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Come si gestisce Pirlo?

pirlo 1

di Davide Peschechera

Altra pausa per le Nazionali, altra pausa di riflessione. Altra pausa per pensare al futuro. Prossimo, immediato e lontano. Sotto la lente d’ingrandimento ci va proprio colui il quale ha risolto la partita contro il Milan col gol del pareggio e propiziando il terzo di Chiellini. Per mettere in dubbio le qualità di Andrea Pirlo e gettare un’ombra su un giocatore unico, servirebbe una dose di coraggio tale da tracimare nella cecità di giudizio. Altro discorso è sostenere che questo Pirlo possa essere un giocatore da gestire, se non proprio centellinare. Il suo impiego deve essere dosato. La fatica gli toglie lucidità, però il regista vuole giocarle tutte. Il campione, in quanto tale, non accetta di essere messo da parte e vuole rispondere con i fatti alle critiche ma il credito verso certi giocatori non deve essere illimitato. La risposta al “caso”, se di caso si può parlare, infatti, Pirlo l’ha già data, sul campo. Non serve parlare quando sai giocare a pallone. Pirlo scrive ancora coi piedi: fondamentale nella Juventus, indispensabile per il calcio italiano. Ci mancherebbe che sia Pirlo a chiedere di giocare a gare alterne. Anzi è in virtù dell’ambizione che lo nutre, e della costanza mostrata allenamento per allenamento, che l’azzurro si è costruito un percorso calcistico da assoluto fuoriclasse. Il problema è che eravamo stati abituati troppo bene, tutti: tifosi, avversari, appassionati, curiosi. E lui stesso. Pirlo non sbagliava, Pirlo non usciva, Pirlo giocava 38 partite su 38, più la Champions, più la Nazionale. A 34 anni non potrai mai essere come a 28. Negli ultimi giorni l’ha accettato lui, ora tocca a noi. Ci tocca per onestà. Perché il vero e unico caso che riguarda Andrea Pirlo è che non c’è ancora il suo erede. Pirlo è Pirlo, anche se dicono che non sorrida più e lo dicono come se prima invece lo facesse.

L’addio al Milan dimostra proprio l’esigenza di Pirlo di sentirsi sempre parte importante di un progetto ambizioso. Al momento Conte non è ricco di alternative in panchina ed a gennaio si tornerà a parlare di un centrocampista. Nessun caso Pirlo ma una situazione che, prima o poi, si sarebbe presentata. Occorre intervenire sul mercato per affiancare un giocatore che possa raccoglierne l’eredità già a stagione in corso ma poi ci sarà un normale avvicendamento mascherato da turnover al momento opportuno.

Anche se non sarà facile, perché Pirlo è il tempo, il ritmo, le pause. Si passa da lui. E’ il genio della semplicità. È così che deve andare ed è così che va, con un tocco o con due, non di più. Con il passaggio in profondità che sembra una cosa tramontata e che riappare improvvisamente quando lui stoppa e poi mette dentro in verticale. Imbarazzante marcarlo ogni volta che tu gli vai addosso e lui s’è già liberato del pallone. Imbarazzante pensare che sono in pochi a poter fare quello che fa lui. È un talento che non nasce per strada, ma su un campo di calcio. Genio e regolatezza, non ci si stanca mai di lui e delle sue semplici giocate. Pirlo non è ciò che un bimbo vuol essere quando comincia a giocare, ma è ciò che sogna di essere qualunque giocatore quando sta per finire.

Fuori, però, per scelta tecnica a San Siro. Per scelta tattica col Verona. A riposo col Torino. Per scelta indigesta, sempre. Cerca di tenere sempre alta la tensione e non si lascia sfuggire mai l’occasione per scuotere la coscienza collettiva del suo gruppo il mister Antonio Conte, soprattutto in una stagione, questa, molto più difficile delle due precedenti. Ed è in questo senso e in quest’ottica che vanno visti il turnover ed il rispetto di regole che non c’è bisogno di appendere nello spogliatoio. Le conoscono bene tutti, in vigore da due anni, hanno contribuito sicuramente alle vittorie sino ad oggi ottenute e a quella compattezza di gruppo nata anche in questo modo. Regole precise da seguire dentro e fuori dal campo. Ma al di là del nervosismo comprensibile del regista bresciano contro il Verona, scortato per tutto il match dalla marcatura ossessiva di Jorginho (che di fatto si è disinteressato all’andamento della partita), l’episodio è andato un po’ in contrasto con la figura universalmente riconosciuta di “gruppo Juve” ma pare essere già acqua passata.

“Con Andrea non c’è stato nessun chiarimento perché prima non c’era stato bisogno di mettere una regola. Adesso c’è e va rispettata. Quindi Pirlo non ha fatto niente di particolare perché poteva farlo. Nella gestione di un gruppo ci sono delle norme da mettere, per cui quando vedi che qualcosa non va bene, ci mettiamo subito una bella regola che vale per tutti e siamo molto più tranquilli e sereni”. Una mossa strategica che gli ha permesso di dribblare il presunto caso che giornalisticamente si stava montando e le solite domande tendenziose, di evitare che, in un momento delicato come questo, Pirlo venisse punito o multato e respingere qualsiasi tipo di strumentalizzazione per l’uscita dal campo di Pirlo.

D’altronde, già in passato atteggiamenti sbagliati dei suoi giocatori gli avevano dato il pretesto per dettare qualche regola fissa che, via via, Conte aggiorna ispirato dalle situazioni. Tipo? Cominciamo col “caso Quagliarella”. Gli uomini dello staff vanno rispettati al pari di Conte. Chiunque abbia un comportamento poco educato o irrispettoso nei loro confronti viene punito come se lo avesse tenuto con l’allenatore. Proprio Quagliarella, infatti, sostituito lo scorso anno a San Siro, aveva alzato la voce con Alessio e non giocò per qualche giornata. Oppure c’è il “caso Elia”: la bilancia è come un giudice, massimo rigore anche in tavola. In ritiro, ma anche a casa. Niente pane, zucchero ridotto al minimo, e grande attenzione nel rispettare le indicazioni dopo le analisi periodiche. Chi pesa troppo non gioca. Elia in qualche caso non superò l’esame della bilancia e stette fuori. Ma non è finita qui perché c’è anche il “caso Pogba”. L’orario di allenamento viene comunicato al giocatore solo nel tardo pomeriggio del giorno prima attraverso un sms, per ridurre al minimo le divagazioni. Per i giocatori diventa difficile programmare il loro tempo libero con attività potenzialmente distraesti dall’impegno calcistico. Chi arriva in ritardo all’allenamento prende un’ “ammonizione”, al secondo scatta la “squalifica” con mancata convocazione per la partita successiva. Due ritardi consecutivi in una settimana portarono il francese a saltare la trasferta di Pescara, nonostante il momento particolarmente brillante. Infine, la “legge Pirlo”: se si viene sostituiti e non si è gravemente infortunati, si deve rimanere in panchina per il resto della partita. Chi va direttamente negli spogliatoi viene multato e messo fuori rosa per un mese. Senza montare nessun caso.

Con l’Italia a Napoli ha giocato 90 minuti spalancando la porta a Mario Balotelli con un gioiellino dei suoi. E la punizione-gol e quella stampatasi contro la traversa della porta di Christian Abbiati dimostrano che il piede del genio juventino è caldo. Quello contro il Milan è stato il suo settimo centro su palla inattiva. Negli ultimi tre anni meglio ha fatto soltanto Francesco Lodi (8), che non a caso è soprannominato “il Pirlo di provincia”. L’ex rossonero viaggia alla velocità di un assist a partita e il 60 per cento dei suoi passaggi (dati Opta) vanno a buon fine. Medie altissime. Finalmente nell’ultimo anno in Nazionale, Pirlo ha anche avuto un trattamento di riguardo. Prandelli lo chiama sempre anche se gli concede un minutaggio bassissimo “per fare gruppo”. Delle 17 gare che la nazionale ha giocato dall’ottobre 2012 al settembre 2013, Pirlo ne ha disputate 13 di cui solo 8 stando in campo dall’inizio alla fine. In tutto ha accumulato 1.032 minuti in azzurro di cui 811 (su 840′, cioè il 96,5%) in partite per la qualificazione al Mondiale o in quelle che contavano della Confederations. Quando ci sono stati in ballo i 3 punti ha sempre giocato o è stato sostituito per pochi minuti (16 in Armenia e 13 in Repubblica Ceca). Nelle amichevoli, invece, Prandelli lo ha fatto rifiatare: 4 presenze su 8, contando anche le sfide contro Brasile e Uruguay alla Confederations, la prima a qualificazione ottenuta e la seconda per il 3° e 4° posto, una sola volta per 90′ e accumulando in tutto 221′ sui 720′ possibili (29,3%). Un occhio di riguardo? Sì, decisamente.

Andrea Pirlo, trentacinque primavere il prossimo maggio, tornerà a discutere il proprio contratto con Marotta ed il proprio entourage, dopo i primi sondaggi non andati a buon fine (c’era distanza sulla sia sulla durata, sia sulla parte economica), nei primi mesi del 2014. Non si sa come andrà a finire, anche se per Marotta ci sono: “Porte apertissime, ascolteremo le sue esigenze. Saremmo orgogliosi di poter continuare con lui” e per Agnelli: “Di certe questioni si occupa Marotta, ma io posso dire che Andrea alla Juventus si può sentire tranquillamente a casa. Starà lui a decidere il suo futuro”.

Gli anni passano per tutti, anche se per il suo modo di giocare potrebbe tranquillamente andare avanti per un altro paio di stagioni. Va impiegato con giudizio. Conte e Prandelli stanno facendo benissimo quindi a dosarne le energie ed a provare squadre non “Pirlo-dipendenti”. Nelle ultime uscite, il regista bianconero ha perso almeno un paio di palloni pericolosi a partita, tanto da poter innestare le ripartenze della squadre, situazione che, se ci spaventa poco in Italia, in Europa potrebbe riservarci brutte sorprese. Allo stesso tempo ha pure illuminato in qualche circostanza la manovra con i lanci intelligenti e calibrati per i quali è riconosciuto fuoriclasse. Anche se “l’ultimo” Pirlo, stando alle statistiche, sta migliorando l’efficacia delle giocate, rispetto al passato, in passaggi riusciti, ma sta riducendo l’incidenza delle occasioni da rete.

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La metamorfosi della Juve

la metamorfosi della juve

di Davide Peschechera

Pareggiata anche la seconda, come l’anno scorso. Perché questo pareggio ricorda molto quello ottenuto con lo Shakhtar ed il finale di partita quello palpitante della semifinale di Coppa Italia dello scorso anno giocata a Roma contro la Lazio, al ritorno. Pareggiata una partita contro una squadra che, diversamente da quanto si poteva pensare, si è difesa subito dopo il vantaggio e segnato due gol senza mai realizzare un’azione concreta. Nonostante i cambi, giusti e obbligati questa volta, non è bastata ma comunque abbiamo visto cosa può fare questa Juve con il 4-3-3, subito col rigore ed il raddoppio. Con un solo modulo si sta diventando prevedibili e sterili. Per 60 minuti si è fatta fatica e si è giocato un brutto primo tempo, come ormai solito, e di colpo si sono create palle gol con molta facilità. Llorente tiene impegnati i centrali, Tevez ha molta più libertà e Quaglia ha portato rigore e gol. Pirlo, Vidal e Pogba possono avere più spazi. Il reparto in generale deve occuparsi meno di impostare e prendere il pallone lontano dall’area di rigore anche se, sia a 3 che a 4, va registrata la difesa. Odio parlare di errori individuali. Chiellini(Inter), disattenzioni difensive e di reparto su palla inattiva(Copenaghen e Verona), Buffon(Chievo). Ne abbiamo commessi tanti per sufficienza, mancanza di concentrazione, leggerezza, disattenzione. In ultima analisi alla lista si è aggiunto anche Bonucci(con Buffon). Quelli tecnici ci possono stare. Ma quello di posizione di Isla alla fine è proprio da giocatore di categoria inferiore.

La cosa peggiore guardando la Juventus, però, é il cogliere un certo logorio nella squadra. Come se fosse necessario un grande rinnovamento. Alcuni dei nostri stanno subendo un calo, fisico e soprattutto mentale, che non fa remare tutti verso la stessa direzione. Nelle ultime uscite è sembrata una squadra sfilacciata proprio per questo, col freno a mano tirato e senza entusiasmo, imprecisa nei passaggi ed appesantita nelle ripartenze. Spesso siamo lunghi e le distanze tra i reparti non sono quelle giuste. Un appagamento generale che comincia a farsi sentire. Sintomo evidente è il gran numero di disattenzioni in tutti e tre i reparti che ci sono costati sino ad oggi gol su gol subiti. È emersa una squadra che pensa troppo, si preoccupa eccessivamente, non gioca più sul velluto. Mancano sfrontatezza, ritmo, leggerezza, coraggio. È una squadra bloccata, impacciata. È una Juve un po’ lontana da quella che avevamo conosciuto. Nelle orecchie echeggiano gli avvertimenti secchi ed aspri di Conte che già alla fine della stagione scorsa, come se avesse previsto il rischio di un imborghesimento della sua squadra, allarmava la pancia già sazia di vittorie, lo spegnersi di quel fuoco nei giocatori che in questi due anni l’allenatore era riuscito a riaccendere. Lo stesso Conte sembra abbattuto, incapace di trasmettere ai suoi quella carica che lo ha sempre contraddistinto, sente di non avere per le mani la stessa squadra dello scorso anno. Manca dinamicità e movimento, non ci si esprime più sugli standard abituali. La Juventus non morde, non aggredisce più l’avversario, si sfinisce per mezzore intere di un gioco lento, inefficace, di un giro palla effimero all’interno della propria area, che passa dai piedi di tutti e dà possibilità agli avversari di chiudersi. La linea di tre centrocampisti non è in grado, per un semplice fatto di gestione dello spazio orizzontale, di giocare aggressiva sui portatori di palla avversari se questi consolidano il possesso. Ne consegue che la Juventus concede fasi di possesso palla prolungate agli avversari per poi ridursi a forsennate rimonte negli ultimi 30 minuti che non sempre possono completarsi. Nella gestione delle partite, questa Juve ricorda tanto quella di Fabio Capello. È una squadra che non va più a mille all’ora per vincere ma che va quasi a folate, vere e proprie sfuriate. Se si sta vincendo, si cerca di addormentare la partita, se si sta perdendo, si rimpiange il primo tempo mai produttivo. Sarà difficile vedere risultati roboanti?

