio. Nessuna di esse è stata tanto diversa dall’altra se non, come è giusto che sia, nelle statistiche numeriche finali. Tornando alla partita, quello di Borriello è stato un gol che, oltre ad aver sbrogliato una situazione ingarbugliata, fastidiosa e ricapitataci per l’ennesima volta in stagione contro una “piccola”,  probabilmente vale il riscatto(preannunciato dal mister nelle interviste post-partita) viste le passate esperienze, sempre molto prolifiche, e le caratteristiche da ariete vero molto utile in situazioni come queste. Tenendo conto della forma non ottimale che ha accompagnato Borriello in questa stagione a causa delle panchine alla Roma, del trasferimento alla Juve e, quindi, della discontinuità con cui è sceso in campo, il vero bomber, alla Juve, non si è ancora visto e, non assaporarlo, sarebbe un grande rimpianto. In ogni caso, inutile ribadire che il destino è nelle nostre mani. Parole retoriche che non danno l’importanza della posta in palio(nonostante ogni singolo tifoso juventino lo sappia comunque a prescindere). Il Milan ha perso 7 punti nelle ultime 7 gare, ne ha raccolti solo 14 ed ha realizzato 9 gol a fronte dei 5 subiti. Il ruolino di marcia della Juve, invece, ha visto una crescita in classifica e in fatto di numeri strabiliante, a partire dal pokerissimo di Firenze. 7 vittorie consecutive con 19 gol fatti, 1 solo subito e 19 punti conquistati. E soprattutto primi in classifica da imbattuti. Ma non è ancora il momento di tirare le somme o lasciarci andare a complimenti che, volente o nolente, a fine stagione arriveranno per tutti. È un sogno ch continua.

eldavidinho

Non esiste la sfortuna ma l’anticalcio sì.