Non è la Juve tambureggiante del primo anno di gestione Conte o quella schiacciasassi della scorsa stagione. Ma sarebbe sbagliato parlare pure di Juve difensivista. Meno spettacolare sì. La squadra gioca costantemente nella trequarti offensiva con possesso palla, buona pericolosità offensiva e tanti tiri in porta. Semmai questa impostazione risulta al più macchinosa nello sviluppo della manovra, perché il giro palla dietro, con la difesa a tre, conta sempre un passaggio in più che rallenta l’azione, mentre i movimenti degli esterni sono quasi sempre volti a fare sponda e da appoggio per gli spostamenti in fascia delle punte o per scaricare palla per vie centrali ai centrocampisti interni, gioco che spesso impedisce le sovrapposizioni in uno-due, non porta al cross gli esterni stessi che ricevono palla da fermi e marcati, impedisce loro di saltare l’uomo o di cercare di attaccare lo spazio. Per questo Conte cerca tatticamente di portare più spesso le mezzali a cercare le fasce per crossare, gente qualitativamente migliore di Lichtsteiner e Asamoah(gli esterni titolari, per dire) come Pogba, Marchisio, Vidal e col Galatasaray Pirlo, lasciando le due punte più vicine al centro dell’area. Conte, infatti, sta cercando di adattare i principi di gioco di sempre agli attaccanti che possiede. Con l’ingresso in squadra di Llorente, la Juve ha cercato di sviluppare un gioco diverso. Il sistema di gioco resta lo stesso perché difficilmente vedremo, in stagione, Conte cambiarlo(non crede che con giocatori come Tevez, Vucinic e Giovinco e senza Pepe possa giocare con un fronte a tre), ma è cambiata I’interpretazione. La Juve ha cercato di sfruttare la forza fisica degli attaccanti Quagliarella e Llorente facendo arrivare in area cross alti dalle fasce.

Certamente è presto per trarre delle conclusioni dopo solo sei giornate di campionato e due di Champions. Un’altra ipotesi è quella che la Juve stia gestendo le forze in vista di una stagione che si prospetta più lunga e difficile delle ultime due, anche perché nonostante il gioco sino ad oggi deludente, i risultati sono identici a quelli dello scorso anno: in campionato la Juve, dopo le prime sei giornate della scorsa stagione, aveva ottenuto 16 punti frutto di 5 vittorie e 1 pareggio. Nella stagione attuale la Juve ha ottenuto ancora 16 punti su 18 disponibili, frutto di 5 vittorie e 1 pareggio. Questi risultati hanno comportato uno score complessivo di 21 gol realizzati contro 7 subiti nella scorsa stagione, a fronte dei 16 gol fatti contro i 5 subiti dell’attuale, ovvero la Juve lo scorso anno segnava di più (+5), ma subiva anche di più (+2). Quest’anno segna di meno(diminuiscono pure i marcatori perché segna soprattutto con gli attaccanti) rispetto alla mole di gioco creata e subisce di meno(nonostante gli errori difensivi), basti pensare ai zero tiri in porta subiti contro il Torino. Stesso discorso in Europa, con due pareggi iniziali, anche se ogni Champions fa storia a sé e quest’anno il cammino sembra più compromesso che mai.

Di fatto, tutte le squadre che ci hanno affrontato, a parte la Lazio, hanno impostato la loro partita in maniera nettamente difensiva, non trovando quasi mai le geometrie di gioco abituali per andare a rete. 9 uomini dietro la linea della palla e praticamente tutti dentro la propria tre-quarti difensiva. L’avversario di turno quasi mai ha avuto occasioni da gol frutto di una supremazia, anche momentanea, che fosse dovuta ad una disposizione tattica migliore o a doti tecniche superiori dei singoli avversari. Spesso la Juve si trova ad affrontare con linee di gioco sterili, assetti avversari catenacciari e non “a specchio” come ci vorrebbero far credere. Ed è qui che ci sono situazioni(ricorrenti) che la Juve non sfrutta. 11 calci d’angolo e nessuna incornata vincente. I calci da fermo che mai ci conquistiamo. I tiri da fuori area che sono più tiri della disperazione che altro. Serve un cambio di marcia e stop ai regali. In CL devi giocartela. Non sì può forzare così troppo la verticalizzazione, allungare la squadra e permettere all’avversario di avere maggior possesso palla perchè può ricominciare sempre l’azione.

Ma diamo un po’ di numeri: contro il Copenaghen, 511 passaggi effettuati, 58% di possesso, 26 tiri, 12 nello specchio e una sola rete. Contro il Verona, 64% di possesso palla, 700 palloni giocati, 400 passaggi nella metà campo avversaria, 35 volte al tiro, 15 conclusioni nello specchio. Una supremazia territoriale netta, oltre 22 minuti contro gli appena quattro dei veneti. Contro il Chievo, 71% Possesso palla, baricentro alto attestatosi sui 55 mt., pallone toccato 889 volte contro le 473 degli avversari, 605 passaggi contro i 187 del Chievo, 35 cross sfruttando le fasce, tanto che la larghezza della squadra è indicata in 47,6 metri, contro i 33,4 metri dei gialloblu. 18 tiri di cui 8 nello specchio, 4 respinti, 11 da dentro l’area. Chievo 5 tiri. Pirlo 101 passaggi riusciti(90%), Pogba 11 Cross. Contro il Torino, possesso di palla quasi pari, 50.7 a 49.3% per i bianconeri, baricentro molto alto, a 59.2 metri, contro quello del Toro, fermo a 50.7 metri. Indice di pericolosità del 59,2% quello della Juve, 22,8% quello del Toro. Supremazia territoriale: oltre 12 minuti noi, poco meno di otto i granata. Neanche un tiro in porta da parte del Toro delle 6 effettuate, 8 le nostre conclusioni sulle 17 totali. Infine, contro il Galatasaray, 23 tiri ma, a dispetto di altre volte, minor precisione, con appena 5 conclusioni arrivate nello specchio della porta. Possesso palla al 53%, 11 angoli battuti a 0. 221 passaggi effettuati (su un totale di 479) nella trequarti offensiva, contro gli appena 67 della squadra di Mancini. Solo tre squadre hanno fatto meglio dei bianconeri in queste prime due giornate di Champions League.

I numeri sono indicativi, certo, ma non fanno vincere le partite. I numeri vanno pesati per capire che non è oro tutto quel che luccica. Anche se è difficile parlare di Juve meno intensa, perché ciò che fa è sempre, comunque sufficiente per meritare il successo. Ma non convince. Conte ha attinto a piene mani dal “reparto riserve” in questo periodo ed ha sempre rimescolato la formazione, atteggiamento sicuramente rischioso ma praticamente obbligato se si vuole arrivare a coinvolgere tutta la rosa, tenere alta la tensione e non rischiare di arrivare col fiato corto in primavera come avvenne l’anno scorso. È comprensibile che, stravolgendo continuamente le formazioni, si possa andare incontro a qualche rischio come la mancanza di dinamismo, ed a dover fronteggiare alcune difficoltà, quindi se non vedo la Juve dominare e rullare l’avversario ma averne comunque ragione, è sintomo di crescita. Ma bisogna cambiare marcia. Organizzazione di gioco, solidità difensiva, mentalità europea. “Testa, cuore e gambe”, mister.

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RITORNO AL PASSATO.

copenaghen juve

di Davide Peschechera

Questa Juve è un giallo. No, non la maglia. Mentalità, atteggiamento, approccio timido, impaurito e provinciale. Sembriamo ubriachi da sabato. Probabilmente una partita preparata così, sulla falsariga di quella disputata con l’Inter, senza la voglia di portare troppa pressione, aspettando l’avversario. Nonostante la lezione danese della scorsa stagione. 1-1 col Nordsjaelland, 1-1 col Copenaghen. A distanza di un anno, non abbiamo ancora capito con che atteggiamento giocare in Champions? Se infatti la scorsa stagione si potevano accampare scuse legate all’inesperienza, alla desuetudine a giocare certe partite, questa volta scusanti non ce ne sono. Non può essere una scusante la stanchezza, visto che siamo appena ad inizio stagione. Avversari modesti ma convinti e vogliosi contro bianconeri molli, senza dinamismo e cattiveria. Si vede che la nostra Juve non è ancora matura, non ancora cresciuta, è rimasta quella dello scorso anno in Europa. Il divario tecnico sembrava enorme, ma in campo si è vista una squadra, la nostra, lenta, impacciata e perennemente sotto ritmo, a tratti addirittura assente di testa oltre che di gambe, incapace di organizzare un’azione degna di nota. “Abbiamo avuto una dozzina di occasioni, il loro portiere ha fatto miracoli“. Diciamola tutta: “A quello (il portiere, ndr.) abbiamo tirato sempre addosso. Il risultato è molto, ma molto peggiore di quello ottenuto lo scorso anno su questo stesso campo, perché è stato ottenuto all’esordio contro la peggior squadra del girone, destinata a perdere le restanti partite. Il pari contro il Nordsjaelland arrivò alla terza giornata, non alla prima. Ma attenzione. La Juve non ha giocato bene, nonostante il gioco macinato, le occasioni sprecate, la sfortuna e il portiere. E l’1-1 sta pure stretto. Ce la siamo cercata con ostinato masochismo. Ma alcuni errori Conte li ha commessi, principalmente uno: Ogbonna centrale difensivo, all’esordio assoluto in CL, spaesato ed a tratti osceno, e Bonucci che, spostato a destra, oltre a veder limitato il proprio apporto in fase di costruzione(in confusione lì a destra sembrava quasi imprecasse di tornare al centro ad impostare), ha faticato tremendamente a rincorrere l’uomo. Pacchetto arretrato inedito anche se obbligato anche dal recente stop di Caceres, ma troppo fragile e troppe lacune in fase di impostazione. Il centrocampo ha faticato ad imporsi. Non fa più possesso, non ha ritmo, non s’inserisce più senza palla. è apparso piuttosto scolastico e lento, con le due solite opzioni “palla spalle alla porta alle punte” o “appoggio all’esterno”. Forse col rientro di Marchisio si ritroverà anche la brillantezza che favorisca l’intera transizione offensiva con un Pogba meno lezioso.

Le punte: smarrito Llorente, ricomparso Giovinco assente da Maggio, Quagliarella che a conti fatti doveva partire ma fa un gol, colpisce una traversa e non gioca per 45 minuti. Appurato che ogni allenatore ha il diritto di optare per le scelte che ritiene maggiormente redditizie, appare assai curiosa la gestione del centravanti di Pamplona. Quando arriverà il momento di Llorente? 16 calci d’angolo ed una trentina di cross piovuti dalle zone di Wiland. Niente da fare, non siamo riusciti a vederlo nemmeno stasera. Poi la partita di Tevez, che deve far riflettere. Perfetto in ricezione e impostazione, fallimentare in quella realizzativa. Poco lucido. E quindi? Matri e Quagliarella osceni con lo stop di palla e sua protezione, Giovinco in quella realizzativa. Tevez un grande, ma non può fare tutto lui. In molti criticano Vucinic ma quando non c’è sono dolori. Quindi deve affiancarlo uno che sappia segnare. Costa qualcosa provare, appunto, Llorente? Quanto indietro è questo giocatore rispetto agli altri per non giocare? Ad oggi, sembra che per Conte Llorente sia più scarso di Matri e invece non è così.

Giusto fare turnover col Copenaghen, anche se visto come la Juve si comporta in Europa, forse dalla prossima è meglio fare turnover in campionato e scendere in Europa, contro qualsiasi tipo di avversario, con la squadra titolare. E poi il Conte intervistato a fine gara giustifica così l’ingresso di De Ceglie e non di Asamoah, per Peluso, al 75’: “Contro squadre fisiche come questa il pericolo di prendere gol su palla inattiva è altissimo, e per questo quando ho tolto un corazziere ho preferito metterne un altro, De Ceglie, invece di Asa”. Sì, decidendo per “attitudine fisica”, non tattica e tecnica, e subendo comunque un gol da calcio piazzato nell’unica azione dei padroni di casa, e preoccupandosi della difesa in una partita che devi vincere. Salvo poi inserire, a proposito di centimetri, Giovinco e non Llorente: “Perché non ho schierato lo spagnolo? Ho preferito puntare su Quagliarella e Giovinco, attaccanti svelti, rapidi, brevilinei” In due minuti è riuscito a contraddirsi. Così l’ingresso di Isla e non, ad esempio, di una punta: “Ho cambiato per portare un po’ più di vivacità a destra”. A 4 minuti dalla fine? Stanchezza non può essere, cambio tattico neanche: esterno per esterno, non cambia nulla. Non può averlo fatto per perdere tempo, ne per turnover, allora? Boh. E De Ceglie che, freschissimo, da solo, dal limite dell’area, fa un retropassaggio di 50 metri a Buffon come si spiega?

Il calcio è una materia opinabile ma sembra che stia mettendo il suo ego davanti all’interesse della squadra per far guerra a Marotta, ai microfoni sembrava quasi innervosito ed irritato dalle domande dei giornalisti, rassegnato, sereno, non oserei dire “felice” del pareggio. Lui stesso senza fame. Ho la sensazione che Conte a volte pensi più a mandare segnali di fumo alla società che a vincere, come se riesca a tenere tutto sotto controllo e sia sicuro di vincere la prossima “spaventando”, intanto, la società. Come se questo risultato, per lui, non complichi tremendamente le cose. Persino derisi con sombreri e torello a fine primo tempo e, per non perdere palla, azioni sempre più lente e prevedibili. D’accordo con l’ingresso di Giovinco, ma se inserisci esterni per crossare e fai uscire pure Quagliarella, perché non metti Llorente? Abbiamo giocato una partita alla rovescia. 60 minuti di lanci lunghi quando la difesa avversaria giocava alta e poteva essere sorpresa palla a terra in velocità(come ha ammesso Conte in conferenza), ma ha giocato 30 minuti finali di forcing palla a terra e movimenti spalle alla porta contro un catenaccio, con esterni per i cross, Llorente in panca. Assalto finale condotto con Tevez-Giovinco che in due non ne fanno uno. Vuole dimostrare che senza Matri e Giaccherini non si può vincere? E gli esterni allora in base a cosa li cambia? Solo in nome di un turnover fine a se stesso, con tabelline dei minuti alla mano, o necessario e funzionale alla partita?

Ha fatto semplici cambi conservativi. Non si può essere prigionieri di numeri e modulo solo perché si vince. Serve più dimestichezza alcune volte. Così sembra che la mentalità sia quella di non prenderle. Conte ha paura di perdere? Preferisce coprirsi bene, affidarsi più che può ai suoi soliti pupilli, ai soliti, efficaci, principi di gioco, seppur ridotti ormai all’osso, e urlare/sbraitare da bordo campo come sempre? Non è bella la mentalità che lentamente si sta facendosi strada. Sembra quasi che non volesse vincerla. Invece di osare e finire la partita con gli uomini migliori in campo, l’abbiamo finita con gli uomini peggiori. Ricordate Juve-Catania con gol di Giaccherini al 90esimo? Dentro Matri, Quagliarella, Giaccherini, per Vucinic, Giovinco, Asamoah. Spregiudicatezza giustamente premiata con una vittoria scudetto. Io ieri, sull’1-1, avrei messo dentro Giovinco per Peluso, Llorente per Quagliarella, Isla per Lichtsteiner . 3-4-3 mascherato, con Pogba esterno, ma 352 propositivo a conti fatti. Perché 511 passaggi, 58% di possesso, 26 tiri, 12 nello specchio, una sola rete e l’impressione di non averci provato abbastanza, non è qualcosa di logico. Per non parlare dei calci d’angolo battuti corti(e i colpi di testa che non si vedono neanche da calcio d’angolo), mai un tiro da fuori area o un calcio di punizione dal limite. Mai il gol “semplice” che ti cambia la partita”. 30 gol totali nel martedì di Champions ma la Juve che crea più occasioni di tutte nell’unico match finito pari. Vincitori morali?

Secondo me è riemersa anche la differenza abissale che c‘è tra i panchinari ed i titolari. Nelle altre big d‘Europa questa differenza non si nota. Mi spiego. Non che i nostri panchinari siano più scarsi di altri, ma nelle altre big non si notano differenze in campo tra titolari e panchinari. Magari Conte deve fidarsi di più di certi giocatori inserendoli anche prima dell‘ 80esimo se si sta vincendo, per amalgamare meglio il gruppo.

Amo Conte e amo la Juve. Il mister lo adoro e non lo cambierei con nessuno per ciò che abbiamo vissuto in questi due anni. La Juve un cantiere sempre aperto a livello di gioco e quasi sempre vincente nel complesso. E’ un pari che fa male più per come è venuto che per il pari in se. Lo dico perchè alla Champions io PERSONALMENTE non credo, forse neanche il mister e se avessimo realizzato anche solo la metà delle occasioni, parleremmo comunque di un’altra partita. Ma è insopportabile sentire che Conte non si puó criticare. Nessuno nasce già imparato. Perché non si può criticare Conte o la squadra? Per lui nutro una specie di venerazione ma non è corretto non criticarlo per paura di perderlo. Criticare nel merito sì, processare no. Criticare squadra e allenatore dopo aver buttato via una partita come quella di stasera non solo è utile, ma doveroso. E pure questa volta, anche lui sa di aver sbagliato, ancora.

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LA SOSTA PER LE CHIACCHIERE.

di Davide Peschechera

La sosta per le Nazionali è tradizionalmente un periodo morto per noi tifosi e appassionati di calcio. Ci si annoia e si pensa, magari vedendo qualche highlights, all’ultima partita giocata dalla nostra squadra del cuore e a quella che verrà. Io ho utilizzato questa pausa per riflettere, ragionare, metabolizzare alcune sciocchezze che si sono dette in assenza del calcio giocato, quello vero. Naturalmente il calcio italiano non può che offrirci ipocrisia, fomentata mediaticamente, dove questa sembra essere veramente l’unico valore di questo sport. Partiamo dalle parti di casa nostra? Bene. Oltre alla solita doppia intervista a Gigi Simoni prima di Inter Juve, dal ritiro della Nazionale non si può che parlare di Balotelli, autore di un’altra piccola gaffe (eufemismo), che ha disertato il discorso del ministro per l’integrazione Kyenge sul razzismo, arrivata a Torino, per impegni istituzionali. L’attaccante del Milan ha scelto di rimanere a dormire invece di presentarsi al saluto informale che la federazione aveva organizzato nella hall dell’hotel. All’incontro, non obbligatorio per i calciatori ma “vivamente consigliato”, come ha ricordato Abete, hanno partecipato, tra gli altri, il capitano Gianluigi BuffonGiorgio Chiellini, Ogbonna e El Shaarawy. Va detto anche che l’ex City si è poi scusato con un sms ma ciò non ha impedito allo stesso Abete di lanciargli una frecciatina attraverso i microfoni di Radio Uno: “Non era obbligatorio presentarsi, però sono sicuro che al ministro avrebbe fatto molto piacere“. Tuttavia non ci sarà alcun richiamo ufficiale nei confronti del giocatore. Il 6 agosto, il ministro aveva detto che Balotelli era un esempio da seguire. A distanza di un mese, ecco il ringraziamento di Mario. Attenti a criticarlo per questo, potreste passare voi stessi per razzisti. Altra notizia di pseudo razzismo è che secondo Peters Peters, il direttore finanziario dello Schalke 04, Boateng sia andato via dall’Italia “a causa dei numerosi episodi di razzismo avvenuti durante la sua permanenza in Italia”. Vuole dire che in Germania non c’è razzismo?

Poi in casa Juve c’è Pavel che non sa mentire: “Nessuna paura di perdere Conte, c’è grandissima sintonia tra lui e la società. A fine stagione valutazioni reciproche.” Non che Conte non possa andare via dalla Juve, ma addirittura si è detto che lo farebbe per nostalgia di Giaccherini e quindi andrebbe al Sunderland ma vista la situazione delle squadre maggiori, tutte attrezzate di buoni allenatori, in lista ci metterei anche WBA e Norwich per il mister, no?

Sempre rimanendo in casa Juve, come ben sapete ospiteremo la Nazionale allo Juventus Stadium. Pare che l’incompetente Abete abbia chiesto di levare i simboli recanti il n.31 allo Juventus Stadium. Io credo che la Juventus debba togliere lo stemma con i 31 scudetti dallo stadio… per mettere quello con i 32 e riservare una bella accoglienza ad Abete, Lega, Figc, Nazionale, Balotelli. Un’accoglienza che riassuma gli ultimi 7 anni di vergogna: Calciopoli, calcioscommesse, incompetenza del Consiglio Federale e del TNAS del CONI a decidere sullo scudetto di cartone, incompetenza a decidere sull’incasso della Supercoppa della Corte di Giustizia Federale, cambio regole in corsa pur di condannare, come la radiazione degli imputati di calciopoli; si inventano reati nuovi, come il famoso illecito strutturato di farsopoliana memoria; si nega l’ascolto di testimoni a discarico che invece sono concessi ad altri, come per Carobbio, protetto fino alla fine dalle domande della difesa. Assegnato in via prioritaria alla Lazio a titolo di risarcimento per un ipotetico mancato guadagno, la Juventus quindi dovrà accontentarsi di ciò che è rimasto dell’incasso. E’ curioso che si rifacciano ad ipotetiche norme dello Statuto e del Regolamento senza né elencarle né tanto meno citarle senza neanche entrare nel merito delle disposizione per giustificare e motivare la in-competenza. Sembra quasi che fosse una decisione scontata e che sia superfluo motivare le decisioni per la giustizia sportiva. Non bisognerà aspettarsi una decisione avversa alla Lazio neanche nella futura decisione della giustizia del CONI, che verrà a breve chiamata a giudicare. Negli ultimi anni la sola decisione “favorevole” alla Juventus emessa dalla giustizia sportiva è stata quella relativa alla vicenda che vedeva coinvolti Pepe e Bonucci. Assolti per il semplice fatto che la giustizia ordinaria li aveva pienamente scagionati da ogni addebito. Altrimenti ci saremmo trovati con due calciatori in meno in rosa. Altri che scritta 31, tutte le coppe scudetto dovrebbero essere posizionate di fianco alle sedie dei vertici federali, con opportuno antifurto, visto che tra un aperitivo e un’oliva, al Coni amano in genere candidare Roma all’Olimpiade, invece di risanare una giustizia sportiva da terzo mondo, fortemente punitiva e vendicativa.

Poi non può mancare mai la gazzetta quando si parla di chicchere da bar. A parte il fatto che la vittoria dell’Italia di Basket, unica squadra imbattuta dopo quattro turni agli Europei, visto che anche la Slovenia padrone di casa perde l’imbattibilità con la Croazia, è a pagina 36, dopo la F1, la Nazionale di calcio, la A, la B e la Lega Pro, non può passare inosservata l’inchiesta che fotografa le spese del calcio italiano in questa stagione attraverso l’analisi del monte stipendi delle squadre di serie A. Ebbene, emerge che oggi siamo sotto, come monte-ingaggi-lordo, al miliardo (non succedeva dal 2009/10): 745,2 milioni di euro (lordi) per la paga base che con il sistema dei bonus viene stimato in 912 milioni di euro. Un anno fa la serie A aveva dichiarato un costo del lavoro lordo di 1.039,5 milioni di euro lordi, già inferiore rispetto ai 1.100 milioni del 2011 che rappresentano la punta più alta del fenomeno. La dieta c’è e comincia a dare i suoi frutti, anche se il sistema dei bonus rende difficile ogni valutazione anche perché spesso si tratta di premi molto semplici da raggiungere che mascherano veri e propri costi fissi a bilancio delle società. A parte quindi la conta farlocca di questi “bonus”, concentrandomi sulla Juve, la Gazzetta ha contato, però, ingaggi troppo più bassi di quanto in realtà non siano. Tevez 4,5M€ (in verità 5,5M€), Pirlo 3,5M€ (in verità 4M€), Llorente 3,5M€ (4,5M€), Ogbonna 1,7M€ (800.000). In più alla Gazzetta parlano di 115M€ lordi totali per la Juve, ma se si fa la somma degli stipendi netti pubblicati si arriva a soli 49,8M€. Come nella conta dei 31 Scudetti tolgono il 6% dal momento che ne riconoscono solo 29, la Gazzetta fa risparmiare almeno il 15% sugli stipendi dei tesserati. Però in fondo cosa vuoi pretendere su cifre, stipendi, dati esatti da un giornale che non sa manco contare fino a 31? Ecco perché poi si legge di “stipendi in calo” e Inter e Milan a dieta.

E chiudiamo questa rassegna con le uscite poco felici di Florentino Perez e Zidane. il Presidente del Real Madrid, anche lui ha avuto una pesante caduta di stile in questa settimana di chiacchiere parlando del suo ex dipendente Mesut Ozil: «Mesut Ozil – ha dichiarato Perez a “abc.es” – non è un buon professionista. E’ ossessionato dalle donne: la notte usciva sempre con le amanti e praticamente dormiva pochissimo». Figuriamoci Crisitiano Ronaldo, allora. Ma lamentarsi dopo essersi intascato 50 mln. dalla cessione del calciatore è una cafonata al pari del De Laurentiis di turno che dà dei “cafoni” ai giornalisti che parlano sempre di soldi, minaccia querele da 100 milioni di euro contro il Comune di Capri e poi la querela la riceve, s’intasca 30+64 milioni dal P.S.G. per le cessioni di Lavezzi e Cavani e poi critica gli arabi (e i russi) che usano i propri club come giocattolini. E di essere scorretti perché spendono troppo, dimenticandosi che i suoi conti sono in regola proprio grazie a loro. Coerenza.