Inutile negarlo e prenderci in giro: il complotto di cui ha parlato il mio collega Alessandro Magno nel suo ultimo articolo al termine di Bologna-Juventus, esiste. Inutile girarci attorno perché il calcio non è solo tattica, tecnica e furore agonistico, la dimostrazione dell’anticalcio che ogni settimana ci viene fornita sui siti juventini maggiormente seguiti sulla rete esiste ed ha il potere di manovrare in maniera regolarissima le partite, le stesse persone e l’andamento della partite. Non a caso il nuovo motto di quest’annata calcistica è: “lamentarsi paga”. E non fa niente se su Twitter i tifosi juventini sono quelli FRUSTATI(e non FRUSTRATI, sia chiaro eh?). Le lamentele del Milan nella persona di Galliani al termine dell’ormai famoso primo tempo di S. Siro hanno fruttato un rosso a Vidal, un gol annullato a Matri ed espulsioni evitate per Mexes e Muntari (kickboxing contro Lichtsteiner la sua) nel secondo tempo che hanno suscitato polemiche per tutta la settimana. Infatti, la partita è continuata al di fuori del campo col Milan che ha chiesto che fosse revocata la fascia di capitano della Nazionale a Buffon per aver dichiarato che, seppur avesse visto il pallone di Muntari entrare, non l’avrebbe comunque segnalato all’arbitro andando contro i principi di etica e lealtà (che, a dirla proprio tutta, non fanno proprio parte di questo campionato, monito dell’anticalcio). Buffon, per aver fatto questo, è stato inutilmente martoriando per tutta la settimana; proprio per aver detto e fatto ciò che avrebbero detto e fatto tutti. E T. Silva, giocatore avversario, lo ha pienamente appoggiato. Ma, infatti, a cosa è servito mettere in croce Buffon che è libero di pensarla come vuole, proprio come tutti? Piuttosto, i veri colpevoli, gli arbitri e i scandalosissimi guardalinee, stanno falsando un campionato che sta andando al di là della sudditanza (altra cosa che c’è, fa parte dell’anticalcio, esiste ed è innegabile).
Nelle stesse ore, ricorderete, la Juve chiese provvedimenti disciplinari nei confronti di un altro protagonista non pagante di quel match, Carlo Pellegatti, telecronista fazioso di Mediaset, responsabile di frasi ingiuriose e veri e propri insulti verso quell’Antonio Conte, unico difensore dei colori bianconeri davanti ai microfoni. Nel gioco della parti ognuno indossa una maschera (tattica, rimanendo in ambito calcistico) piuttosto pirandelliana sotto questo punto di vista e quella di Galliani è veramente simile a quella di una volpe che cerca d’imbrogliare chiunque. Crede di essere l’unico capace di potersi muovere come vuole a Palazzo e forse ha pure ragione. La semplicità con la quale è riuscito a paragonare(e ad avere ragione) le gomitate di Pirlo(per liberarsi di un avversario, fuori area, su azione veloce) pari a quelle di Muntari (placcaggio su Lichtsteiner, IN AREA , con pallone lontano) e le parole di Buffon a quelle di Pellegatti, ha veramente dell’incredibile. Del grottesco. Dell’impossibile. Tutto disegno di un progetto ben preciso e già delineato, in cantiere da tempo e ora finalmente attuabile.
Prima di Galliani, però, a lamentarsi a ruota, sono stati Ghirardi, Donadoni e il pretestuoso e arrogante Lo Monaco, prima dei rispettivi match nella speranza di raccogliere anche loro qualche punto contro la Juve. L’errore principale della Juve, secondo me, è stato l’aver mandato, in occasione del recupero di Parma (ricorderete anche il rigore su Giaccherini e quello su Pirlo all’ultimo minuto, spero di non chiedervi troppo…), Conte davanti ai microfoni a parlare di arbitri, polemiche e, per finire, duello a distanza col Milan. “È impossibile che dopo 22 giornate in testa alla Serie A non c’è una squadra, fino alla Lega Pro, che abbia meno rigori di noi” e “Galliani mafia del calcio”, sono parole che Conte e tutta la squadra continuano a pagare ancora oggi. Le reazioni di Ranieri(“Con l’Inter gli arbitri hanno terrore”), Lo Monaco(“Accuse fuori luogo”) e Ghirardi(“L’arbitro ha diretto bene la gara”) non fanno altro che