Un’altra uscita infelice che si ricorda del Real è quella che l’ex presidente Calderon fece parlando di Cassano e Florentino Perez: “Mi fa pena vedere un ex presidente che appare durante un momento di crisi della squadra ma d’altro canto ha sempre insidiato l’attuale dirigenza e non mi sorprenderebbe vederlo in posa per i fotografi con un altro giocatore, che ha preso quattro milioni di euro dal Real Madrid e che, secondo quanto ha detto lui stesso, li ha utilizzati per accrescere la natalita’ e rilanciare la prostituzione nelle avventure notturne nella capitale spagnola”. E Zidane che, dichiarato giorni fa: “100 milioni per Bale? Incomprensibile. Nessun calciatore vale così tanto”, sebra soffrire di Alzheimer perché è poi è andato a ritirare la busta paga a Valdebebas: “Bale 100M€? I grandi campioni vanno pagato tanto!”. E vabbè. Tanto il campionato ricomincia tra pochi giorni…

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NON è UNA JUVE Più DEBOLE.

DOMANI LA PARTITA DI CONTE, IL TNAS DISCUTE IL SUO RICORSO

di Davide Peschechera

Magari Conte ci avrà giocato pure, sul significato della definizione di “indebolita”, in conferenza, perché è importante valutare in che parte e in che misura la squadra si è indebolita. Il mister ha detto che la Juve si è indebolita in questo calciomercato, quelle di Giaccherini e Matri non erano cessioni previste, non ha avvallato le cessioni dei suoi uomini di fiducia e abbiamo concesso una punta alla rivale di sempre; Che il divario con le altre squadre non è aumentato come si legge in giro ma diminuito perché le altre si sono rinforzate e hanno speso molto; Che la situazione economica che ha portato la Juventus a operare sul mercato con un budget prossimo allo zero era ben nota sin da maggio e ha dovuto subire la contingenza economica della società. Bene, se sa benissimo che gli acquisti sono stati finanziati dalle cessioni, di cosa si è lamentato? Del fatto che la Juve non abbia speso un euro sul mercato o di incomprensioni con la società dopo il colloquio di fine maggio? Differenze di vedute non risolte e Investimenti importanti disattesi? Nonostante le cessioni di giocatori panchinari, venduti per il bilancio perché ben valutati rispetto ad altri(De Ceglie, Isla, Padoin, Peluso), il gap con le altre è aumentato, non diminuito. Ha sostituito le partenze con Tevez, Llorente, Ogbonna e lo sa benissimo. Quindi? Tutta pretattica in vista della Lazio? Messa in scena, vittimismo, ha dovuto ingoiare un boccone amaro, vuole spostare il peso del pronostico sulle altre società? Non ci credo che sia insoddisfatto per la cessione del 5° attaccante(che di solito non utilizza mai) e di un centrocampista di riserva. Conte ieri ha detto delle cose sapendo che non sono vere. In ogni caso non ci si può sottrarre al ruolo di favorita mettendo le mani avanti. Il “ci siamo indeboliti” sminuisce il lavoro del mercato, non sprona gli attuali componenti della rosa(non bastava un semplice, doveroso ringraziamento ai partenti?) e mette pressione alla società per il mercato. Voleva che fossero venduti i pezzi pregiati, come ha fatto il Napoli, squadra che a suo dire si sarebbe rinforzata spendendo più della Juve? Conte dimentica di aggiungere che De Laurentiis in due stagioni ha venduto i due “tenori” incassando qualcosa come 100 milioni, prima di costruire una squadra che conta un solo vero campione, Higuaìn.

Vedere Conte piangere per Giaccherini (a cui ha concesso 900 minuti in campionato), Matri (la punta da lui meno usata in campionato e CL) e Marrone (che in due anni con Conte alla Juve  ha totalizzato 13 presenze di cui solo 9 da titolare, cioè meno minutaggio di Padoin) è onestamente ridicolo. Alla fine Galliani, con l’acquisto di Matri, ci ha pagato Tevez. L’idea di rafforzare i rivali non faceva impazzire Agnelli ma ha prevalso la volontà del giocatore che ha voluto Milano rifiutando  Napoli. Se sono vere le cifre di cui si parla, per Matri la Juventus mette a bilancio una plusvalenza di 1.850.000. L’ingaggio era di 4.400.000 lordi. Due anni e mezzo in bianconero con critiche e consensi, 81 presenze, 29 gol, 2 Scudetti, 2 Supercoppe Italiane vinte. Con l’uscita di Matri torna ad essere Marchisio il primo in classifica dei marcatori della Rosa attuale (28 in 214 partite). Due mancate cessioni su tutte, poi, vanno citate. Da segnalare il forte interessamento che c’è stato da parte del Genoa per Simone Padoin, e quello del Verona per Federico Peluso, due giocatori che Conte ha portato da Bergamo, nonché due pupilli del mister. In entrambi i casi sono state fatte proposte di prestiti onerosi con diritto di riscatto, proposte però rigettate dalla società bianconera. E’ stato inoltre registrato l’interessamento da parte dell’Atletico Madrid per Sebastian Giovinco, però non è stata formulata una proposta concreta. Conte quindi non ha varato alcuna cessione nell’ultimo giorno di mercato, neanche quelle di Padoin, Peluso e Giovinco e Marotta non gli ha acquistato ne Kolarov, ne Zuniga, ne Nainggolan, ne Biabiany, ne Gilardino(160 gol in serie A, più di Filippo Inzaghi e Gigi Riva, roba che Quagliarella neanche in due carriere di fila li fa… altro che “speriamo non mi vendano Quagliarella”). Conte ha passato gli ultimi due anni a chiedere a Marotta di vendergli Quagliarella chiaramente inadatto al suo gioco. Insomma, un mercato, quello della Juve, conclusosi senza botti. La campagna acquisti della Juventus si è dunque fermata all’11 luglio. L’ultimo, frenetico, giorno di mercato, però, non deve condizionare il giudizio sul mercato bianconero. Il giorno in cui si tirano le somme, si valutano gli acquisti e si controllano le spese non deve essere l’ultimo di mercato. Se di Tevez, Llorente e Ogbonna si è detto già tutto, autentici “colpi” appaiono le conferme di Marchisio, Vidal e Pogba e i rifiuti alle offerte milionarie, piovute da maggio in poi, per dei giocatori che completano uno dei reparti più forti d’Europa. è stato anche formalizzato l’eccellente acquisto di Berardi (scambio di comproprietà con Marrone, entrambi giocheranno a Sassuolo la prossima stagione), che insieme a Zaza e Gabbiadini rappresenta una brillante continuità nella politica di controllo dei giovani talenti. la Juve è attualmente più forte nei titolari e più vulnerabile nelle riserve. Qualitativamente sembra comunque oggettivo dire che la rosa è migliorata, a livello numerico il discorso è un po’ diverso. Quando il mister dice che la rosa si è indebolita, infatti, si riferisce proprio al fatto che perdendo Matri e Giaccherini ha perso potenziale, non al fatto che la campagna acquisti nel suo complesso ha un saldo negativo e lui lo sa benissimo. Una nota negativa infatti riguarda proprio il discorso panchina, nel senso che sono arrivati due attaccanti ed un difensore, mentre sono partiti due centrocampisti (ed una punta), e questo nel corso della stagione potrebbe creare qualche problema. La coperta pare infatti corta in mezzo e o non è arrivata inoltre la tanto desiderata pedina sulla sinistra, che mister Conte desiderava esplicitamente, anche se Asamoah fortunatamente non dovrà partire per la Coppa d’Africa. La questione, però, oltre che numerica e qualitativa, è di natura tattica: Lichtsteiner è un terzino adattato, Asamoah è un mediano, nessuno dei due pare essere di ruolo. Dal momento che con due ali d’attacco effettive è umanamente impossibile giocare per un discorso di equilibri, già in queste prime uscite, infatti, si sono viste ripartenze da 4-3-3 con uno dei due attaccanti larghissimo a sinistra e Asamoah più attento in fase di copertura rispetto allo svizzero. Un 4-3-3 asimmetrico e visibile solo nei movimenti, non nel modulo di gioco. Si punterà dunque sulla rinascita di Isla e sul ritorno di Pepe a destra. Su Peluso e De Ceglie a sinistra. Un mercato, questo, condotto con pochi soldi spesi. Un mercato intelligente e ponderato, una campagna numericamente esigua, ma assai importante sul piano della qualità.

I 22 milioni spesi per Tevez e Ogbonna dovevano necessariamente rientrare: 8 sono quelli di Giaccherini, 11 quelli di Matri, in maniera che il saldo sia quasi in pareggio. Il saldo economico di questa tornata di mercato è negativo ma bassissimo, per questo avere Tevez, Ogbonna e LLorente in entrata e Matri e Giaccherini in uscita non è qualcosa di incomprensibile ma di positivo. L’impressione è che, a livello di costi, rispetto allo scorso anno, sia cambiato molto poco. Marotta ha tenuto fede perfettamente alle indicazioni di Agnelli e Mazzia: smontare e rimontare la squadra entro certe disponibilità. Il bilancio 2012-13 della Juventus dovrebbe registrare una perdita attorno ai 17mln. ma un fatturato record di 276mln. A fronte di questi ricavi, la potenza di fuoco della Juve non è di 190-200 mln. ma di 170-180 mln. Questo significa che nelle tasche di Marotta è rimasta liquidità per un altro colpo, un colpo rimasto in canna, probabilmente l’esterno tanto cercato o la riserva a centrocampo, che arriverà, a Gennaio. Da Gilardino a Nainggolan, Marotta tornerà sicuramente a bussare alle porte di Genoa e Cagliari.

Le lamentele di Conte, dunque, appaiono più strumentali che reali e fondate, il problema non è il mercato. Il tecnico non riconosce o non vuole riconoscere l’autorità ed il ruolo di Beppe Marotta. Conte è sì un valore aggiunto per la Juventus, ma va gestito dal momento che lo stesso Agnelli, scegliendolo personalmente per il dopo Del Neri, ha “autorizzato” il mister ad abusare della non autorevolezza del dg. bianconero. Una spaccatura interna, quella tra Marotta e Conte, dovuta soprattutto a due caratteri e due personalità agli antipodi. A mediare può pensarci solo Agnelli che ha permesso che il mister scavalcasse la persona di Marotta che, con tutto il rispetto, non è sicuramente Moggi. Col suo comportamento, Conte dimostra di poter destituire la società nella persona di Beppe Marotta, cosa che alla Juve non è mai stato possibile e lui lo sa benissimo sin da quando era capitano e calciatore di quella squadra autorevole e autoritaria fuori e dentro il campo. Marotta e Paratici hanno la colpa di parlare poco l’uno e niente l’altro, di essere e mostrarsi educati, in tv e in società.

Dicevamo che la squadra non si è assolutamente indebolita e lo ha prontamente dimostrato sul campo. Anzi. Analizziamo il gol realizzato alla Samp e i 4 fatti alla Lazio: contro la Samp si sono visti movimenti da 4-3-3 nell’azione del gol. Asamoah e Barzagli a fare da terzini, Pirlo e Vidal vicini, Vucinic largo a sinistra che ha favorito l’inserimento in verticale di Pogba e Tevez prima punta. Con una difesa schierata a 4, se la sono vista i due davanti e le mezzali a risolvere la pratica. Se gli esterni larghi sono spesso la chiave per aprire le difese, allargare il gioco direttamente con gli attaccanti, talvolta, porta a scardinare ancora meglio le difese avversarie. Sui rinvii anni ’80 di Da Costa, infatti, la Juve si è schierata con un 5-2-1-2, con Vidal più avanti per essere in pressione in caso di calcio corto e i 5 dietro più Pogba a staccare. Nessun contropiede, superiorità numerica doriana. Proprio quando Vucinic ha cercato di allargarsi, la Juventus ha trovato spazio. 3 uomini molto larghi dietro, 3 uomini larghi in mezzo, due punte in verticale a fare da pivot che dialogano e vengono incontro, gestiscono tempi di gioco, ritmi della manovra e velocità d’esecuzione sul fronte d’attacco, fanno entrare e uscire il pallone da una parte all’altra e, come se il gioco si articolasse in spicchi, in duetti attaccante-ala, attaccante-mezzala, effettuano movimenti in velocità, di transizione, con continui cambi dei fronti d’attacco, assecondando le ali che si buttano dentro, in diagonale. A portare la 1a pressione si alternano mezzali ed ali in base a chi, per primo, si trova in posizione più avanzata. Poi spesso avviene il doppio taglio per vie centrali prima sul lato forte, poi sul debole, da parte di mezzali, ali e attaccanti, mantenendo sempre l’ampiezza del campo o con una mezzala o con un’ala sempre vigile. A tratti sembra che a centrocampo l‘obiettivo sia quello di lasciar giocare Pirlo da solo con i due attaccanti, libero da marcature per ragionare, con Vidal e Pogba che si allargano subito per “sgomberare” tutto il centrocampo e far arrivare il pallone alle punte, verticalizzando. Sagacia, intraprendenza, intelligenza tattica. Squadra che in queste prime uscite ha effettuato più verticalizzazioni per il tandem offensivo e tanti cross dalle fasce per una Juventus che si prepara a Llorente. Meno tiri in porta, meno occasioni degli avversari(la Lazio ha tirato 17 volte, 11 volte nello specchio ma sempre da fuori area) ma più gol. Cinismo e sintomo di crescita.

Con la Lazio, invece, i gol sono stati il frutto di automatismi di squadra assimilati da tempo. Non c’è buona esecuzione senza rapidità, precisione, intensità. Si cade nella prevedibilità e nella lentezza di esecuzione. Un’azione è efficace se eseguita con velocità e istintività. E’ in quest’ottica che la qualità dei singoli fa la differenza. Ecco perché l’innesto di Tevez e il salto di qualità, capace di conferire alla manovra estro, guizzo, imprevedibilità. La Juve sa quello che deve fare, sempre, come e quando farlo, con infinite variazioni sullo stesso spartito. Ha “conoscenza” e “coscienza” di se e degli avversari. Ha nella qualità delle letture dei movimenti propri e degli avversari e nella sincronizzazione con i compagni i propri punti di forza. Nel lavoro, nel sacrificio, nell’attenzione, nella cura dei particolari i suoi segreti. Per questo quando non ci sono questi ingredienti, la manovra appare prevedibile, lenta e i movimenti scontati. La meticolosità del lavoro di Conte porta a studiare, prevedere e anticipare le linee di gioco altrui. Lo schema, invece, è lo strumento che fa acquistare sicurezza al calciatore e dà differenti soluzioni in base alla lettura della difesa. Primo gol: Giropalla difensivo. Poi Chiellini – Pogba – Tevez – Pogba. Vucinic che osserva. Vidal che s‘inserisce e segna. Secondo gol. Altro schema: Vidal che s’inserisce sulla linea degli attaccanti, Vucinic fa da boa e Tevez che questa volta resta a guardare. Terzo gol, altra azione classica: lancio di Bonucci, taglio di Vucinic ad allungare la difesa e contemporaneo movimento incontro di Tevez. Quarto gol, altro classico movimento delle punte: Vucinic e Tevez spalle alla porta, in verticale. Il primo liscia, il secondo segna. Ed il gioco è fatto. Alla prossima.

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È UNA JUVE IN CRISI.

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di Davide Peschechera

La 26.a Supercoppa italiana prende la direzione di Torino. È stata una Juve già più cinica del passato, capace di colpire al momento giusto, sprecare di meno e rischiare ancora meno, implacabile e spietata. Risultato nitido, rotondo, inappellabile, costruito con misura, giustezza e tempismo. Secondo, terzo e quarto goal della Juve sono stati realizzati in 4 minuti e 41 secondi, più o meno 400 secondi, per essere precisi: secondo gol che è un coast to coast, in contropiede fulminante, su corner inesistente per la Lazio, con un Vidal freddo e intelligente nel lanciare Lichtsteiner, un Chiellini che colpisce di destro con un contro movimento da attaccante. Lichtsteiner con l’inserimento, triangolo col tacco e tocco beffardo per il terzo gol; Tevez con i suoi 10kg. in più e la solita freddezza realizza il quarto gol, dopo la geniale illuminazione di Vucinic, la parata di Marchetti su tiro di Lichtsteiner e la lucidità di Pogba. Poi Rocchi fischia la fine della partita senza concedere neanche un minuto di recupero, con persino alcuni secondi d’anticipo, pur di non assegnare un rigore netto per fallo su Vidal in area. Sarebbe stato cappotto. Squadra potente, prepotente e geniale. La tournèe americana aveva sollevato qualche malumore, i lamenti della vigilia avevano trasmesso qualche perplessità. Un precampionato sottotono, non positivo e qualche giro a vuoto di troppo, avevano fatto pensare a una Juventus in difficoltà. La Juve è arrivata all’appuntamento senza troppe certezze e con un mercato ancora in divenire, dopo aver fatto vedere poco o niente del suo reale potenziale in questo precampionato, col timore che si verificasse l’effetto “pancia piena”, la cosiddetta “sindrome di appagamento”, o che tra i giocatori si diffondesse la disabitudine alla vittoria. E poi i soliti imprevisti fuori programma: i media che hanno cercato di inventare polemiche inesistenti su neoacquisti che non funzionerebbero, la Juve che si è allenata a Trigoria dopo aver calpestato un campo da Terza Categoria, ospite della Roma per l’allenamento saltato alla Borghesiana appena giunta nella Capitale. Dopo le spie di Mazzarri dello scorso anno, non ci siamo fatti mancare nulla neanche quest’anno. Neanche la polemica sulla località e gli incassi. Si è giocato all’Olimpico(insomma, vinci lo scudetto e vai a giocare la Supercoppa in casa di chi il campionato l’ha perso) ma si finirà per tribunali perché il 5 settembre la Corte di giustizia federale, a sezioni unite, discuterà il ricorso della Juventus contro la decisione del consiglio di Lega di fine giugno che, per la prima volta nella storia, ha infranto il principio della suddivisione a metà dei proventi. Lo ha fatto per «ricompensare » la Lazio dei mancati introiti della trasferta cinese, cui la Juve ha rinunciato per la contemporanea tournée in America. A Lotito è stato garantito un minimo di 1,8 milioni, cioè la somma dell’ingaggio di Pechino e dei diritti tv. Ai bianconeri sarebbe andato il resto, fino all’eventuale pareggiamento della quota biancoceleste. Com’è andata a finire? La Juventus ci ha rimesso 600-650 mila euro perché l’incasso al botteghino dell’Olimpico è stato di 1,9 milioni lordi. Se invece si fosse proceduto con la ripartizione a metà le due finaliste avrebbero incassato 1,15 milioni a testa. Vabbè. Lotito voleva incassare più della Juve? Accontentato.

È stata la vittoria di un gruppo e di un gioco collaudato. Appena si è trattato di fare sul serio gli uomini di Conte hanno uscito gli artigli e non hanno lasciato scampo alla Lazio apparsa invece troppo guardinga. La tournèe americana aveva alimentato le speranze e le aspettative degli avversari dei bianconeri. Molti saranno rimasti delusi. Perchè non c’è mai stata partita e la Juve, quando c’è da scendere in campo per vincere, c’è sempre. Strapotere sotto il profilo dell’approccio mentale e dell’interpretazione tattica, altro che crisi di condizione, gioco e risultati. Una superiorità totale a livello di reparto e prestazioni individuali e collettive. È ancora una volta il trionfo del gruppo, della compattezza, della feroce capacità di concentrarsi quando si fa sul serio, mentalità che Conte ha saputo infondere ai suoi giocatori. Il flusso delle azioni bianconere scorre ancora per vie centrali anche se l’arrivo di piedi sopraffini come quelli dell’Apache, che ieri ha messo a segno il primo gol ufficiale in maglia bianconera (quarto uomo della storia juventina a segnare in Supercoppa Italiana al debutto assoluto dopo Baggio, Inzaghi e Asamoah), il 200esimo in carriera e il 16esimo titolo in cassaforte, rende la manovra più liscia e imprevedibile. La manovra è stata edulcorata dall’innesto di qualità dell’argentino che, seppur ancora a intermittenza, ha saputo legare e giostrare gli inserimenti dei centrocampisti con tanta sapienza quanto il solito Vucinic. Indolenti, a volte, inarrestabili, spesso, proprio come all’Olimpico. L’argentino infatti è parso già sfrontato, coraggioso e decisivo. Dietro a Vucinic, che ha agito da pivot, con cui ama regalarsi fraseggi stretti, funge da boa e punto di riferimento quasi sempre insidioso farcendo trame per gli inserimenti altrui.

C’è stata maggiore cattiveria agonistica e concentrazione. La Juve è riemersa nella totale forza di un gruppo granitico dall’ondata di critiche dopo un’estate povera in fatto di risultati. La ferocia con cui gli uomini di Conte hanno inseguito il trionfo all’Olimpico è il risultato di una squadra intensa al limite dell’esasperazione, cinica nel colpire e assetata di sangue nel non mollare mai, nemmeno a partita chiusa con il condottiero in piedi davanti alla panchina a urlare dietro a tutti per un passaggio sbagliato. Gruppo che semplicemente non accetta l’idea stessa della sconfitta ed è capace di saltare sopra ogni ostacolo. Ancora una volta, infatti, Conte ha puntato tutto sulle motivazioni, il lavoro, la preparazione e la fame per ripartire e ricominciare e la squadra si è ritrovata alla grande. I deludenti ed evitabili, ma non preoccupanti, risultati della tournèe sono dovuti alla mancanza di voglia, di cattiveria, di attenzione, di fame. Calo di concentrazione. Una delle certezze di questa squadra, il tipo di calcio praticato, difficile ma affascinante, è anche programmato per l’unica, vera necessità che è quella dell’obiettivo, della vittoria, dei punti, del risultato, della conquista: la conquista, in questo caso, della 6a Supercoppa. La quasi mai avvenuta ricerca della realizzazione e della verticalizzazione, negli USA, ma solo l’ampiezza del gioco e qualche taglio degli esterni, era la dimostrazione che le gambe della squadra erano veramente pesanti e la squadra lunga e arrugginita. Ben vengano quindi gli schiaffi che abbiamo rimediato e che ci hanno riportato sulla terra, in questa estate che può dare il via ad una stagione veramente da record, se si riuscisse a vincere il terzo Scudetto consecutivo, impresa mai riuscita. Bagno di umiltà salutare, i risultati del calcio estivo sono destinati a essere spazzati via e non hanno fatto altro che riconfermare che la Juve ha, nelle sue corde, caratteristiche imprescindibili come la rabbia e la cattiveria a agonistica che non devono mai mancare. Se mancano quelle, si perde almeno il 60% del lavoro. Conte spinge continuamente il gruppo ad andare oltre la fatica e superare nuovi limiti, facendo leva sull’orgoglio e sullo stimolo al confronto che evidentemente in un atleta è insito nel profondo, per spronarlo a non mollare la tensione ed a far stare tutti sul pezzo, battendo il senso di appagamento. Per questo Conte ha parlato di uomini, prima che di giocatori.

Si è parlato anche di  cambio modulo, di 334, pur d’inventarsi qualche novità, ma mai come quest’anno, la Juve è sempre la stessa, riparte dagli stessi principi di gioco ma con l’aggiunta di Tevez. Più che altro il 334 è un “atteggiamento” che assumono i due sterni in base alla posizione in campo che ricoprono e che non considera il “ruolo” in se per se dei giocatori. L’obiettivo principale del mister, infatti, è sempre quello di mantenere grande equilibrio, coprendo sempre la stessa larghezza di campo di 40 metri  ovunque ci si trovi, sia in una situazione di transizione offensiva che di transizione difensiva. Per questo di 334 non si può parlare ma è una triste invenzione giornalistica, un divertente passatempo estivo più che un vero e proprio cambiamento di cui parlare. Al massimo, se proprio si vuol parlare di 334, bisogna ammettere che già dallo scorso anno gli esterni erano perennemente presenti nelle azioni d’attacco con improvvisi tagli e con una prima pressione sui giocatori avversari sempre molto alta. Quindi di 334 si dovrebbe parlare già da un po’. Invece lo si fa ora per cercare la novità continuamente, lo scoop che in realtà non c’è. La Juve di Conte è bella e collaudata, sarà ancora 352 con la speranza che i nuovi acquisti alzino il livello tecnico tattico dell’attacco poiché la vera sfida per il mister non è quella di cambiare il suo schema per l’Europa, ma al contrario di dimostrare a tutti che, con i giusti interpreti, questo schema può essere devastante anche contro l’elite del calcio continentale. In molti hanno visto nel passaggio dal 433 al 352 la voglia, da parte del mister, di coprirsi e non subire troppo per non rischiare, spesso, il risultato. In molti hanno visto in lui, nelle ultime settimane, una rabbia compressa, un’ansia nervosetta, il timore o la strategia di alzare la tensione dove la tensione evidentemente si era abbassata per non ritrovarsi un giorno a fallire un appuntamento con lo spettro terrificante di doversi assumere tutte le colpe e dover dare giustificazioni. Il mister, invece, ha sempre spiegato la scelta del 352 come “il vestito, la coperta migliore per questa squadra, avendo in rosa 3 difensori e 3 centrocampisti fortissimi in grado, da soli, di dare sicurezza e copertura alla squadra”.

La partita si è chiusa con l’inno della Juve nello stadio Olimpico di Roma, altissimo nel cielo a coprire tutte le parole che si erano sprecate dopo le amichevoli estive. A coprire tutte le polemiche per la località e gli incassi. Nello stadio del Coni, della Nazionale e dei rosiCONI. Nello stadio in cui tutti hanno spinto per giocare perché tutti volevano così. Col mister che abbraccia uno per uno i suoi uomini, prima che giocatori. Con Lichtsteiner che s’inchina ai suoi tifosi. Con Lotito inquadrato a 3 minuti dalla fine guardare l’orologio e chiedere “quanto manca?”. Ma la partita si chiude anche con Petkovic che a fine gara ha riconosciuto i meriti della Juve, con Klose che dignitosamente non ha gettato la medaglia del secondo posto ed ha applaudito Buffon che alzava la coppa al cielo. Poi ci sono anche gli ululati razzisti, i nostri che non hanno lasciato il campo perché non si chiamano né Constant, né Balotelli, né Boateng, Pogba che definisce ignoranti questo pseudo-tifosi frustrati, l’annuncio dello speaker dello stadio e la squalifica della Curva Nord nella prossima partita dopo la segnalazione di Rocchi nel referto di gara. Il finale più bello è il nostro, che invece di godere delle disgrazie altrui viviamo delle nostre vittorie. Non essendo “proiettati nel futuro” come il presidente Lotito, viviamo delle vittorie presenti. Perché la storia si scrive vincendo le partite che contano. “Le grandi squadre e i grandi giocatori escono in questi momenti. Si vede questo quando conta la partita e non in tournée in Giappone, in Cina e in America. I grandi campioni quando la posta in palio è alta escono”. Parola di Buffon. Tutto il resto lo lasciamo agli altri.