andare contro la Juve e verso un disegno già fatto e nel tentativo di continuare a ricevere, contro la Juve, arbitri ingraziati. Dopo il Milan, inoltre, la Juve sarebbe dovuta intervenire nelle figure di Agnelli e Marotta per sfatare il mito giornalistico che sono state le “lamentele di Conte” a provocare il gol annullato di Muntari. Deve essere brava la società a fare cerchio attorno a Conte quando va davanti ai microfoni non potendo fare affidamento su Marotta ed il suo poco peso mediatico. Per dire ancora la nostra fuori dal campo, Agnelli credo che debba intervenire pesantemente su personaggi televisivi e giornalisti antijuventini che fomentano l’odio ed il rancore delle folle nei nostri confronti. Vanno fermati soprattutto questi personaggi per non avere troppa pressione addosso. È una vergogna che non si sia preso nessun provvedimento nei confronti di Pellegatti e sia in gioco solo la querela di Conte. E vogliamo parlare dell’espulsione che avrebbe dovuto subire Dramè poco prima di siglare il gol del pareggio clivense a Torino? Ecco perchè Marotta avrebbe dovuto insistere per giocare, seppure con la neve, contro il Bologna o, per lo meno, il Parma. A Parma, con lo 0-0, sono cominciati quei problemi che non avremmo avuto seppur ci fosse stata la neve qualche settimana prima. E col Bologna l’ hanno fatta passare già come ultima spiaggia nel tentativo furbesco dei giornalisti e masochistico dei tifosi d’ingigantire le cose e farle difficili. Nonostante l’impraticabilità, Marotta avrebbe dovuto insistere proprio per non passare per quello che non avrebbe voluto giocare(ruolo che non s’addice alla Juventus…) e per dimostrare d’avere polso in situazioni di fuori campo.
Nicchi, Abete e compagnia cantante non sanno più che pesci pigliare. Per un momento veramente Conte e le sue lamentele li hanno messi in crisi sin quando non ci ha pensato l’espulsione di Bologna e il silenzio provocatorio di Allegri a girare, ancora una volta, le carte in tavola. Le motivazioni dell’espulsione di Conte, come ho già detto, assomigliano molto all’illecito strutturato di Calciopoli: somma di tanti “vaffa” agli arbitri. Ridicolizzando e banalizzando, ma la realtà è proprio questa: una presa per i fondelli. Ancora, Dal 2006. Gli esempi da tirare in ballo sono principalmente 2: Allegri e Mazzarri. In due partite ufficiali, Il primo ha ricevuto l’ammonizione con diffida ed ammenda “per avere, uscendo dall’area tecnica, rivolto ad un Assistente un’espressione irriguardosa; infrazione rilevata dal Quarto Ufficiale”. È sceso regolarmente in panchina contro l’Udinese nel match seguente; il secondo ha ricevuto ammonizione con diffida ed ammenda “per essere uscito, nonostante precedenti richiami, dall’area tecnica, contestando platealmente l’operato arbitrale e quindi, all’atto dell’allontanamento, rivolgendo un ironico applauso al Quarto Ufficiale con recidiva reiterata”. Insomma, nessuno dei due espulso a differenza di Conte che, “per avere, al 26° del secondo tempo, contestato platealmente una decisione arbitrale assumendo, all’atto del consequenziale allontanamento, un atteggiamento minaccioso nei confronti del Quarto Ufficiale.”, è stato espulso. Peccato che nel referto dell’arbitro non ci sia traccia d’insulti ingiuriosi o parole tali da poter espellere Conte. A Bologna, tra l’altro, oltre ad essere dubbia l’espulsione di Bonucci per fallo da ultimo uomo su Ramirez, manca un rigore su De Ceglie(e vabbè, oramai è routine, l’avrete capito), “abbracciato” fuori area e atterrato, però, in area dal suo avversario. La regola 12 del Regolamento del Giuco del Calcio (sono arbitro, conosco il regolamento ma critico comunque i mie colleghi per onestà intellettuale), al titolo “Trattenere un avversario”, recita che “se un difensore comincia a trattenere un avversario all’esterno dell’area di rigore e continua a trattenerlo all’interno dell’area di rigore, l’arbitro accorderà un calcio di rigore”. Stop. Questo basta per poter gridare allo scandalo. E veniamo finalmente alla