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Nel segno della fatica, del sudore e del mercato/2.

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di Davide Peschechera

Seconda parte, con particolare attenzione alle novità tattiche provate dal mister in queste prime uscite amichevoli e con particolare attenzione, questa volta, al mercato in uscita, dopo essermi soffermato ed interessato, nella prima parte, delle novità nella preparazione fisica, dell’affiatamento dello staff di Conte e del mercato in entrata.

Nelle prime uscite, si è vista una Juve appesantita dai carichi di lavoro. In evidenza Mattiello, Motta e Vucinic nella prima uscita stagionale contro il Saint Vincent, con quest’ultimo entrato in campo con mille motivazioni e col piccante effetto che l’arrivo dei nuovi bomber ha avuto su di lui, brillante e volitivo come chi vuole ricordare (e ricordarsi) di essere un campione pure lui, senza mollare il dischetto del rigore nel 4-3-3 che lo ha visto affiancato da Matri e Quagliarella. Ogbonna(parso disinvolto, maturo e adeguato al ruolo di regista difensivo designato alterego di Leonardo Bonucci), Isla, Fausto Rossi e Buchel, invece, in evidenza in un deludente trofeo Tim che ha visto anche Lichtsteiner e Vidal affaticati, Asamoah schierato sino ad ora da interno di centrocampo e apparso meno “furioso” del solito. Rispetto alle ultime due stagioni il programma di Conte non è cambiato e quindi nessun allarmismo. In queste uscite il mister sta insistendo sulla coppia Tevez – Llorente e allenando la loro cattiveria e la loro intesa. Devono essere una cosa sola. I gol sono importanti, ma Conte dagli altri attaccanti si aspetta sponde, aperture di spazi e dialogo con i centrocampisti. Certi movimenti che a Tevez vengono più naturali perché abituato a muoversi intorno all’area, a Llorente centravanti risultano più difficili. Pur senza tralasciare la partecipazione alla manovra, a Fernando viene chiesto di stare a contatto con il difensore, quasi una marcatura al contrario che faccia emergere la fisicità dello juventino quando arriva la palla da scaricare sulla mezzala. Un’altra cosa che Llorente deve evitare è la prevedibilità: un giocatore così alto non può avere gli stessi guizzi di un compagno agile, però è fondamentale che si muova in continuazione e faccia molte finte. In certi momenti dell’allenamento Conte si mette alle spalle di Fernando e lo sposta fisicamente a destra e a sinistra. Una scena anche divertente vista la differente stazza tra i due. Poi il tecnico mostra allo spagnolo come andare incontro e come scegliere la soluzione di passaggio ideale. A Tevez l’allenatore chiede di usare il talento e la facilità nella lettura delle situazioni di gioco per assecondare gli inserimenti delle mezzali e per muoversi intorno a Llorente. Una combinazione importante sarà quella che dovrà portare Tevez alla conclusione dal limite, una specialità della casa. Conte pretende da Carlitos grande reattività nelle gambe: il baricentro basso e la forza esplosiva sono caratteristiche che il tecnico vuole esaltare. Anche l’Apache è chiamato a finte e contro finte. Nei piani di Conte, è Tevez, in fase di non possesso a rimanere in attacco in appoggio al compagno di reparto che si abbassa per recuperare il pallone. In fase di possesso, è il giocatore più tecnico tra i due di reparto ad abbassarsi per venire a ricevere palla o direttamente dal centrale difensivo che verticalizza, o dal regista o dall’esterno. Insomma, Tevez e Llorente sono ancora abbastanza lontani dal completare l’integrazione nell’ingranaggio. Dettami e indicazioni di Conte, geloso da buon stratega delle sue metodologie di lavoro e strategie. Con rigore, autorità e autorevolezza sa che a volte abbassare la voce serve almeno quanto alzarla, se non di più, se si intende calamitare le menti a sé. Poi torna l’insegnante paziente e soddisfatto che dispensa complimenti. Perfetto a livello didattico, perfezionista e professionista, prende letteralmente per mano i suoi nel dimostrare i movimenti da fare, li piazza e li sposta di peso, si concede persino qualche scatto per far vedere che tipo di movimenti fare. Conte telecomanda la manovra, indica il tocco di palla, il movimento da eseguire, il passaggio da fare. Per non essere mai banali e sempre innovativi. Bisogna crescere sempre a livello tattico, mai fermarsi ed inserire sempre novità. In questo senso vedremo nelle prossime settimane e soprattutto in Supercoppa cosa significa in realtà 334.

Nel progetto tattico di Conte, però, potrebbero non rientrare alcuni calciatori. Lo stesso Marotta, con particolare attenzione al reparto d’attacco, ha annunciato che una delle 6 punte attualmente presenti in rosa partirà. Ma chi? Gli investimenti della prima parte di mercato tra acquisti (Llorente, Tevez, Ogbonna e Zaza) e riscatti ( Asamoah e Peluso ) hanno fatto uscire dalle casse bianconere 37,3 milioni di euro (al netto dei bonus a rendimento). Un importo simile nelle prossime settimane dovrà rientrare attraverso gli addii. se non un pareggio tra entrate e uscite, a fine mercato si dovrà registrare al massimo una perdita non superiore ai 5 milioni. I principali esuberi da piazzare sono Ziegler(Turchia o Germania), Motta(Italia o Zenit), De Ceglie(Sampdoria, Bologna, Stoke City in prestito per l’alto valore dello stipendio, 1,5mln. percepiti), Quagliarella(West Ham e Norwich le ultime ipotesi anche se il giocatore vorrebbe rimanere in Italia) o Matri(Bigon ha chiamato Marotta che ha fissato il prezzo di 20mln. trattabili), posto che Isla dovrebbero rimanere e Felipe Melo è stato ceduto. Partiamo proprio dal brasiliano che, nonostante il rapporto d’amore-odio instaurato con la tifoseria, prima del definitivo addio ha voluto salutare i tifosi e tutto l’ambiente della Juventus attraverso una lettera pubblicata sul proprio profilo Facebook. Ufficiale al Galatasaray per 3,75mln. Minusvalenza di 3mln. (circa), azzerata dalla plusvalenza su Giaccherini. In 4 anni, la Juventus ha pagato 12mln. in stipendio a Felipe Melo, tutti nelle 2 stagioni trascorse da titolare (78 gare). A conti fatti, quindi, Felipe Melo ci è costato come Martinez (saldo costo reale-ricavo da cessione di 12 mln.) e meno di Iaquinta, paragonandolo ad altri due pesi gravosi di mercato. Ricapitolando la vicenda Felipe Melo, al Galatasaray il primo anno abbiamo chiesto 13mln. di riscatto dopo un prestito oneroso di 1,5mln. e pagato 3,731mln. il costo per l’esercizio 2011/2012. A giugno 2012 la Juve allunga di un anno il contratto del giocatore, portando la scadenza a giugno 2015 per abbattere il costo del’ammortamento annuo, spalmandolo su un ulteriore anno di contratto. Si passa quindi da 5,2mln. a 3,5mln. Col nuovo prestito oneroso accordato al Galatasaray per 1,75mln. il costo vivo che la Juventus subisce per il secondo anno consecutivo per un calciatore che non utilizza è di 1,735mln. In due anni, dunque, sostiene un costo di 5.466mln. Quest’anno, il Galatasaray pur ritenendo congruo il prezzo di riscatto che era stato fissato a 6,5mln., lo acquista a titolo definitivo e la Juve ci rimette circa 5mln. negli ultimi due anni nei quali non ha comunque usufruito delle prestazioni del mediano brasiliano, limitando al massimo i danni.

Ora passiamo alla dolorosa cessione di Giaccherini, non strettamente necessaria e indispensabile seppur ragionevole. L’esterno tuttofare arrivò a Torino in comproprietà nell’estate del 2011 pagato 3mln. con un contratto quadriennale con scadenza 2015. Fu riscattato nel giugno 2012 versando al Cesena altri 4.250.000 euro cash. In totale 7 milioni e 250 mila euro da spalmare su quattro bilanci. Significa che al 30 giugno scorso l’acquisto di Giaccherini era stato ammortizzato per 3,6 milioni di euro e altrettanti ne restavano da smaltire. Cedendolo a 8 milioni la plusvalenza è di poco meno di 4,4 milioni di euro che potranno diventare quasi 6,5 grazie ai bonus. A Giaccherini, per giocare titolare nell’anno che porta al campionato del mondo in Brasile, andrebbe secondo i rumours un ingaggio di circa 2mln. a stagione per 4 anni, circa il doppio di quello che percepiva alla Juventus. Un’operazione che ha convinto entrambe le parti.

Poi Zaza e Gabbiadini, due classe ’91, due acquisti di cui parlo qui per il semplice fatto che non faranno parte della rosa della prossima stagione. La cessione per 11 di Gabbiadini alla Sampdoria ha determinato di fatto una plusvalenza istantanea di di 1,375mln. La compartecipazione di Zaza al Sassuolo, invece, per 2,5mln., un’ altra istantanea plusvalenza pari a 1,5 mln. L’esborso quindi complessivo di 6,5ml. assicura alla Juventus il controllo su due giovani attaccanti di prospettiva, Gabbiadini e Zaza, di proprietà attualmente di Sampdoria e Sassuolo, garantendosi al contempo 2,875mln. di plusvalenze nel bilancio di quest’anno. I lati negativi di queste operazioni sono il fatto che con la Sampdoria, rispetto all’Atalanta, sarà più difficile trattare il riscatto di un giocatore, Gabbiadini, che resta anche un’incognita ipervalutata, anche se il fatto di cederlo in comproprietà, a differenza di un prestito secco, significa che la Sampdoria, avendo pagato per assicurarsi le sue prestazioni sportive, sarà sicuramente più propensa a farlo giocare e crescere, facendone aumentare il valore, per poi eventualmente ricavarci una plusvalenza rivendendone la sua metà(ad esempio Giovinco al Parma, preso per 4ml. e rivenduto alla Juve a 11). Zaza, invece, tra un anno non sarà più un giocatore in scadenza e sarà quindi sottovalutato rispetto al suo reale valore di mercato, poiché il guadagno sulla prima rata sarà molto basso nel rapporto costi/benefici. Discorsi tecnici di mercato comunque complessi per due giocatori che non dovrebbero mai rientrare nel progetto tecnico tattico di Conte.

Da segnalare anche l’addio di Iaquinta, finalmente svincolatosi dall’oneroso e annoso contratto che lo legava alla Juventus e la cessione di Immobile in comproprietà per 2,5mln., affare concluso separatamente a quello che ha portato Ogbonna alla Juve, attraverso il meccanismo di partecipazione ex art. 102 bis N.O.I.F. che consta di due contratti: cessione e accordo di partecipazione. Il primo contratto trattasi di una cessione a titolo definitivo di un calciatore, che comporta la cessione del diritto alle prestazioni sportive e, nella maggior parte dei casi, genera una plusvalenza(la Juve ha ceduto Immobile per 5,5mln. pagabili in 3 anni). Il secondo contratto consiste in un accordo di partecipazione con cui la società che ha ceduto il diritto alle prestazioni sportive mantiene il 50% dei diritti economici sul cartellino del calciatore(per un importo di 2,75mln. pagabili sempre in 3 anni).

E Isla? Juve ed Inter ci hanno messo due mesi a trovare l’accordo senza sapere che poi l’Udinese avrebbe preteso garanzie per l’obbligo di riscatto? Conte voleva ovviamente subito un sostituto di Isla, ma la sua cessione era soprattutto una questione monetaria (ed una richiesta del giocatore), non una richiesta di Conte. Il problema è che l’Inter non se l’è sentita di pagare il prestito di Isla alla Juve(visto ch il regolamento della FIGC sui trasferimenti prevede che Udinese e Juve, comproprietarie del cartellino del cileno che hanno rinnovato la compartecipazione sul calciatore, possono lasciarlo partire solo in prestito) e poi anche la metà all’Udinese, pagando interamente un giocatore che non sarebbe stato del tutto suo. L’Inter non ha voluto pagare Isla sia a noi che all’Udinese, ecco. Colpa dell’Inter, non di Conte come dicono i giornali. Conte pur non avendo mai bloccato la sua cessione, l’ha sempre considerato un giocatore facente parte del progetto a tutti gli effetti. Sulle fasce, restano comunque caldi i nomi di Zuniga e Kolarov, con la pista Biabiany che pare non sia mai stata praticata. Ma dà più garanzie Kolarov o Zuniga? Entrambi quasi ventottenni, entrambi abituati a giocare sulla fascia sinistra, entrambi più centrocampisti che difensori, entrambi valutati dalle società di appartenenza una decina di milioni di euro. Differenze, l’uno è destro(Zuniga), l’altro è sinistro(Kolarov, come Asamoah). L’uno è extracomunitario che milita già nel campionato italiano(Zuniga), l’altro no(Kolarov).

Infine c’è l’offerta giunta dallo Zenit per Sorensen, in comproprietà a favore del Bologna che non ha soldi per riscattarlo e vuole il rinnovo della comproprietà, bloccando di fatto la sua cessione per 10mln., una cifra alla quale non si può rinunciare. E se la Juve comprasse tutto il cartellino per rivenderlo e guadagnarci una plusvalenza? Può farlo, ma dipende a quanto lo vendono.