partita di Genova, vero e proprio colpo di grazia dato dal Palazzo a questa squadra: due rigori negati, uno su fallo di mano in area di Sculli, l’altro su Matri, fidanzato, in quell’occasione, con Carvalho che lo placca clamorosamente e se ne accorge persino Caressa in diretta che non si capacita dell’ ennesima “svista” arbitrale. Un gol in fuorigioco annullato a Pepe dopo un assalto di un’ora alla porta di un Genoa inginocchiato per la mole di gioco creata dai bianconeri. Col Genoa abbiamo tirato 7 volte in porta contro le uniche loro due conclusioni, 7 volte fuori (quindi 14 volte in totale verso la metà campo del Genoa) contro le 4 del grifone, sfornato 5 assist contro i miseri 2 degli avversari, siamo andati, però, 4 volte in fuorigioco, perso 6 palle e recuperatene 3, effettuato 16 corner(anche per incapacità di Pepe, nel primo tempo, di effettuare un crosso decente, che fosse uno, in area…), subìto 7 falli e fatti 8(altro che lo ZERO in casella del Palermo contro il Milan…), fatto il 63% di possesso palla. Numeri da manicomio, da squadra che si sbatte ma non raccoglie sul campo i frutti che le permetterebbero di tornare a macinare campo e sfornare vittorie. E nelle ultime 6 stagioni (rimanendo un po’ sui numeri, impressionanti sia in senso positivo che negativo) 26 rigori a favore e 25 contro, a differenza di Milan(52 pro, 18 contro), Roma(51 pro, 29 contro), Inter(38 pro, 27 contro). Senza considerare la sfortuna(che non esisterebbe se gli arbitri ci dessero ciò che ci spetterebbe di diritto e non ne staremmo neanche qui a parlarne) dei tre legni tre presi per mancanza di precisione(mettiamola così). Insomma. Ieri, per la prima volta, vedendo la partita mi sono agitato anch’io e mi sono sentito profondamente derubato da questa federazione e da questa società. Cosa che mi preoccupa vedendo attorno a me lo sconforto col quale i tifosi bianconeri cerchino, oramai, di deviare i discorsi che s’incentrano sugli arbitri. Sulla nostra panchina non sedeva Antonio Conte, il nuovo mafioso del calcio secondo il sentimento popolare, eppure la Juve ha continuato a subire ingiustizie. Non s’è potuto neanche lamentare davanti ai microfoni e non so, ora, con chi se la possano prendere: pure gli stessi tifosi del Genoa che hanno battuto (ironicamente? La cattiveria, però, ce l’hanno messa…) le mani rivolgendosi a Conte in occasione di una punizione dal limite data a Pirlo nel primo tempo. Lo zimbello delle tifoserie è diventato.
Della squadra, del presunto calo fisico e mentale non parlo perché per quello dovrebbe parlare quel silenzio stampa col quale non sono d’accordo. I silenzi stampa sono per squadre in crisi, non per squadre che dominano, lottano per lo scudetto, vincerebbero pure tranquillamente se qualcuno non glielo impedisse. Questo silenzio stampa è penoso. Ha il sapore della crisi societaria, che non sa come reagire, non dell’ingiustizia ordina nei nostri confronti. è proprio il caso di dirlo: pare essere, questo, “Il silenzio degli innocenti” che preferiscono chiudersi in se stessi invece che urlare ed attivarsi come fanno tutte le altre squadre che si sentono, ogni domenica, in diritto e in dovere di lamentarsi, come se questo comportamento oramai diffuso fosse persino normale. Come alla stregua di servetti. Non possono passare inosservate neanche due partite, Napoli-Cagliari 6-3 e Milan-Palermo 0-4 nelle quali, oltre ad essere roboanti i risultati, ci sono stati zero ammoniti per parte. In entrambe le gare. E non possono passare neanche inosservate dichiarazioni di Cellino e Zamparini che, prima dei rispettivi match, hanno detto di non avere alcuna speranza per poter vincere. è solo una coincidenza che tutte le piccole, nelle persone dei loro presidenti, siano spettatrici non paganti con queste squadre?
Ps: Per la reazione che ha avuto Ibrahimovic nei confronti di una giornalista, che facciamo? Sanzioniamo il giocatore oppure continuiamo a lodarlo come hanno fatto già a Mediaset ieri solo per essere un campione genio e sregolatezza?

eldavidinho

“Torna” aria nuova.

Confesso che prima che iniziasse la partita con l’Atalanta, sapendo comunque di dover affrontare una trasferta difficile contro una delle squadre sorpresa del campionato, in una serata gelida, in un Atleti Azzurri d’Italia ostico, avevo il timore (non la paura, specifichiamo) che, in caso di nuovo pareggio o prima sconfitta (perché è nell’aria e prima o poi deve pur arrivare) si potesse cominciare a parlare di squadra in crisi o squadra già arrivata. Arrivata al traguardo che era quello di tornare a stupire i propri tifosi. Senza alcuna pretesa futura. Che si potesse parlare di squadra che, dopo un girone d’andata superbo e superlativo, oltre ogni più rosea aspettativa sia per Conte che per Agnelli ed i tifosi stessi, si fosse bloccata a livello mentale e fisico; che si fosse fermata ad un gradino insuperabile e dallo sforzo insostenibile qualora si volesse tentare di superarlo. Non facendo seguire ai progressi fatti miglioramenti consequenziali. Che si potesse parlare di una squadra che non si sentisse già forte ( e quindi neanche nella facoltà di potersi “regalare a nero” qualche partita di pausa sotto l’aspetto dell’aggressività agonistica), ma incapace di riprendere il percorso serrato dei primi mesi per limiti strutturali sin qui nascosti con intelligenza (ed il merito è di Conte) ma ora emersi inesorabilmente. Perchè la Juve ha i suoi difetti che, nonostante siano molto ma molto meno dei pregi, in un ambiente come il nostro s’ingigantiscono sempre sino a diventare un vero e proprio problema. Per fattori caratteriali, mediatici e di spogliatoio. Per ora, mi fermo all’aspetto astratto. Per quello pratico parla sempre il campo ed è giusto che sia così. Ricapitolando: a Lecce si vinse con mezzo tiro in porta, le gambe un po’ pesanti e la testa già distratta. Ma si vinse ed era fondamentale quello dopo la tremenda Befana trascorsa l’anno precedente. In casa, allo Stadium, contro il Cagliari, le cose sono andate tutte diversamente tranne che per l’aspetto mentale: testa ancora più distratta che ci è costata la vittoria, nonostante un ottimo inizio (azione di barcelloniana memoria con gol di Vucinic), e gambe molli con tante occasioni sprecate; ergo, poca lucidità sotto porta. Un po’ la musica che spesso si sente allo Stadium, gioco creato non direttamente proporzionale alle occasioni sfruttate. A Bergamo, pareva dovesse andare così sull’onda delle ultime apparizioni, occasioni e gol sprecati. Pronti via e Matri sciupa gol netto da tre punti. Poi Pepe, Barzagli palo, Vucinic, De Ceglie su rovesciata e colpo di testa, Vidal traversa piena e palla che torna in campo. Beffarda, quasi a non voler entrare. Troppe. Non le azioni ma le occasioni sprecate, togliendo quelle del secondo tempo di Matri, ancora Matri su pallonetto, Marrone. Finalizziamo poco. O perché non abbiamo la maturità per farlo o perché ci piaciamo troppo. Poi escono Marchisio per Giaccherini, Marrone per Pepe, Bonucci per Vucinic e la musica cambia, a cominciare dall’ingresso del primo, continuando con quello del secondo. Pirlo, oggi veramente troppo libero di ragionare, dribblare, cambiare gioco e svariare su tutto il fronte, imbecca Lichsteiner avventuratosi nei meandri profondi dell’area di rigore, in solitaria, che insacca di testa. È il gol dell’ 1 a 0, del vantaggio, della liberazione, presumo anche delle urla dei tifosi, della gioia dei calciatori stessi. Del mister. Zero a zero sarebbe stato un altro risultato bugiardo e fasullo. L’ennesimo. Sarebbe stata una punizione troppo severa. Da lì, il due a zero è facile, semplice, d’ordinaria amministrazione di chi sta raggiungendo, proprio nella partita della verità, una maturità mostrata a sprazzi nel gestire alcuni risultati di partite precedenti. Giaccherini e Marrone sono il duo che non t’aspetti e che confezionano l’azione del secondo gol. Affatto stucchevole nonostante le molte azioni belle che quest’anno ci hanno portato a fare gol, ultima in ordine di tempo l’azione tutta di prima di 7 giorni fa. Come non essere d’accordo col maestro Ricchiuti: “imbattuti, migliore difesa, campioni d’inverno,le nostre ex che parlano male di noi, polemiche sui rigori che non danno ai nostri avversari”. Il nostro girone d’andata lo aprono e lo chiudono Celi e Lichsteiner. Incroci che valgono tutto e non valgono niente ma che aiutano a fare confronti. Mi ha fatto veramente piacere l’ingresso in campo, nel finale, di Bonucci. Fa morale per il giocatore che sino ad oggi le ha giocate quasi tutte da titolare, sa di esser stato escluso inizialmente per l’errore fatto in Juve – Cagliari ma continua a sentirsi, in questo modo, partecipe ed in parte artefice di ciò che realizza la squadra. Attivamente e non passivamente, dalla panchina, aiutando i propri compagni e sentendosi coinvolto nonostante l’esclusione per scelta tecnica iniziale. Conte continua a mostrare diffidenza verso alcuni panchinari ed assoluta fiducia verso coloro che hanno conquistato, con pregi e difetti, il titolo d’inverno. Inserendo, ogni volta, qualcuno che magari ha raggiunto la maturità giusta per aggregarsi al gruppo solido, vedi Estigarribia, Giaccherini, Quaglia, Marrone. Oggi l’uscita pulita del pallone dall’area nostra è stata viziata dalla mancanza di Bonucci in fase d’impostazione. Chiellini non ha mai allontanato con criterio il pallone, ha sempre spazzato. Nonostante tutto, Bonucci serve perchè Conte sa come utilizzarlo. Il match winner è ancora Conte. Campioni d’inverno con riserva, o senza patemi? È più importante sottolineare le cose che non vanno e che andrebbero migliorate per il proseguo del cammino o l’ottimo lavoro sin qui svolto, veramente oltre ogni più fiduciosa prospettiva futura? Vi provoco. Attenti, il campionato non è finito. Sarebbe riduttivo che comincia ora poiché continua. Sotto con la Roma, c’è anche la Coppa. Italia però, ancora per quest’anno. Poi di nuovo i friuliani a distanza di poco.