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Nel segno della fatica, del sudore e del mercato/1.

articolo 4

di Davide Peschechera

Si riparte. Con la gran solita mole di lavoro, con qualche novità tecnologica nella preparazione fisica, con qualche bella conferma che dimostra l’affiatamento dello staff di Conte e principalmente col mercato in entrata. Argomenti come il mercato in uscita e le novità tattiche di questa Juve li trattiamo nel prossimo articolo. Facciamo il punto della situazione. Tante ripetute da 20 metri, scatti a non finire, allunghi, lavoro fisico in campo e in palestra, nel pomeriggio lavoro tattico a porte chiuse, tipica partitella finale in famiglia. Così sino al 22 Luglio, giorno in cui terminerà il ritiro valdostano di Chatillon e si partirà alla volta della tournèe americana. Così, con questi ritmi massacranti e martellanti che tanto ci sono mancati in queste settimane di vacanza.

I tifosi al seguito della squadra hanno manifestato subito il proprio entusiasmo per i nuovi arrivati Tevez, Lorente e Ogbonna. Sulle tribune dei campi di allenamento, sino ad oggi, è sempre stato registrato il tutto esaurito, situazione questa che la società non aveva previsto. Il calore della gente viene ricambiato dalla disponibilità annunciata di Tevez a firmare autografi a non finire, come promesso nella conferenza di presentazione. L’estasi collettiva è a tratti davvero incontenibile, un fenomeno che non si verificava da tempo e che ha i tratti di un sogno, quello bianconero, inseguito da tutti i tifosi, accarezzato da vicino e respirato tra i monti valdostani. L’affetto dirompente dei tifosi e l’ambiente permeato di passione pura danno l’idea di come sia cresciuto a dismisura,  in questi ultimi due anni, l’effetto-Juve sui propri tifosi, da intendere come qualcosa di estremamente positivo ai fini della fiducia che si percepisce attorno alla squadra e al lavoro della società. Insomma, i tifosi sembrano approvare le strategie societarie e l’oculato lavoro tecnico, tattico, atletico e psicologico del mister

L’importanza dello staff di Conte, dicevamo, col tecnico che ragiona e vive in simbiosi con la sua squadra. Sintonia che, in questi giorni di ritiro, gli ha permesso di osservare “super partes” i propri giocatori in campo che si allenavano divisi con i suoi vari collaboratori (prima con i preparatori Sassi e Coratti e poi per la parte tecnica con Alessio, Carrera e Sandreani). Questo non ha di certo impedito ai giocatori di lavorare duro ed affrontare una partenza tosta. Tanto lavoro sull’alta intensità con e senza pallone e sedute di forza in palestra. Diversi giocatori ritengono le sedute di forza con Julio Tous uno dei valori aggiunti. Il preparatore spagnolo è uno specialista della forza eccentrica sviluppata attraverso i macchinari yo-yo. La Juventus negli ultimi due anni si è dimostrata la squadra che ha corso di più in Italia. Per ripetersi e migliorarsi l’unica soluzione è lavorare con intelligenza, non fermarsi e non essere mai appagati. L’asticella della fatica infatti è destinata a salire costantemente ancora per un paio di settimane visto il “Tour de Force” di amichevoli che aspetta la Juventus.

Regista, mente e braccio principale che dà garanzie ai suoi giocatori ed ai suoi collaboratori è naturalmente Antonio Conte che blinda al pubblico la prima ora di esercitazioni tattiche e grazie a un sofisticato software non si lascia scappare praticamente nulla di quello che succede sul campo. Poi ha varato l’uso delle telecamerine e del palo telescopico posizionato ai lati del campo, una torretta allungabile che immortala nei dettagli le prestazioni durante le esercitazioni. In particolare, quelle fisiche per verificare le posture dei giocatori. Altra novità tecnologica di questo ritiro è il sistema gps, una sorta di scatolettina elettronica di cui vengono dotati i giocatori e che immagazzina in tempo reale le prestazioni di ognuno di loro. Grazie alla tecnologia lo staff bilancia e personalizza il lavoro sull’alta intensità. La prevenzione degli infortuni, infine, è attuata attraverso le tecniche e gli esercizi del “recuperatore” Marco Luison e all’impiego sempre maggiore della terapia dell’acqua ghiacchiata per ridurre i traumi. Una metodologia di moda soprattutto in Germania che a Vinovo e in ritiro viene praticata quotidianamente. Alle due bacinelle situate nel percorso che porta agli spogliatoi quest’estate è stata aggiunta anche una nuova minipiscina.

Chi sta lavorando tanto in questa parte del ritiro è Carlos Tevez, il top player di cui tanto si è parlato negli ultimi 2 anni e che il presidente Agnelli aveva promesso alla tifoseria. Un investimento da 45 milioni di euro, tesoretto che Agnelli aveva già scelto di destinare, infatti, proprio ad un grosso nome. 12mln. al City, 16,5 netti di ingaggio in tre anni, 33 lordi. L’arrivo di Tevez, al quale Agnelli ha deciso di affidare anche la maglia numero 10, dimostrando che Del Piero non si può ricondurre ad un semplice numero e che prima dei calciatori viene la Juventus, aumenta l’appeal del campionato italiano ed è un’ottima mossa di marketing. Le famose parole di Galliani (“Non credo mi tradirà”), l’incontro davanti alle telecamere con Joorabchian e quello rimasto segreto per cercare di bloccare il giocatore, rimarranno solo flebili e ironici ricordi di una trattativa che ha visto vincere, alla fine, il terzo incomodo, Beppe Marotta. Ora, però, che è ufficiale anche la notizia dell’acquisto da parte del Manchester City di Jovetic, in molti si sono chiesti perchè i Citizens hanno venduto Tevez. Potrebbe essere fantamercato, non che allo sceicco Mansour manchino i soldi, però non è del tutto illogico ritenere che abbia costretto Marotta ad accelerare la trattativa e in pratica, sotto forma di bonus e prezzo scontato, a pagare 15mln, la metà di quelli che sono serviti per acquistare proprio  Jovetic, l’investimento principale che doveva essere fatto su un giovane di grandi prospettive e sicure qualità. In pratica, i più scettici, ritengono che i Citizens abbiano compiuto una grande operazione di mercato, costringendo Marotta a mollare il suo iniziale obiettivo. Solo il campo potrà dire chi ha avuto ragione.

Poi c’è quel Llorente, secondo spagnolo a vestire la maglia bianconera dopo Luis Del Sol, giunto gratis dal Bilbao e nel quale tutti rivedono le movenze e le caratteristiche di David Trezeguet, l’uomo dell’area di rigore. Al momento, la certezza è che altrove si sono spesi 25 milioni per un giocatore e mezzo (Icardi + metà Belfodil), sperando che Llorente diventi una certezza per questa Juventus anche in campo.

Infine lavorerà tanto con mister Conte anche l’ultimo arrivato, il cui ingaggio è stato discusso per l’alto costo dell’investimento. Angelo Ogbonna, pagato 13 mln. più 2 di bonus al Torino(facilmente acquisibili e per i quali il Torino, paradossalmente, dovrà tifare Juventus), secondo difensore più costoso nella storia della Juve dopo Thuram. Terzo Bonucci, quarto Andrade. Somma che Urbano Cairo investirà nell’acquisto delle azioni RCS. Ogbonna è un giocatore che, durante il ritiro estivo, Conte ha provato come vice-Bonucci ma che parte principalmente come mezzo sinistro e vice-Chiellini per il fisico imponente che si ritrova, la grande aggressività, l’attenzione, la lucicidità, la concentrazione. Ad esse abbina una buona velocità, uno spiccatissimo senso dell’anticipo, del pressing e capacità di lettura dell’azione anche se difetta, palla al piede, nella repentina verticalizzazione dell’azione, rifugiandosi spesso in passaggi comodi ed orizzontali e prendendosi poche responsabilità d’impostazione. Caratteristica, questa, che Conte sta cercando già di limare in questi giorni di ritiro. Elegante negli interventi difensivi, tempestivo e pulito ma restio nel seguire l’uomo nell’uno contro uno e nell’assorbire i movimenti degli attaccanti avversari senza palla.

In conferenza ha dimostrato di essere anche un ragazzo intelligente, declinando le polemiche sul razzismo, non strumentalizzandolo (“A questo punto meno se ne parla, meglio è. Non voglio dover enfatizzare un discorso di questo tipo. Dovrebbero farlo altri, a cominciare da voi“), e quelle sul suo recente passato granata, che puntualmente, i giornalisti vogliono innescare. Risposte, le sue, educate e dalle idee chiare, dicendo espressamente di voler essere considerato come un serio professionista nel calcio del ventunesimo secolo, impegnandosi al massimo per la squadra nella quale gioca. Poi le allusioni giornalistiche su un suo poco impiego alla Juve e il rischio del posto in Nazionale, alle quali il ragazzo ha risposto con la formula lavoro-consapevolezza-sudoe. Insomma, “Gobbona” ha già appiccicato addosso l’etichetta di traditore, più o meno come a Balzaretti, e dà ancora più fastidio il fatto che abbia dato l’impressione di fregarsene. Ogbonna ha confessato che non legge i giornali e non guarda la tv. Insomma, vive nel suo mondo, ai margini della popolarità. snobbando le interpretazioni giornalistiche della propria professione.

Insomma, Tutti e tre i nuovi arrivati pare che abbiano già capito che stagione a fari spenti, concretezza, rapidità, squadra, lavoro, collettivo, impegno, quantità e qualità sono le armi per rivincere lo Scudetto e tentare l’assalto alla Champions. Alla prossima con la seconda parte dell’articolo.

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SE NON A VIDAL, A CHI?

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di Davide Peschechera

Lo spunto per scrivere questo articolo me l’ha dato la foto qui sopra, salvata sul desktop del mio pc qualche mese fa, così, un po’ per nostalgia, un po’ per il fascino che quelle linguacce suggestive hanno trasmesso per un attimo, sovrapposte l’una all’altra. Oggi, questa foto, è tornata prepotentemente di moda. È evidente che l’accostamento di Arturo Vidal ad Alessandro Del Piero non è cosa di questi giorni, quindi. È un accostamento che si ripete ormai da tempo, colpa o merito delle prestazioni del cileno, sempre più convincenti, decisive ed orientate a far assumere, al forte centrocampista, un ruolo da protagonista nella Juve che verrà, contro ogni offerta di mercato derivata e derivabile negli anni. Il 23 è più del doppio di 10, ma effettivamente, va stretto al giocatore di movimento che, attualmente, è il più rappresentativo della squadra. È un accostamento venuto da sé e che Vidal si è cercato, avendo paura di nulla. È sempre in cerca di nuove sfide e gli piacciono dannatamente le cose difficili, al di là se abbia chiesto o meno la maglia numero 10 direttamente ad Agnelli. Nessuno scandalo, nessuna polemica, ma se rettifica su Twitter le voci occorse nei giorni scorsi, le alternative sono due: o mente Vidal, perché gli hanno suggerito di rettificare, avendo chiesto veramente la maglia numero 10 ma in privato, o non l‘ha mai chiesta ed è stata tutta una montatura giornalistica forzata da un’eredità, quella di Del Piero che, dopo un anno, ancora non è stata raccolta. Ma poco importa. Per quanto riguarda la dicitura “la maglia numero 10 ha un capo”, le interpretazioni possono essere tante e lasciano il tempo che trovano: dimostrazione di umiltà, traduzione errata della parola (che sarebbe dovuta essere “padrone” e non “capo”, della maglia , poiché in spagnolo “capo” e “padrone” si traducono entrambi allo stesso modo) o, più semplicemente, mi dicono che per gli stranieri è un segno di rispetto chiamare capo un italiano. É una parola come tante per loro.

Un anno fa la richiesta venne fatta ufficialmente e senza tanti giri di parole da Giovinco(che, però, in Nazionale il 10 lo indossa… secondo quale criterio, quindi, si assegna questo benedetto 10?) e persino da Bendtner, o Boateng lo scorso anno al Milan, sfidando ogni accostamento tattico al classico “numero dieci”, alla tradizionale “seconda punta”. La società preferì non assegnarla, declinare le richieste ed evitare confronti azzardati o improponibili a pochi mesi dall’addio di Alessandro Del Piero, utilizzando la scusa del rispetto, per il timore riverenziale nei confronti dei grandi numeri 10 del passato. Sorvolata anche la provocazione di Buffon e tifosi d’aggiungere uno 0 a quell’ 1 e Pirlo intenzionato a mantenere il 21, dopo un anno il numero 10 è ancora senza… padrone.

Ora invece quella maglia meriterebbe di tornare ad essere indossata. La prima idea era quella di assegnarla al top player che dovrebbe essere acquistato nelle prossime settimane, ad esempio quello Stevan Jovetic che, comunque, ha intenzione di trasferirsi in Piemonte con o senza quel numero, nonostante a molti tifosi bianconeri piacerebbe vedere quel numero sulle spalle del giovane attaccante viola. Parentesi: i tre giocatori che la Juve sta trattando, indossano altre maglie: proprio Jovetic ha l’8, Higuain il 20, Tevez il 32. E non è così scontato che vogliano cambiare anche se, ad esempio, Jovetic sa già che Marchisio non gli lascerebbe il numero preferito. Il Principino che, un anno fa, si espresse così, tagliando corto, nonostante molti tifosi vedano più in lui che in Vidal l’erede naturale per quella maglia: “Il 10? Penso che l’8 mi si addica maggiormente”. Per questo la candidatura di Vidal, vera o meno che sia, verrebbe ovviamente presa in grande considerazione. Perchè no? Per quello che ha dimostrato in questi due anni, a livello di impegno ed attaccamento alla maglia, la merita pienamente. Si andrebbe persino sul sicuro, senza rischiare.