eldavidinho

 

Bicchiere mezzo pieno, per ora.

Che qualcosa si fosse incrinato era evidente già dalla trasferta di Lecce quando, al ritorno dalle vacanze natalizie, si è data la colpa all’ormai famosa preparazione ”contiana” di Dubai, fatta di duri allenamenti atletici per ringalluzzire muscoli e gambe e fatta passare come il motivo principale della prestazione incolore e sottotono dei ragazzi, decisamente sulle gambe e senza benzina per cercare con convinzione la via del gol al “Via del Mare”. Bisogna premettere che, si spera, questo tipo di preparazione possa veramente tornare utile e pagare nell’ultima parte di stagione come molti ipotizzano. Detto ciò, l’enorme mole di gioco creata nella prima parte di stagione sino alla sosta natalizia si è ridotta, diciamo “stabilizzata”, tornata a livelli più normali perché non si possono e non si potranno sostenere sempre certi ritmi. Non è un caso, infatti, che dalla trasferta di Lecce alla gara casalinga col Cagliari la prestazione dei ragazzi, sotto certi aspetti, sia stata analoga. In entrambe le partite è mancato il filtro a centrocampo, vero motorino di tutta la squadra: la pressione di Vidal e gli inserimenti profondi di Marchisio, entrambi in netto calo fisico. Servirebbe una mezzala dinamica che faccia rifiatare, a turno, entrambi. Questo non si è riversato negativamente sulla difesa che ha comunque retto più che bene in entrambe le parrtite ma sull’ attacco, mancante in alcuni casi del cinismo giusto per colpire o chiudere la partita(come accaduto nel primo tempo contro il Cagliari), in altri latitante di tiri nello specchio perché si crea tanto gioco ma non si conclude mai e si torna a parlare, spesso, di giro-palla fine a se stesso e gioco privo d’originalità e guizzi vincenti. Nonostante in rosa non ci siano campioni, i limiti mostrati da questa Juve non sono tecnici poiché attraverso il gioco si può ovviare a questo, bensì limiti fisici(dovuti alla preparazione ed ai ritmi altissimi dell’andata), caratteriali(qualche fantasma, quando si prende gol come quello di Cossu, torna ancora) e di mentalità. Nel secondo col Cagliari, nonostante la solita determinazione nel cercare di vincere e portare a casa il risultato, abbiamo abbassato la guardia sottovalutando un po’ l’avversario e si è spinto con meno criterio rispetto ad altre volte. Hanno capito come fermare la Juve, gli avversari: mettere un giocatore fisso non più su Pirlo ma su Lichsteiner. Contro il Cagliari del preparato mister Ballardini, lo svizzero, nonostante la pecca dei quattro errati controlli di palla su cambio di gioco in corsa(è un suo limite quello del controllo di palla che non lo renderà mai un terzino tanto tecnico quanto carismatico e atletico sul piano della corsa) ha disputato una partita di grande spinta e vigore atletico che sin quando a Nainggolan non è stato detto di rientrare persino negli spogliatoi al fianco dello svizzero. Secondo me, invece, avrebbe dovuto far giocare Lichsteiner in modo meno spregiudicato: la posizione tropo avanzata dello svizzero, da essere a nostro vantaggio, ha consentito al Cagliari di trovare le giuste contromisure, nel secondo tempo, per stroncarci del tutto, marcando a uomo tutti i nostri quattro di difesa. Capitolo cambi: Conte ha l’abitudine(o il vizio, dipende dai punti di vista) di ritardarli sempre. Io mi sono fatto un’idea particolare, partendo comunque dal presupposto che sono i panchinari che non hanno smosso la partita o fatto la differenza. Come accaduto altre volte. Non sono all’altezza, per vari motivi, dei titolari che, arrivati a questo punto della stagione, necessitano di poche partite di riposo. Non so se oggi Giaccherini, Elia, Quaglia o Esti avrebbero potuto fare qualcosa. Oggi servivano i tiri da fuori o la giocata da fermo. Una punizione dal limite che non ci conquistiamo da una vita. Bisogna farsi più furbi: quando non sempre gli inserimenti delle mezzali sono efficaci si può e si deve tentare un tiro sulla ribattuta che quest’anno non si sono mai visti. Manca la giocata veloce, intelligente e d’astuzia a questa squadra che s’esprime con troppa umiltà. è la fotocopia in campo del Conte allenatore ai microfoni. Umiltà e lavoro. A iosa. Spesso Conte non cambia nessuno prima dell’ottantesimo perchè, secondo me, la Juve che si deve impegnare a recuperare o limitare a gestire il risultato, nelle idee di Conte, è quella che scende in campo dall’inizio/ i titolari/ quelli già ben amalgamati nel gruppo(ditelo come volete…), sui quali conta ciecamente e che sono già entrati nelle dinamiche della partita. La rotazione degli uomini, se proprio deve farla, Conte decide di applicarla all’inizio, magari sostituendo giusto un paio di titolari. L’idea è quella di finire, sempre, con gli stessi undici che hanno iniziato. Inoltre, quando gli avversari capiscono il nostro gioco(perché quasi tutti oramai l’hanno capito e l’hanno studiato a tavolino, trovando le contromosse alla transizione difensiva aggressiva e volta al repentino recupero della sfera, al possesso palla continuo, al giro difensivo basso, alle caratteristiche di Vucinic, Vidal, Marchisio, Lichsteiner in particolare…) ci si può limitare meno alla ricerca continua e maniacale del gioco come mezzo veicolante per arrivare nei pressi della porta. Soprattutto nei momenti difficili. I passaggi in verticale, sempre “puliti”, non sempre fanno male, anzi. Comunque bisogna trovare nuova linfa per la seconda parte del campionato perchè così non si riesce ad arrivare in piena corsa sino alla fine. Siamo entrati nella storia della serie A con il 18esimo risultato utile consecutivo da inizio campionato, senza mai aver perso ma, forse, serve qualche colpo in canna in più per entrare anche nella storia di questo campionato che stiamo disputando sopra ogni più rosea aspettativa ma che abbiamo il dovere di disputare puntando al massimo. Due punti persi sì, ma in virtù della sconfitta del Milan, credo che tutti abbiamo pensato più alla testa solitaria della classifica, nonostante il pareggio, che alla distanza che avremmo potuto acquisire sempre dai rossoneri in caso di vittoria nostra. Quindi un punto guadagnato, con qualche appunto da fare per il futuro. Bicchiere mezzo pieno, per ora. Deve essere per forza così.

eldavidinho

L’ingrediente giusto.