Altra questione da affrontare(forse quella che, in realtà, blocca una scelta che, per altri versi, sarebbe giusta) è quella del confronto tecnico, visto che gioca in un ruolo diverso da quello di Del Piero, nonostante abbia il carattere del leader, almeno in campo, e non soffrirebbe la pressione. Nonostante abbia anche la piacevole abitudine di segnare, cosa che non guasta, e di calciare i rigori. Con la maglia bianconera Vidal ha disputato 64 partite segnando già 17 reti in due anni.

Su Internet i tifosi si scatenano. C’è chi acclama Arturo, chi preferirebbe aspettare un nuovo grande attaccante, chi continua a chiedere che venga ritirata quella maglia. A precisa domanda, Del Piero rispose in modo chiaro: “I bambini devono continuare a sognare di giocare con il numero 10 della Juve” e, secondo me, la scelta più sbagliata sarebbe proprio quella di ritirare una maglia che DEVE continuare ad essere indossata. Tra l’altro, in questa Juve in cui tutti fanno diligentemente tutto e tutti sanno fare modestamente tutto, anche Arturo Vidal non ricopre più il solo ruolo d’interditore, mediano, incontrista o incursore, è anche un “falso dieci” ed i numeri lo dimostrano.

E’ la maglia più pesante da indossare, il simbolo della classe, un monumento che si indossa e sotto il quale si può rimanere schiacciati, rappresentazione del giocatore pronto ad infiammare il proprio pubblico, beniamino ed idolo dei tifosi. Un macigno ed un privilegio al tempo stesso. La numero dieci, prima che una semplice maglia, è una sfida che si lancia al mondo con il proprio carattere prima ancora che con la classe e l’abilità tecnica. Ci vogliono i muscoli dell’anima oltre che quelli del corpo per reggere agli occhi dei compagni e dei tifosi. E così potrei andare avanti per ore ed ore. È il caso, quindi, di attribuire un valore così alto ad un numero di maglia, al giorno d’oggi in cui non si assegna più il numero in base alle caratteristiche tecniche? Lo stesso Del Piero, dopo soli 2 anni di Juve quando ancora era un ragazzotto, raccolse la pesante eredità di Baggio, senza girarci troppo attorno. Lo stesso mediocre Magrin raccolse quella di Platini. E via altri numeri 10 lontani anni luce da quelli “classici”: Vignola, Marocchi, Gentile, Tavola, Ferrari(Giovanni. l’uomo comunque degli otto scudetti e due mondiali negli Anni 30), Hansen, Brady, Capello. Vidal, che sarebbe un “dieci” atipico, sfigurerebbe in questo elenco? Affatto, saprebbe onorare il numero dei campioni.

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LA GERMANIA TRA CALCIO E POLITICA.

bayern borussia

articolo a firma di eldavidinho

Qual è la squadra migliore? Soprattutto, ha vinto la squadra migliore? Ha vinto quella che ha meritato di più? Cominciamo col dire che questo Bayern che pone fine, almeno per ora, all’epoca del Barcellona, ricorda non troppo lontanamente la Juve di Lippi che chiudeva il ciclo Ajax anni ’90. Una squadra fortissima, per carità, ma che nessuno pensava fosse così fenomenale. Forse un po‘ sottovalutata da tutti all‘inizio di questa Champions, anche da noi. Un dominio che sancisce probabilmente la fine del ciclo catalano(anche se non è detto che finisca proprio nell’anno in cui hanno vinto la Liga dominandola con estrema facilità) ma che non apre ancora quello dei nuovi marziani del Bayern, seppur si tratti dell‘ evoluzione naturale e moderna del Barcellona, una macchina perfetta che pare essersi inceppata. Spaesato e surclassato nel doppio confronto, il Bayern ha gestito i ritmi, alternato momenti di possesso ad altri di copertura, controllo ed organizzazione. Ha messo a nudo i difetti di una squadra che, per anni, non ha mai trovato una valida alternativa di gioco al tiki taka, risultando impreparata al cospetto di un Bayern che ha costretto sulla difensiva una squadra che, in passato, non si è mai difesa, ha sempre attaccato. I difensori, infatti, hanno mostrato grandi carenze in marcatura, abituati solo ad impostare, e tutta la squadra ha sofferto il non-atteggiamento-passivo del Bayern, martellante, pressante, asfissiante, aggressivo, propositivo. Quantità e qualità. Consapevolezza dei propri mezzi, atteggiamento giusto nell’essere una squadra. Espressione del nuovo calcio a 360°. Così il Bayern ha sconfitto un Barcellona che, insomma, dopo aver dominato in lungo e in largo, è in fase declinante; il suo gioco da brillante sta diventando monotono e sempre più basato sulla presenza di Messi. L’ascesa del Bayern sta assumendo i “contorni darwiniani dell’evoluzione”. La differenza la farà la continuità negli anni, quella continuità che un Barca comunque grande ha avuto e dato sino ad ieri. Un marchio di fabbrica momentaneamente superato da quello bavarese che deve riuscire a riconfermarsi per essere etichettato come il vero nuovo modo di giocare a calcio. è indubbio che la squadra di Heynckes abbia preso come modello il gioco blaugrana e lo ha fatto proprio con adattamenti precisi, con la grande progettualità della società in sede di mercato, di merchandising e di marketing. Già, perché il segreto sta proprio nelle solide basi finanziarie, per il Bayern così come per il Borussia. Due squadre che hanno anche nel settore giovanile e nello scouting un altro dei loro segreti. Con 368 milioni di € nel 2012, il Bayern è la quarta squadra al mondo per ricavi, con un incremento rispetto all’anno prima di circa 40 milioni. I bavaresi sono una vera e propria macchina da soldi: 85 milioni arrivano dal solo botteghino, sempre sold out anche grazie al congelamento dei prezzi rispetto alla precedente stagione, mentre ben 202 milioni arrivano dalle sole attività commerciali. Nessun club al mondo è mai riuscito a raggiungere un simile bottino, esclusi biglietti e diritti TV. Una potenza finanziaria sproporzionata anche per un campionato fiorente come la Bundesliga, se è vero che il Borussia Dortmund, 11^ al mondo per ricavi, ha raccolto nel 2012 un fatturato di 189 milioni, in crescita del 40% rispetto all’anno precedente, e un utile netto di 34 milioni. Al momento, il club è al nono posto nella classifica dei fatturati. Barcellona e Real Madrid, quindi, hanno perso contro, al confronto, poveretti, nella semifinale di Champions, perché se, come già detto, il Bayern è il quarto club calcistico al mondo per ricavi, il secondo (a quota 483) è proprio il Barcellona. Mentre il primo, cioé il Real con 512, è stato superato da un Borussia Dortmund che nella classifica dei soldi è dietro al Milan (256), poco dietro alla Juventus (195), ma davanti a Inter (185), Napoli (148) e Roma (115). In altre parole, i fatturati non fanno vincere, quelli “degli altri”, poi, non devono neanche essere una scusa in caso non si vinca, ma non devono neanche essere presi sottogamba, perché ti permettono di spendere. E di vincere se spendi bene.
Un fatturato che è, però, quasi la metà di quello del Bayern, quello del Borussia. E stiamo parlando della seconda squadra più ricca di Germania. Capace comunque, grazie al ritorno in Champions League, di aumentare i suoi ricavi quasi del 50% in un anno e di gettare completamente alle spalle il fallimento tecnico di 7 anni fa. Un meraviglioso miracolo imprenditoriale e di competenza calcistica, perché il passivo ammontava a 140 milioni, situazione che li costrinse ad accettare un prestito dai nemici del Bayern per pagare gli stipendi e infine vendere anche lo stadio. Stava annegando, il Borussia, perché i suoi dirigenti avevano esagerato con le spese dopo i fasti degli anni Novanta, quando nel 1997 era arrivata la vittoria in Champions (in finale ai danni della Juventus). Poi, nel 2006, tutto riparte: un prestito provvidenziale della Morgan Stanley consente al club di sopravvivere, e ripartire. Da quel momento si sceglie l’unica strada percorribile, cioè quella che dovrebbero seguire tutti: si lavora sui giovani, mentre sul mercato si cercano talenti a basso costo ma di sicuro avvenire, impresa per la quale bisogna essere attrezzati di competenza e professionalità. Dopo due stagioni difficilissime tra il 2007 e il 2008, in cui il BVB rischia la retrocessione, la risalita inizia con l’ingaggio di Jurgen Klopp come allenatore, il 1° luglio 2008. Il giovane tecnico, che all’epoca ha 41 anni, comincia a plasmare la squadra lavorando sui ragazzi, ricreando il senso di appartenenza che era stato uno dei segreti del Borussia anni Novanta, imponendo un gioco tecnico e velocissimo, spettacolare. il club torna a vincere la Bundesliga due volte, nel 2011 e nel 2012, con una squadra forte e giovanissima, perché l’età media è di appena 24 anni. Capiamo bene, dunque, di che calibro siano i giocatori di Borussia e Bayern, da dove arrivino e con quali modalità siano giunti in queste due squadre. Il Borussia ha trovato nello scouting con acquisti low cost, nelle operazioni condotte con fiuto e lungimiranza e nella coltivazione maniacale del bel gioco e del tasso tecnico dei propri giovani la formula magica per esplodere, arrivando quarto nel girone di Champions dello scorso anno con la stessa squadra di quest’anno. Perchè i progetti vincenti si costruiscono col tempo e con la pazienza. Quando invece hai a disposizione entrate pressoché doppie, come succede al Bayern, il gioco cambia: il club bavarese ogni anno ha un obiettivo chiaro, il miglior giocatore della Bundesliga nel ruolo, da ingaggiare senza badare a spese. Spendendo bene dunque si vince. Non spendendo e basta. Questo ti permette, ogni anno, di migliorare il fatturato attraverso i risultati sportivi, di acquistare giocatori forti con maggiori probabilità ma di permetterti anche un margine di sbaglio, errore, sul mercato, più ampio. Perché i flop li fanno tutti. Può capitare. Ma la bravura sta nel farli influire il meno possibile nei risultati sportivi. Il modello tedesco, insomma, non esiste, se non nelle linee guida di buona organizzazione e buona gestione che caratterizzano quel paese in ogni suo aspetto. Intelligenza, fiuto, lungimiranza, lavoro, programmazione, competenza. Questa è la Germania di oggi, questa è la Bundesliga. Un movimento calcistico che ha fatto passi da gigante, recentemente, nella gestione delle proprie risorse. Due squadre così diverse e due modelli così opposti, per certi versi, eppure molto simili nel gioco che esprimono con equilibrio e movimento. Con qualità, forza, corsa, fantasia, tecnica, determinazione, organizzazione di gioco, collettivo. Il calcio tedesco è l‘evoluzione di quello spagnolo. Il Bayern mette i soldi, ma è in attivo. Il Borussia mette le idee. Vende i migliori e vince. Poi ci sarebbero anche Klopp e Heynckes, due personaggi di sport veramente positivi. Sorridenti, leali, dal volto pulito, sportivi. Heynckes lo conosciamo tutti, eppure sembra più moderno di tanti allenatori giunti alla ribalta, Klopp, invece, primo anno sesto, secondo anno quinto, da noi non sarebbe arrivato a fare neanche due anno sulla stessa panchina. Poi due scudetti e quest’anno la “consolazione” della Champions dopo il -20 in campionato.

La politica della serietà, degli investimenti e della redditività, insomma, funziona. Un trionfo anche in senso più globale, se si pensa che le banche spagnole indebitate con quelle tedesche (come lo sono le nostre) indirettamente indebitano i loro club con quelli di altri paesi. È una chiave di lettura magari un po’ forzata ma interessante, quella di tracciare parallelismi tra calcio e politica. Borussia e Bayern, a livello territoriale, sono espressione di Renania Settentrionale – Vestfalia e Baviera, rispettivamente prima e seconda regione più produttive di quella che è la locomotiva dell’economia europea: la Germania, appunto. Restano fuori, invece, due big del calibro di Real e Barça. Società dai palmares scintillanti, ma dai conti non altrettanto ineccepibili. Due club che, meno di un anno fa, erano stati investiti da uno scandalo clamoroso, la bufera sugli aiuti concessi dall’Unione Europea alle banche spagnole: queste, invece di utilizzarli per rilanciare l’economia iberica, li avrebbero usati con estrema disinvoltura per concedere ingenti prestiti alle due società. Per pagarne i debiti e gli stipendi milionari. Detto questo, non bisogna trarne conclusioni sbrigative e superficiali. Sarebbe eccessivo arrivare a dire che in finale ci sono due tedesche perché la Germania è il traino dell’economia continentale. È però legittimo limitarsi a rilevare che, comunque, mai come oggi gli assetti dell’Europa calcistica sembrano ricalcare quelli dell’Europa politica ed economica. Se non altro, perché ormai è un dato di fatto. Vi starete chiedendo ancora quale sia la squadra migliore e se abbia vinto veramente la squadra migliore. Che importa. è certo, però, che si siano incontrate le due squadre migliori. E che abbia vinto quella che ha sbagliato meno sottoporta, per demeriti propri più che per meriti della difesa avversaria.

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