“L’anno prossimo ripartiremo pensando a questa stagione, che sarà assolutamente da non ripetere. Gli errori commessi ci torneranno utili. Dovremo metterci più entusiasmo, più cattiveria e più cuore”. Queste parole le ha pronunciate Alessandro Del Piero al termine di Juve-Napoli dello scorso anno, presentandosi ai microfoni nel post partita al posto del mister Delneri, licenziato durante la settimana che avrebbe portato all’ultimo ed insignificante match di campionato proprio contro il Napoli. Ma in quella intervista a colpire furono, più che le parole di circostanza e assolutamente inopportune seppur rituali, lo sguardo afflitto ma consapevole. Consapevole di aver appena concluso un’altra stagione storicamente disastrosa.

Alla fine di quel campionato, erano più fatti gli juventini che la Juve. Quest’ultima, era da rifondare da zero ancora una volta. Gli juventini, invece, si stavano riformando mentalmente (e ciò, non mi scorderò mai di dirlo, anche grazie alla lotta sul web di Calciopoli) e temprando nello spirito. Ma il dubbio che ci si poneva rimase e continuerà a rimanere: bisogna rifare, dopo il 2006, prima la Juve o gli juventini?

E rifondazione, comunque, è stata, in fin dei conti, perché Conte ha preteso, come i suoi predecessori, tanti acquisti, mirati, ma questa volta mirati in maniera diversa, in un altro senso. Ha fatto storie per avere gli esterni che più gli garbassero e non esterni nel solo senso tecnico della parola. I ‘suoi’ esterni avrebbero dovuto avere qualcosa in più degli altri. Compagni di squadra ed esterni altrui.

Vincere subito o costruire una squadra vincente nel futuro? Comprare giovani promesse ora facendone un giusto mix con un piccolo gruppo di senatori oppure acquistare giocatori già affermati ed abituati a vincere? È questo il dilemma che affligge ormai da anni tutto l’ambiente juventino e che lo perseguita come una maledizione, a partire dai tifosi, a finire con gli stessi dirigenti. In questi anni di tentativi se ne sono fatti tanti: Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Delneri sono stati buoni allenatori ma non di altissimo livello, responsabili di squadre costruite con l’intento di vincere (o per lo meno di seguire un progetto vincente) per rivelarsi poi compagini deboli mentalmente, deleterie tecnicamente o inadeguate tatticamente. Basti pensare alla Juve brasiliana che si voleva costuire con Ferrara (disorganizzata e presuntuosa) oppure alla Juve ‘operaia’ che si è voluta affidare a Delneri (troppo al di sotto delle aspettative che ruotano intorno alla Juve). Le colpe vanno spartite come ovvio ma bisogna fare una netta distinzione tra un progetto a breve termine ed uno a medio-lungo termine: in questi anni si è avuta la sensazione che si volesse costruire una squadra per il futuro (dando uno sguardo al bilancio e al fair-play finanziario) ma, con essa, annessi gli stessi obiettivi di tentar di vincere. Subito. Non si è voluto tener conto delle reali potenzialità delle Juve che hanno dovuto sopportare un fardello più grosso di loro. Si è chiesto a giocatori mediocri di vincere con la sola scusa che in squadra ci fossero ancora giocatori abituati a farlo (per poi cedere anche buona parte di loro nella scorsa finestra estiva).

È stato ingaggiato Conte, un allenatore al pari dei suoi predecessori, forse con un pizzico in più di carisma; quel carisma al quale tutti noi ci appelliamo e nel quale riponiamo, oramai, tutte le nostre speranze. Ma bastera? Conte è l’allenatore giusto che porta alla vittoria con il suo carisma giocatori affermati oppure è un allenatore che fa del carisma la sua arma migliore perché i veri allenatori sono quelli tatticamente intelligenti e ‘cattivi’?

Di esempi ne vorrei citare due: Capello ai tempi della Juve e il trio Schuster – Juande Ramos – Pellegrini ai tempi del Real. Il primo era un allenatore affermato con giocatori affermati, acquistati per vincere immediatamente: Vieira, Ibra, Emerson. I tre erano allenatori bravi ma non ancora affermati ad alti livelli che hanno allenato giocatori come Raul, Casillas, C. Ronaldo.

Un altro esempio è quello di Lippi, allenatore che all’epoca della sua Juve non era ancora affermato proprio come la squadra che allenava ma che riuscì a creare un giusto mix.

Serve una bella dose di autostima a questa squadra purchè non diventi arroganza. Non possiamo permettercela in questo momento. Soprattutto, non bisogna fare errori tattici ma avere idee chiare. Delneri ha perso per questo, non proprio per altro. Lo spogliatoio era dalla sua ma ha avuto paura di utilizzare i propri uomini nei momenti decisivi. Si è dimostrato troppo integralista pur tentando di smuovere il suo 4-4-2 nelle ultime uscite. Troppo tardi.

Sempre nelle ultime interviste concesse, ricorderete che qualche sassolino il tecnico di Aquileia ha tentato di toglierselo: “Rifarei tutto, non ho colpe…Nessuno può insegnarmi calcio…l’organico era quello che era” oppure  “Brutta annata? Forse si pretendeva troppo”. Vado all’Atalanta? No, alle Maldive. È difficile vincere subito e cambiare molto, le due cose non sono abbinabili almeno qui alla Juve» Lo stesso Chiellini ha ammesso che “non siamo mai stati una squadra” nonostante lo spogliatoio fosse sempre stato unito a favore del tecnico. Evidentemente, il gruppo era unito e si piaceva  caratterialmente ma, in campo, i valori non erano gli stessi. Troppo al di sotto della media per incollare pezzi di squadra troppo diversi tra loro.

Non so più come giudicare le conferenze dei neo allenatori della Juve perchè sino ad oggi hanno fallito tutti
pur facendo conferenze decenti. A parte Ranieri. Conte è sembrato visibilmente emozionato nella conferenza di presentazione, è stato pacato e ha giusto “intrattenuto” i giornalisti prendendoli in giro come ormai si usa fare davanti ai microfoni. Dalle sue parole non è trapelato quasi nulla.

Bando alle ciance è inutile chiedere di stare zitti e lavorare, piuttosto chiediamo solo di portarci ad una compattezza di gruppo che il resto poi viene da sè! Che sia subito pronto per vincere o che non lo sia questo non importa, se c’è compattezza, la vittoria arriva sicura sia per il gruppo esperto, sia per quello meno esperto, inaspettatamente invece che abitualmente, ma arriva anche per loro.

Chissà cosa starà pensando Conte in questo momento: hanno chiamato ad allenare me perché ho vinto tutto con questa maglia e devo abituare questi giocatori a farlo oppure, pure io come loro, sono una scommessa come allenatore e insieme a questi giocatori dobbiamo insorgere dall’anonimato?

Di certo Conte non ha atteso per chiarire la situazione, lo ha fatto coi fatti: l’attuale primato in classifica, il gioco attraverso il quale siamo arrivati ai primi ottimi risultati ed il potenziale ancora inespresso di alcuni giocatori che potrebbero tornare utili nel corso della stagione o nei momenti di difficoltà attesta che la squadra è stata costruita ancora una volta in prospettiva futura, ma con una mentalità differente. Più qualità che quantità.

17 tiri a due. Questo il resoconto di Juve-Milan ma la grande squadra non fa tutti quei tiri per segnare. Non voglio guastare la festa ma non siamo ancora belli e cresciuti. Il gol doveva arrivare nel primo tempo a tutti i costi e non è arrivato. Giaccherini che crea, così come Pepe, Vucinic, Pirlo, Vidal, Marchisio… ad un tratto si piacevano contro il Milan, si sentivano belli e hanno preferito non segnare nel primo tempo. Sbagliatissimo. È l’unica critica da fare a questa squadra, per ora.

Marchisio che se la rideva, dopo il secondo gol, sapeva di beffa. Veramente. Ed ha fatto bene a prenderla a ridere, significa che era consapevole di averla fatta grossa. Quando scalfisci per 80 minuti una squadra e segni al 92esimo la definitiva resa, la risata è l’esultanza migliore. È liberatoria, più di quella con rabbia e soddisfazione. Fa bene ridere.

Un altro, invece, ha pianto. Con Ibra, l’ultimo in ordine di tempo ad aver ammesso la nostra superiorità, il quadro è completo. Questa partita ha fatto fare persino una riflessione un po’ malinconica, a Ibra, sul suo futuro. Top. Se la Juve fa questo effetto ora che non è tornata ancora la Juve, chissà in futuro che potere torneremo ad avere. Oltre che sul campo, nella testa dei calciatori avversari.

E ora il Chievo, nella città del pandoro e della squadra simpatica del campionato per i molti anni di militanza ma sempre insidiosa e rognosa d’affrontare nel “campo di patate” del Bentegodi. Lì ci abbiamo lasciato spesso la pelle o qualche punto in classifica pesante come un macigno. Torna Del Piero, sperando che segni ancora di punizione. Come tre anni fa. All’epoca noi eravamo come il campo ma c’era Del Piero che rendeva tutto più bello.

eldavidinho94

 

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